FESTE ROMANE
dal Rinascimento all'Italia unita

 

Introduzione

A voler usare una battuta si potrebbe dire che le feste, per i romani dei secoli passati, fossero una cosa da prendere sul serio! Talmente numerose da succedersi, in alcuni periodi dell'anno, quasi senza soluzione di continuità, rappresentavano infatti un "impegno" di non poco conto. Ricordava in proposito il Belli: "Chiuso appena l'apparto teatrale, / stanotte la Madonna entra in ner mese: / e ffra cquinisci ggiorni pe' le cchiese, / principia la novena de Natale. / E ddoppo, ammalappéna se sò intese / le pifere a ffinì la pastorale, / riecco le commedie e 'r Carnovale: / e accusì sse va avanti a sto paese". L'anno era dunque ripartito "tra Ppurcinella e Iddio senza divario", dal momento che qualsiasi ricorrenza, liturgica o profana, rappresentava un motivo sufficiente per scendere in strada a fare baldoria, in tutta la città o in un solo rione. E quando proprio non c'erano scadenze o eventi da festeggiare, alla popolazione non restava che consolarsi con gli improvvisati intrattenimenti negli angoli delle strade: saltimbanchi, burattini, lanterne magiche oppure orsi ballerini.
Il carattere allegro e giocherellone del popolo romano colpiva i viaggiatori stranieri, che talora rimasero però scandalizzati perché in alcune occasioni le diverse classi sociali si trovavano fianco a fianco nei divertimenti. Circostanza questa che, pur essendo vera, rappresentava comunque solo una faccia della medaglia: nella Roma papale infatti anche le feste rispecchiavano la struttura rigidamente classista della società. I divertimenti dei nobili e quelli popolari costituivano due mondi diversi ed estremamente distanti, che si sfioravano solo in rarissime occasioni. Dai festini e dai banchetti, come dalle rappresentazioni teatrali private, la popolazione veniva esclusa, allontanata ad opera delle guardie pontificie oppure relegata ai margini, costretta a spiare a distanza lo spettacolo dei potenti o a trovarsi coinvolta solo per allietare o compiacere nobili ed ecclesiastici. Le feste in cui le classi più povere divenivano protagoniste si svolgevano invece lontano dai palazzi dei principi: spesso molto simili nel tempo e nei comportamenti, prevedevano vivaci scampagnate, allegri canti e balli scatenati, abbuffate e vino a tutto spiano.
Insomma, nella città dei papi il tempo scorreva fra divertimenti popolari e nobiliari, celebrazioni sacre e profane, tanto che i visitatori stranieri, soprattutto nel Settecento, affermavano che ogni sera si svolgeva una festa pubblica. E' vero, nella Roma dei secoli passati si celebrava qualsiasi occasione: le vittorie militari come l'arrivo di nuovi ambasciatori, l'elezione di un pontefice come la nascita del figlio di un sovrano oppure un matrimonio regale, e persino eventi macabri quali le esecuzioni capitali si trasformavano in spettacolo. Evidentemente i papi avevano compreso alla perfezione l'insegnamento della Roma imperiale, dove lo spettacolo era stato proficuamente usato come instrumentum regni: in alcuni momenti, paradossalmente, la fastosità e lo spreco aumentarono di pari passo con il procedere di una crisi che si voleva celare dietro l'immagine della stabilità di potere e dell'abbondanza assicurata.
Anche le processioni e le altre ricorrenze religiose, notevolmente spettacolarizzate, divenivano occasione di festeggiamenti tanto sfarzosi che gli osservatori stranieri, in primo luogo inglesi, rimasero negativamente colpiti da quelli che ai loro occhi apparivano come show ben poco rispettosi del carattere liturgico delle cerimonie. La religiosità popolare invece, spesso dominata da emotività e superstizione, costituiva un ottimo strumento per rendere più sopportabili le difficoltà quotidiane anche se non condizionava eccessivamente i comportamenti. In molti pensavano che, commesso un peccato, bastasse confessarsi per poter poi ricominciare da capo, tanto che Casanova, tra gli altri, aveva annotato: "Non c'è città cattolica dove la gente abbia meno scrupoli in materia di religione come a Roma".
E' molto difficile trovare scrittori o viaggiatori che siano passati per questa città, la cui aria agiva sul Gregorovius "come vino di Sciampagna", senza dedicare la propria attenzione alle feste che vi si svolgevano, pur non riuscendo spesso a comprendere lo spirito di questi nostri antenati che non si ribellavano attivamente ad un potere oppressivo (l'assenza di conflitti di classe nella Roma dell'epoca ha fatto a lungo discutere) ma lo glissavano come potevano, prendendo la vita con quell'eterna ed allegra "fanciullezza" che li conduceva a gettarsi a capofitto in una serie infinita di festeggiamenti religiosi e profani, occasioni sempre attese e gradite per incontrarsi ed affogare nei divertimenti tasse, miseria, epidemie e problemi di ogni tipo. Certo, a posteriori si potrebbe obiettare che così non risolvevano nulla eppure, se osserviamo questi nostri antenati con un po' di attenzione e senza pregiudizi, la loro arguta leggerezza non può che suscitare la nostra simpatia: se non altro - e forse non era poco - avevano ideato un modo efficace per rendere meno pesanti le difficoltà e più piacevole la vita!
Molte sono anche le "fotografie" dedicate nei secoli scorsi alle feste romane quali, per la prima metà dell'Ottocento, le incisioni dell'immancabile Pinelli e quelle splendide litografie di Thomas che colpiscono al punto che non si smetterebbe mai di ammirare la sorprendente descrittività dei loro particolari.
Prima di entrare nel vivo dei divertimenti della Roma dei nostri avi, è necessario seguire brevemente le tappe dell'evolversi della festa nella città papale partendo dal Rinascimento, quando si verificò un notevole sviluppo degli spettacoli profani e delle manifestazioni religiose.
Il Seicento vide una vera e propria esplosione dell'effimero, con l'organizzazione di sontuose manifestazioni alla cui realizzazione contribuirono i maggiori artisti dell'epoca. Nella Roma barocca ogni occasione fu utilizzata per festeggiare, ed anche la vita religiosa venne spettacolarizzata al punto che risultava difficile distinguere fra sacro e profano: fu il periodo dei cortei papali e nobiliari, degli ingressi solenni di ambasciatori, di processioni, sfilate di carri e tornei, rappresentazioni mitologiche, fuochi d'artificio e luminarie per eventi di ogni tipo, compreso lo scampato pericolo in caso di epidemie. Ogni strada, chiesa, piazza, ravvivata da decorazioni e particolari effetti luminosi, nel corso dell'anno diveniva sede di numerose feste. Si arrivò a trasformare in spettacolo persino la carità: non solo le elemosine, ma anche la distribuzione di doti a zitelle bisognose o l'apertura dell'ospizio per i poveri si trasformarono in oggetto di particolari cerimonie.
Ma il Seicento non fu solo spettacolo: il secolo si era infatti aperto con una profonda crisi economica che ebbe gravi ripercussioni nella città dei papi, e che acuì gli squilibri sociali e l'estrema miseria della maggioranza della popolazione. Mentre molti intrattenimenti, come quelli teatrali, rimasero relegati nei palazzi dei principi e delle alte gerarchie ecclesiastiche - negati quindi ai più! - alla massa dei romani vennero talvolta proposti solo alcuni aspetti, vistosi e demagogici, della festa barocca, come il vino che sgorgava da fontane appositamente allestite o le monete gettate dalle finestre grazie alla "magnanimità" di nobili e papi, oltre agli ammiratissimi fuochi d'artificio.
Roma, una città che le cronache dell'epoca definivano Gran Teatro del Mondo e che rimaneva luogo di attrazione per pellegrini e viaggiatori, aveva in sé il marchio dello spettacolo: monumenti e palazzi, decorati con apparati spesso effimeri divennero quindi le impareggiabili scene di un immenso e suggestivo palcoscenico.
Fra il Sei e il Settecento, quando la festa fu sempre più usata come strumento di potere, si sviluppò ancora il lato spettacolare, ed i maggiori artisti parteciparono all'allestimento di sontuose macchine pirotecniche o facciate posticce di palazzi con statue e ornamenti in legno e cartapesta.
Nel Settecento il carattere propagandistico e scenografico della festa raggiunse il culmine, anche nel corso della breve esperienza giacobina, durante la quale le cerimonie religiose furono soppiantate dalle numerose celebrazioni civili apprestate dal governo repubblicano.
Agli inizi dell'Ottocento, dopo il ritorno del papa, Roma, ben lontana dai fermenti europei, era una città apatica e squallida dominata da un potere in crisi, tutto teso ad evitare lo sviluppo di proteste politiche.
La Repubblica Romana tentò di coniugare la tradizione con il rafforzamento dei sentimenti patriottici, ma la popolazione mantenne spesso un ruolo di semplice spettatrice del corso storico degli eventi, così come agli inizi del secolo non aveva esultato all'arrivo dei francesi pur non rimpiangendo il papa, salvo però festeggiarlo sfarzosamente al suo rientro.
Nonostante la diffusa passività dei romani, iniziarono comunque a crescere le manifestazioni di opposizione. Negli ultimi decenni del dominio temporale dei papi anche i divertimenti furono quindi rigidamente regolamentati in base alla ragion di stato, nel vano tentativo di mantenere in piedi un potere ormai agonizzante. Sotto Pio IX vennero organizzati numerosi festeggiamenti e manifestazioni popolari, reminiscenze della città imperiale e ricordo di antichi fasti, che portarono ad una sorta di mitizzazione del pontefice. Ma la crisi della festa, nelle espressioni avute nei secoli precedenti, era ormai irreversibile, così come il declino del potere temporale della chiesa.
Quando Roma fu proclamata capitale dell'Italia unita, si accelerarono quei mutamenti che contribuirono ad affievolire le antiche tradizioni. L'impegno profuso nel tentativo di rianimare le feste, anche tramite appositi comitati, cadde quindi nel vuoto. Pure gli sforzi successivi, nel corso di questo secolo, volti a far rivivere gli antichi fasti, hanno spesso prodotto solo una malinconica e nostalgica riesumazione del tempo andato.

Il Carnevale

Intorno al 1550 un turco di religione musulmana, di ritorno nel proprio paese dopo un lungo viaggio, riferì che in un particolare periodo dell'anno i cristiani impazzivano, per poi riacquistare la ragione grazie ad una polvere che veniva loro cosparsa sul capo. Il viaggiatore si era probabilmente trovato a Roma durante il Carnevale, straordinaria occasione per i più spettacolari e sfrenati divertimenti.
La "follia" conquistava a tal punto tutti i romani, senza distinzione di classe, che alla metà del Settecento Benedetto XIV arrivò ad emanare un'enciclica sull'argomento. Il pontefice era preoccupato: il martedì grasso i festeggiamenti proseguivano infatti ben oltre la mezzanotte, scadenza del Carnevale. Dopo un'intera nottata di baldoria, in molti si recavano ancora in maschera nelle chiese alla cerimonia delle Ceneri, funzione austera volta a ricordare la transitorietà della vita terrena, per poi tornare a casa esausti e dormire buona parte del mercoledì. A dire il vero questo comportamento, che a prima vista può apparire bizzarro, è senz'altro giustificabile, se non altro per il fatto che le autorità imponevano la partecipazione al rito, ma certo è comprensibile anche l'inquietudine del papa!
Era stato Paolo II, nel Quattrocento, a riportare il Carnevale all'antica sontuosità. Il pontefice, che risiedeva nel Palazzo San Marco, presso l'attuale piazza Venezia, spostò il centro dei divertimenti da Testaccio a via Lata, che prese allora il nome di Corso. Per alcuni secoli la zona rimase il cuore di una festa il cui periodo di gloria durò fino al termine del Settecento. Proseguirono nel secolo successivo, un po' stancamente, i tradizionali festeggiamenti, che nulla però avevano a che vedere con lo sfarzo del periodo precedente.
Qualcuno, rimpiangendo il passato, auspicò la completa scomparsa di una festa scesa di tono e dominata ormai solo da valutazioni politiche. Dopo la caduta della Repubblica Romana e negli ultimi anni del potere temporale ad esempio, le autorità papali tentarono di incentivare i romani, ma con scarsi risultati, a mascherarsi e a passeggiare lungo il Corso, dando così l'idea della normalità. Nel 1837 al contrario, per timore di disordini e proteste politiche, furono vietate le maschere, ufficialmente però "cor pretesto e la scusa der collèra", cioè per ragioni sanitarie. Durante le proteste attuate da alcuni giovani, che a quel punto cercarono di impedire anche la festa dei moccoletti, si verificarono disordini: sassate e bastonate che "li cherubbiggneri e li dragoni", cioè i carabinieri e le guardie non riuscirono a frenare tanto che - è il Belli a parlare! - "ce fescero la parte de cojjoni".
I festeggiamenti erano ormai sempre più dimessi. Nel 1876 circolò allora questo epitaffio: "Di Roma il Carneval qui morto giace; Dorma egli alfine e Roma lasci in pace". La tradizione continuò invece a sopravvivere; nonostante gli sforzi di un apposito comitato nato per risollevare le sorti della festa, rimaneva solo un pallido ricordo dei tempi in cui il Carnevale romano costituiva una delle maggiori attrattive di viaggiatori e cronisti. Ben lontani erano ad esempio festeggiamenti quali quello del 1634 quando, in occasione della visita nella città del principe polacco Alessandro Wasa, il cardinale Barberini aveva fatto organizzare in piazza Navona un maestoso spettacolo. Lo stravagante ospite, a dire il vero, ripartì all'improvviso da Roma, ma la giostra del Saracino, ormai allestita, si svolse ugualmente in occasione del sabato grasso. Fu un torneo grandioso a cui parteciparono, divisi in squadriglie, ben 360 cavalieri e 138 cavalli, oltre ad un nano e un toro. L'ingresso nella piazza di una bellissima nave musicale concluse la festa, a cui aveva assistito tutta la nobiltà romana.
Uno spettacolo che oggi ci appare incivile, ma che nei secoli scorsi costituiva il più amato divertimento del Carnevale, erano i palii, fra i quali spiccavano le corse umane, in primo luogo "lo pallio delli Judei". Nata per una questione, se così si può dire, tecnica - ad ebrei e cristiani erano vietate le attività comuni - la corsa divenne col tempo occasione di scherno e vessazioni. Le angherie crebbero ed i giornalisti del tempo, i menanti, si fecero portavoce di quella che attualmente definiremmo intolleranza antisemita, ma che corrispondeva alla sensibilità "grossolana" dell'epoca. Si arrivò a far correre i partecipanti - che un cronista definì "bestie bipedi" - a stomaco pieno perché fossero più affaticati. Un resoconto del febbraio 1583 ricorda: "I soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia et vento degni di questi perfidi, mascherati di fango al dispetto delle grida", ovvero i provvedimenti legislativi che minacciavano tre tratti di corda a chi avesse tirato fango sui corridori. Il livore della popolazione non può però certo meravigliare: in quel periodo infatti erano le stesse autorità che, mentre emanavano periodiche leggi che vietavano di molestare gli ebrei, nello stesso tempo li sottoponevano a numerose umiliazioni, costringendoli a partecipare al palio ma anche obbligandoli, per il resto dell'anno, a risiedere nel ghetto e a portare un segno distintivo, oppure vietando loro di celebrare alcune festività o di svolgere numerose attività economiche. Nel 1668 Clemente IX abolì la corsa, ma pretese in cambio una somma in denaro. Ogni anno, fino al secolo scorso la comunità ebraica fu costretta a versare il tributo, che veniva utilizzato per addobbare la tribuna delle autorità cittadine ed acquistare i palii per i vincitori delle corse che continuavano a svolgersi durante il Carnevale.
Agli anziani non veniva però riservata una sorte migliore: in cambio di una misera, ma per taluni necessaria, somma in denaro erano costretti a correre nudi. Nel 1633 ci si spinse, se possibile, oltre, in una incredibile esposizione delle deformità. Ci dicono gli Avvisi, i "giornali" dell'epoca: "In strada giulia... fu corso un palio di gobbi ignudi molto ragguardevoli per la varietà delle loro gobbesche schiene, che per esser cosa nuova in questa città vi concorse molto popolo e nobiltà in carrozza". E' difficile oggi immaginare come ciò potesse essere fonte di divertimento, ma il dato storico può essere compreso solo evitando di giudicare con la sensibilità ed i parametri di un'epoca successiva gli eventi di allora che, per essere intelligibili, vanno relazionati al contesto in cui si verificarono. I palii umani erano molto apprezzati dai romani, e talvolta se ne svolgevano anche di straordinari. Il 20 agosto 1633 ad esempio, come risulta da un documento dell'epoca, "Per passatempo et ricreatione in questi caldi estivi, da persone particolari giorni addietro fu fatto correre in Trastevere un palio di zoppi... con gran piacere del popolo che in gran numero vi concorse a vedere".
La corsa principale del Carnevale dell'epoca era però quella dei barberi, piccoli cavalli adornati per l'occasione. Incitati dalle urla ed inferociti dalle aguzze punte poste sui loro fianchi, venivano lanciati in piazza del Popolo per essere ripresi nell'attuale piazza Venezia. Nobili e cardinali avevano il proprio barbero ed assistevano alla gara dai palchi e dalle tribune allestiti lungo il percorso. Il vincitore riceveva il palio, uno stendardo in panno finemente decorato, ed una somma in denaro.
Gli incidenti agli animali erano frequenti, non vi si faceva molto caso. Talvolta però si ebbero vittime anche fra gli spettatori. Nel 1624 un uomo mascherato, spaventando i barberi con il proprio cavallo, provocò la morte di un bambino. Si trattava di un reato per cui era prevista l'impiccagione, ma "La Corte non hebbe ardire di far prigione detta maschera reputata per persona di qualità all'habito e al Cavallo ma per poco pratico cavaliere". La corsa fu definitivamente soppressa all'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso.
A vivacizzare il Carnevale c'erano anche i caratteristici carri allegorici, che rappresentavano scene mitologiche oppure eventi politici, allestiti da rioni, autorità cittadine e famiglie nobili, ed i cortei mascherati che sfilavano lungo il Corso - Cassandrini e Meo Patacca, Pulcinella e Rugantini in quantità - con la significativa partecipazione degli artisti stranieri ospiti delle Accademie. Alcuni carri fecero a lungo parlare di sé, come quello musicale ideato agli inizi del Seicento dall'artista e scienziato Pietro della Valle. Dedicato alla Fedeltà d'Amore, era composto da cinque voci e strumenti. "Piacque estremamente", riferiscono i cronisti dell'epoca, tanto che si trascinò dietro "quasi tutta la città" e dovette ripetere infinite volte lo spettacolo, perché ognuno voleva ascoltarlo "quattro o sei volte".
Numerosi editti, emanati annualmente per alcuni secoli, regolavano i divertimenti carnevaleschi. Alle donne era vietato mascherarsi - ma i diari dell'epoca ci dicono che le autorità in genere chiudevano un occhio - così come non si potevano usare maschere che "in qualunque modo rappresentino persone di religione". Ovviamente, era anche proibito lanciare oggetti, uova "con acqua guasta, melangoli, eranci, rape", ma i romani non davano più di tanto ascolto alle disposizioni, e talvolta bersagliavano anche le allegorie dei carri carnevaleschi, spesso incomprensibili ai più.
Le uova ricevevano una particolare attenzione da parte delle autorità, che arrivarono ad impedirne la vendita recandosi direttamente a distruggerle nelle botteghe. Nulla da fare. Quei bricconi di romani lanciavano di tutto: se i confetti di gesso - pesanti antenati dei coriandoli - venivano riversati a pioggia nelle strade, vi erano anche lanci di cose che "non è lecito nominare". Gli oggetti volavano spesso dalle finestre macchiando "vesti di valore a gentildonne e cavalieri", e talvolta ci scappava pure qualche ferito. Per gli eccessi carnevaleschi era prevista persino la condanna a morte, ma le pene venivano decise caso per caso "ad arbitrio di Monsignor Reverendissimo Governatore". I trasgressori dei divieti furono spesso sottoposti in pubblico alla fustigazione - come nel 1692, quando "fu frustato per la città un ammascherato da Pulcinella perché andava scherzando per il Corso con un salame" - oppure al supplizio della corda: il malcapitato veniva sollevato da terra con una fune collegata ad una carrucola che teneva legate le braccia dietro la schiena, e poi lasciato cadere di colpo. Anche le prostitute sorprese in maschera - a dispetto del divieto loro imposto - erano frustate, ovviamente in pubblico e, inutile dirlo, lungo il Corso... tutto è spettacolo!
I romani non potevano far finta di nulla. Gli strumenti di tortura erano infatti sistemati in modo stabile per le vie più frequentate della città fino al 1798 quando, a furor di popolo, furono abbattuti a colpi di scure. Nella seconda metà del Seicento si era intanto radicata la macabra consuetudine di eseguire le sentenze capitali in pubblico, nelle principali piazze romane, proprio nei giorni dei festeggiamenti carnevaleschi, "cosa insolita da farsi in quei giorni allegri", sottolinea Giacinto Gigli nel suo diario. Nel Settecento iniziarono ad essere giustiziati durante il Carnevale i condannati eccellenti, in carcere per motivi politici: il rito della punizione, trasformato in spettacolo, doveva avere una funzione deterrente nei confronti dei malintenzionati.
Nobili e cardinali concludevano le serate con quelle sontuose rappresentazioni che si svolgevano, oltre che nei teatri pubblici - per alcuni secoli aperti solo durante il Carnevale - nelle abitazioni private dell'aristocrazia. Alla fine del Settecento i nobili iniziarono ad utilizzare i teatri anche per feste da ballo e banchetti.
Pure i divertimenti apparentemente più innocui furono in alcuni periodi soggetti a restrizioni e divieti, come la festa dei moccoletti che il martedì grasso, nel suo sfavillante e magico scintillio, concludeva il Carnevale. La città cambiava allora aspetto: le finestre si illuminavano, ed una enorme e chiassosa folla si riversava nelle strade. Ognuno aveva un proprio lume, ed il divertimento consisteva nello spegnere con qualsiasi stratagemma (l'inventiva era veramente grande!) il moccolo degli altri, cercando di tener sempre acceso il proprio. Nell'allegra confusione, secondo le fonti dell'epoca, si alzavano anche "infiniti clamori" ed espressioni "indecenti e scandalose". In alcune occasioni arrivarono quindi i divieti: chiunque fosse stato trovato, il martedì grasso, con "candele, moccoli, lanternoni o fiaccole" rischiava cinque anni di carcere. Non è tutto. Chi denunciava i detentori di moccoletti avrebbe dovuto ricevere un premio pecuniario. Il condizionale è d'obbligo perché le autorità, mentre cercavano di sviluppare con incentivi materiali la collaborazione popolare, spesso non mantenevano le promesse.
La risposta religiosa a questi festeggiamenti profani - che alcuni pontefici, a differenza di altri, tentarono di osteggiare - erano le Quarantore, cerimonia celebrata negli ultimi giorni di Carnevale in alcune chiese (la più famosa si svolgeva al Gesù) con musica, teatro sacro, macchine ed apparati vari, allestiti con i migliori mezzi scenografici.
Ma certo la lotta era impari, ed il Carnevale aveva la meglio, continuando a stupire i viaggiatori in sosta a Roma, non sempre però coinvolti dal clima di festa esistente nella città. Nel 1788 Goethe, lamentando che i romani durante quei giorni erano autorizzati ad "essere pazzi e stravaganti quanto gli pare e piace", nel suo aristocratico distacco concludeva che bisogna averlo visto il Carnevale romano, una festa a suo avviso priva di vera allegria, "non fosse altro che per togliersi dalla mente il desiderio di rivederlo".
Soltanto alcune calamità naturali, gravi epidemie o guerre, nonché la morte di un pontefice durante il Carnevale riuscivano a frenare la baldoria. Le restrizioni venivano però accettate malvolentieri, e c'era sempre chi non voleva rinunciare al divertimento. Nel 1702, anno di giubileo straordinario, il Carnevale praticamente non fu festeggiato. L'anno successivo, in seguito ad un forte terremoto che aveva colpito Roma, vennero emanati nuovi divieti. Qualcuno organizzò uno scherzo. Nella notte fra il 3 ed il 4 febbraio, riferisce il diarista Valesio, "si sollevò universalmente per la città un sussurro": la Madonna, apparsa al pontefice, aveva annunciato per le ore successive un tremendo terremoto che avrebbe portato la città alla distruzione. In un baleno la voce si diffuse di casa in casa, e "per lo spavento moltissimi uscirono nudi involti solo nelle coperte di letto". Scoppiarono tumulti nelle carceri e proteste nei monasteri. Le piazze si riempirono, finché gli sbirri riuscirono a far ritornare tutti nelle proprie abitazioni. I colpevoli dello scherzo rimasero ignoti, ma una spiegazione andava comunque fornita. Fu allora escogitata una comoda soluzione: si era trattato di un "fatto diabolico". Il diavolo non poteva certo essere imprigionato, e la credibilità delle autorità papali ne usciva salva.

La Quaresima e la Pasqua

"In quaresima pe' ddivuzzione...se magneno li maritozzi, anzi c'è cchi è ttanto divoto pe' mmagnalli, che a ccapo ar giorno se ne strozza nun se sa quanti". Così, con la sua ironica vivacità Giggi Zanazzo, le cui opere sono un prezioso strumento per chi vuole conoscere le tradizioni della Roma del secolo scorso, commentava l'usanza quaresimale "der zanto maritozzo", dolce allora molto amato, che il primo venerdì di marzo, "san Valentino" dell'epoca, veniva anche donato dai giovani alla propria innamorata.
Per alcuni secoli le autorità pontificie emanarono annualmente provvedimenti volti a disciplinare il digiuno quaresimale. Uova, formaggio e carne erano consentiti soltanto per "valetudinarij ed infermi", cioè anziani e malati, previo permesso scritto. Medici e parrocchiani venivano ammoniti: coloro "che sottoscriveranno dette licenze senza legittima causa oltre al partecipare, che faranno de peccati d'altri nel che si carica la coscienza loro, saranno da noi puniti ad arbitrio nostro". Gli avvertimenti - è sempre Zanazzo a parlare - restavano però inascoltati: "Cce sò bbône ddispense p'er magnà dde grasso, che sse ponno co' ppochi sòrdi ottiene' ddar curato de la parocchia". A coloro che volevano invece essere ligi alle regole non restava che rimpinzarsi di ceci e baccalà... fortunatamente però c'erano i maritozzi con cui consolarsi! Un divertente dialogo scritto nel 1834 da un sacerdote romano, Giuseppe Righetti, sorta di curioso "manuale del perfetto digiunatore", ci permette di conoscere esattamente cosa era lecito mangiare in tempo di Quaresima.
Rigidamente disciplinata, nei secoli passati, era anche l'osservanza del precetto pasquale. Gli Stati delle anime, liste che i parroci compilarono ogni anno, dal Cinquecento al 1870 recandosi personalmente in case, osterie, botteghe e locande, servivano a controllare che tutti i romani adulti e battezzati - ad eccezione dei pubblici peccatori - si confessassero e ricevessero la comunione. Questi censimenti ante litteram, sia pure molto imprecisi e redatti con finalità di controllo della popolazione, rappresentano una preziosa fonte per conoscere il numero e la composizione degli abitanti della Roma pontificia. La popolazione veniva divisa in categorie che rispecchiavano lo scopo religioso di questi elenchi: vi si trovano, tra gli altri, meretrici e concubinari, oggetto di frequenti misure repressive da parte delle autorità ecclesiastiche.
A certificare l'adempimento degli obblighi veniva rilasciato un biglietto. "Quelli che nun aveveno pijiato Pasqua - ricorda ancora Zanazzo - er 27 d'agosto, se vedeveno er nome e er casato de loro scritto sopra un tabbellone o cartellone de fôra de la cchiesa de San Bartolomeo all'Isola" Tiberina, su una colonna ora scomparsa, rimossa nel 1867 dopo essersi spezzata in seguito al violento urto di un carro.
Anche in questo caso però si ritrovava "schedato" non tanto chi aveva trasgredito, quanto coloro che non disponevano di "un scudo da rigalà ni ar sagrestano pe' ffasse precurà un vijetto, ni a quelli bbizzochi farzi che ppijaveno Pasqua pe' lloro e ppe' le poste", ovvero chi si comunicava al posto di un altro in cambio di una somma in denaro. Anche Belli aveva denunciato, nel 1834, quella che riteneva un'ingiustizia: "Nun prenno pasqua: ebbè? scummunicato / ho ppiù ffed'io, che un Giuda che la prenne, / perché un bijetto se crompra e sse venne, / e er chirico ne sa più del curato".
Le autorità erano però di diverso avviso e i trasgressori, oltre a commettere un peccato mortale, incorrevano "ipso facto nella pena dell'Interdetto, cioè in vita li sarà proibito entrare in chiesa e morendo saranno privi della sepoltura ecclesiastica". Gli scomunicati, per tornare in grazia di Dio, dovevano partecipare ad una funzione nella quale, tra l'altro, ricevevano in pubblico alcuni colpi di verga sulle spalle nude. C'è di più. A non rispettare gli obblighi religiosi si rischiavano a quei tempi anche pene corporali e persino il carcere. I controlli erano particolarmente rigidi. Viene quindi spontaneo pensare che molti romani siano stati ligi alle regole più per evitare le conseguenze repressive che per reale convinzione. Non tutti però si lasciavano intimorire. Il celebre Meo Pinelli finì ad esempio nell'elenco dell'isola Tiberina. Non ne fu contrariato: sembra però che non riuscisse proprio a digerire il fatto di essere stato qualificato come pittore anziché incisore!
Nella Roma dei papi anche la Pasqua diveniva, come tutte le festività religiose, l'occasione per qualche ora di spensierato divertimento, che le autorità tentavano invano di frenare. Gli editti vietavano "di fare disordini, schiamazzi e scandali", e di utilizzare le cerimonie religiose a pretesto per passatempi mondani, circostanza che però continuò sempre a verificarsi. Nel corso della Quaresima ad esempio le visite alle chiese divenute stazioni religiose - per cui erano previste particolari indulgenze - si trasformavano spesso in occasioni di incontro e corteggiamento.
Durante la Settimana Santa, come nelle altre festività religiose, le prostitute non dovevano apparire in pubblico. Era quindi loro vietato di recarsi alle stazioni quaresimali come ai sepolcri, né potevano circolare a cavallo o sui cocchi e ricevere uomini nelle proprie abitazioni. Sempre per evitare distrazioni mondane, le osterie dovevano rimanere chiuse di notte e alle suore era vietato allestire i sepolcri considerati, per lo sfarzo dei loro addobbi, un divertimento troppo mondano. Tradizionali erano gli scherzi di mezza Quaresima, quando si usava fare delle scalette di carta: "ssenza fasse accorge - seguiamo ancora Zanazzo - s'appuntaveno co' le spille de dietro a l'abbiti de la ggente, che ppassaveno pe' strada". Poi si urlava "Acqua!", e talvolta al grido seguivano i fatti.
Aprivano la Settimana Santa le cerimonie della domenica delle palme, con la benedizione e la distribuzione dei ramoscelli. I discendenti di un certo capitan Bresca ebbero dalla fine del Cinquecento il privilegio di fornire la basilica di San Pietro degli ulivi necessari. Sull'origine di questo monopolio si racconta una leggenda. Era il settembre del 1586 quando, nel corso dell'erezione dell'obelisco di San Pietro, si giunse ad una situazione critica. Gli argani si erano bloccati, ed i cavalli non riuscivano a sollevare l'enorme peso. Sisto V, pontefice noto per la sua severità, aveva dato ordini molto chiari: durante i lavori al pubblico presente era vietato parlare, pena la morte. Ad un certo punto però dalla folla si alzò un grido: "Acqua alle funi!". Il suggerimento fece risolvere le difficoltà, ed i lavori furono ultimati. L'autore dell'infrazione, arrestato e condotto al cospetto del pontefice, non solo non venne giustiziato, ma ottenne l'importante privilegio.
In occasione delle cerimonie pasquali Roma diveniva il crocevia di una folla ingente di viaggiatori e pellegrini. Agli inizi del Settecento troviamo annotato nel diario Campello: "Per la Settimana Santa passarono 100.000 forestieri venuti per tale effetto, e se ne raccolse il conto dai forni che convenne aprire di più et era una cosa incredibile a vedersi la quantità della nobiltà di tutta Europa, a vedere tutte le strade piene di popolo, sì che Roma pareva Parigi".
Nei molteplici riti della Settimana Santa dominava spesso il lato spettacolare. Una delle principali cerimonie era la Via Crucis, che si svolgeva - allora come oggi - nell'atmosfera particolarmente evocativa del Colosseo, ma numerose processioni erano organizzate anche da confraternite ed associazioni di vario tipo. Molto importante era quella della Compagnia della Resurrezione, la notte del sabato santo, che si concludeva in piazza Navona, con fuochi d'artificio ed una festa allestita a spese degli spagnoli.
All'interno di San Pietro la sera del giovedì e venerdì santo "attaccata per aria, sopra l'artare maggiore, ce metteveno una gran croce de metallo lustro, arta un tre ccanne" (poco più di sei metri e mezzo) e "llarga una e mezza, illuminata da guasi un mijaro de lumini, che sbrilluccicava come un sole", così riferisce l'immancabile Zanazzo.
Il giovedì - oltre ad essere il giorno dei sepolcri - è occupato dalla cerimonia del mandato, in cui il papa lava simbolicamente i piedi ad alcuni poveri vestiti, per l'occasione, interamente di bianco, ai quali dopo essere stati consegnati alcuni oggetti ed una somma in denaro, viene anche offerta una cena. Principale attrazione della serata era però la benedizione papale dalla loggia di San Pietro. Il conte d'Espinchal, giunto a Roma nell'ultimo decennio del Settecento, ci descrive questa solenne cerimonia. Le strade sono gremite di popolo, "la calca è immensa e da essa si eleva un mormorio grande e rumoroso. Ma, non appena Sua Santità apparisce sulla Loggia e da essa si affaccia, d'un tratto ogni clamore si acquieta in un silenzio assoluto impressionante". Subito dopo la benedizione, da tutta la città arrivava il rumore di spari di cannone, mentre le campane - prima di essere "legate" fino al sabato - suonavano a festa. I rituali del venerdì santo erano improntati alla severità, pure se, deplorano i pellegrini stranieri, persino all'interno di San Pietro, una volta uscito il papa, "ricominciano un chiasso e un passeggio ed una rumorosa allegria, come se si fosse in piazza o in teatro, anziché in un luogo sacro". Anche Goethe nel 1788 lamentava la chiassosa baldoria che accompagnava le cerimonie religiose: il "Cristo Signore risorgeva fra un frastuono indiavolato...in tutte le vie e in tutte le piazze s'ode rimbombo di petardi, di razzi e di girandole". Per comprendere il senso di queste affermazioni basta osservare una litografia del Thomas: sembra di vedere una città in guerra più che in festa! Scoppi di vasi di terracotta imbottiti di esplosivo, colpi di fucile sparati dalle finestre, fumo ovunque... questo era il sabato santo che giungeva, con il suo effetto liberatorio, dopo un periodo di digiuno e di ascolto delle missioni, le prediche spesso scenografiche dei frati missionari.
Con i bòtti si concludeva dunque la Quaresima - la cui fine era annunciata anche dalle ricche esposizioni nelle botteghe dei "pizzicaroli" - dopo la tradizionale benedizione nelle case, anch'essa bersaglio della satira del Belli, convinto che nelle abitazioni delle belle donne la cerimonia fosse più accurata che altrove. La domenica di Pasqua finalmente si poteva mangiare a volontà. Una tradizione non del tutto morta vuole che la colazione sia a base di "zalame e ova toste": cibi che, ovviamente, dovevano essere stati benedetti il giorno precedente, mentre il pranzo prevedeva "Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa, / carciofoli, granelli e 'r rimanente, / tutto a la grolia de la Santa Cchiesa", dove "ingresa" sta per inglese e i granelli sono i testicoli di vitello o di agnello.

Il Maggio romano

Il Maggio, una delle principali feste organizzate ogni anno da quegli inguaribili giocherelloni che erano i romani di un tempo, si svolgeva nel grande prato allora esistente a Testaccio. Il luogo, riservato ai divertimenti - dalle allegre scampagnate fuori porta delle Ottobrate ai festeggiamenti carnevaleschi - fungeva anche da "palestra" all'aperto per le esibizioni dei forzuti bulli. A scatenarsi erano soprattutto i settori popolari, che riuscivano così a trascorrere il tempo libero in modo spensierato fra balli, scherzi e passatempi vari. Il gioco, considerato oggi un divertimento prevalentemente tipico dell'età infantile, nei secoli passati scandiva tutta la vita dei romani, soprattutto delle classi più misere, che vi trovavano un rifugio per sottrarsi ai guai della vita quotidiana. Gli adulti si cimentavano dunque in passatempi sedentari nelle osterie, ma anche in veri e propri sport che richiedevano una buona preparazione atletica.
Oltre ai prati, anche vie e piazze della città venivano utilizzate per quei giochi - talvolta chiassosi e ripetutamente vietati dalle autorità soprattutto vicino a chiese, monasteri o nei pressi del Campidoglio - che spesso degeneravano in liti o risse, quando non finivano addirittura a "sfrizzoli", cioè coltellate.
Fino agli inizi di questo secolo era molto praticato uno "sport" che ricorda il lancio del peso o del disco: veniva chiamato ruzzica, dal nome della pesante ruota in legno che doveva essere lanciata il più lontano possibile seguendo un percorso stabilito, lungo persino alcuni chilometri. La partecipazione necessitava di una buona dose di abilità e allenamento, se si voleva evitare di fare la figura di quel giocatore preso di mira dal Belli la cui ruzzola - così viene definita in italiano - "appena ar fin de 'na scorreggia arriva". Talvolta la ruota era sostituita da una, sicuramente più pesante, forma di "cacio", che rappresentava però un potente stimolo, rimanendo poi al vincitore come premio.
Una vivace descrizione del Maggio Romanesco ci viene data nel 1688 dal poema epico-gioioso di Giovanni Camillo Peresio, che Bartolomeo Pinelli nell'Ottocento iniziò ad illustrare. L'artista scomparve però senza essere riuscito a completare l'opera.
Chiamato per l'occasione il maggio, l'albero della cuccagna era il principale divertimento della festa. L'antica tradizione di questa allegoria pagana del Paradiso Terrestre risale forse al Medioevo: sulla cima dell'albero venivano posti i frutti proibiti difesi da un liquido che, rendendo scivoloso il palo, complicava non poco la scalata. I più arditi giovani dei differenti rioni - i celebri bulli energumeni attaccabrighe, smargiassi, prepotenti e galanti - si sfidavano per conquistare il palio, premio destinato a chi raggiungeva la meta. Urla, contestazioni ed incitamenti erano il consueto corollario della scalata, una sorta di tifo chiassoso che rendeva più divertente il gioco.
Ambientato nella prima metà del Trecento, ai tempi del tribuno Cola di Rienzo, organizzatore del palio, il poema ha come protagonista Jacaccio, tipico bullo monticiano capace, a suo dire, di far fuggire "a rompicollo" gruppi interi di suoi rivali servendosi solo della fionda. L'opera, testimonianza di quella storica rivalità, mai sopita nella Roma papale, fra abitanti dei differenti rioni, ben presto si tinge di rosa: i versi vedono quindi alternarsi scene di amori, gelosie e risse di popolo, spettacoli consueti nella città di un tempo. La contesa si conclude, abitudine allora molto diffusa, con una sassaiola che coinvolge tutti i presenti, compresi i bottegai convenuti per la fiera del Calendimaggio. Feriti e teste rotte erano all'ordine del giorno nei divertimenti dell'epoca.
Tirare sassi costituiva infatti, a quanto pare, uno dei passatempi preferiti dei romani; i bersagli, oltre alle persone, erano le povere statue, situate in strade e piazze della città. Ma si svolgevano anche vere e proprie "partite". Movimentato passatempo dei romani dei secoli passati, la sassaiola di squadra era periodicamente ma inutilmente vietata dalle autorità papali. Festività e domeniche erano ottime occasioni per praticare questo "sport". Provvedimenti legislativi intimavano ai medici di denunciare alle autorità i nomi dei feriti, mentre coloro che venivano colti sul fatto erano torturati, come nel dicembre 1591 quando "furono dati tre tratti di buona corda in pubblico a sedici giovinetti perché facevano a sassi in Campo Vaccino con le fionde, et questo per essere morto subito un giovane di sassata".
Espressione della rivalità fra i rioni storici era la sassaiola - che risale forse al Trecento - fra trasteverini e monticiani, collegata ad una sorta di "primato di romanità" che i due gruppi si contendevano. Lo scontro si svolgeva periodicamente in Campo Vaccino, l'attuale Foro romano allora sede di un mercato di bestiame, luogo idoneo anche perché ricco di rocci, ovvero sassi, le munizioni usate nella sfida. Inoltre - "comodità" non certo secondaria - il campo si trovava nei pressi dell'Ospedale della Consolazione.
Tra urla, invettive e tifo spesso "partecipato" si svolgevano vere e proprie battaglie - definite "gagliarde" dai diari dell'epoca - fra le due squadre. I colpi venivano evitati avvolgendo il mantello intorno al braccio sinistro mentre con il destro (mancini a parte!) si lanciavano i sassi. I "pali" avvisavano i contendenti dell'arrivo degli sbirri, che trovavano spesso vuoto il campo di battaglia, quando non erano costretti ad una fuga ingloriosa sotto il tiro incrociato delle due squadre, coalizzate contro il nemico comune. Raramente avevano la meglio, riuscendo ad arrestare i partecipanti, che venivano condotti in prigione e sottoposti in pubblico alla tortura della corda.
La sassaiola continuò a svolgersi per alcuni secoli in Campo Vaccino, ma anche in numerose piazze romane: neanche i francesi riuscirono a frenarla, e contro di loro vi fu anche una sorta di intifada, ovvero lanci di sassi usati come arma di protesta politica. Soltanto Pio VI, iniziando gli scavi nella zona, costrinse i "belligeranti" a spostarsi in un'area tra il Palatino e l'Aventino. Le battaglie, estendendosi, persero la caratteristica iniziale di rivalità tra i due rioni, ma il cruento gioco si protrasse fino agli inizi di questo secolo.

I pellegrinaggi al Divino Amore

"La chiesoletta der Divin'Amore / stà arampicata sopra un monticello / co' quattro case, un abbeveratore / e cor intorno intorno un praticello; / e doppo er praticello una pianura, / che chi lo sa pe' quante mija dura. / E sopra er prato, indove ve vortate, / ce so' mille baracche improvisate". Il piccolo santuario di Castel di Leva, sull'Ardeatina, mirabilmente descritto da Giggi Zanazzo ne Le 'minente ar Divin'Amore, diveniva un tempo meta di partecipatissime ed allegre scampagnate sacroprofane che si svolgevano il lunedì successivo alla Pentecoste, ricorrenza della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, ripetendosi però spesso anche nelle settimane seguenti.
Uomini, ma soprattutto donne - le cosiddette madonnare - raggiungevano il luogo a piedi o in carrozza recitando litanie e cantilenando ripetutamente: "Viva, viva, sempre viva / la Madonna del Divino Amore / fa la grazia a tutte le ore / noi l'andiamo a visitare". In realtà l'aspetto religioso della festa era spesso un "pretesto" per rompere la quotidianità con una divertente scampagnata tanto che, quando Zanazzo faceva dire ad un suo personaggio che prima di entrare nell'osteria era meglio andare "armeno a dì 'n'avemaria", esprimeva certamente un sentimento molto diffuso fra i partecipanti. I romani usavano invece sottolineare che le gite erano caratterizzate da "Divino Amore all'andata e Amor di vino al ritorno".
Per recarsi in pellegrinaggio ci si incontrava la mattina presto e, dopo un caffè a piazza Margana, si saliva, pronti per partire, su quelle carrozze certamente più colme di strumenti musicali che di corone. Ma qualcuno arrivava a Castel di Leva anche la sera prima e, come lamenta uno scrittore in vena di moralismo, il luogo sacro veniva "lordato" senza alcun rispetto, "uomini e donne insieme confusi si gettano sulla terra come bestie, e così rimangono tutta la notte".
"Arrivati llà sse sentiva prima de tutto la messa; e ddoppo èssese goduti tutti li gran miracoli", dice Zanazzo - ciechi che vedevano, storpi che camminavano, indemoniate che si liberavano - alle dieci del mattino la cerimonia religiosa era già terminata. A questo punto le donne, agghindate ben bene e sfoggiando un costume per il cui acquisto avevano fatto sacrifici durante tutto l'anno, si recavano ad Albano dove, nelle osterie di campagna, si mangiava e, chiaramente, si beveva "a garganella". Scrive in proposito Giggi Zanazzo: "Ah Bottegà, apparecchiece pe' venti / e portece da pranzo pe millanta; / che cianno un appetito sti strumenti / ch'ognuno magna armeno per quaranta". Al ritorno, annebbiati dal vino, si arrivava a confidare nella memoria del cavallo per ritrovare la strada di casa mentre, per non far passare la sbornia, ogni tanto ci si fermava a bere un altro sorso. Gli incidenti, ovviamente, erano all'ordine del giorno. Arrivati a Roma si faceva una sosta al caffè di San Luigi dei Francesi o ai Caprettari. Quando rimaneva qualche soldo, la domenica successiva ci si recava al Corso per fare un po' di baldoria e, se ci scappava, anche fuori porta per una nuova allegra abbuffata.
La sacralità del Divino Amore, non molto antica, risale alla primavera del 1740, quando un viandante diretto a Roma si imbatté in un branco di cani dalle intenzioni minacciose; il malcapitato rivolse allora le sue preghiere verso un'immagine della Madonna col Bambino effigiata su un'antica torre: l'implorazione riuscì a far placare ed allontanare i cani. Si gridò al miracolo anche se il fatto, in verità, non appare particolarmente strabiliante. Tant'è. L'immagine divenne subito meta di pellegrinaggi al punto che, secondo un cronista, "non si distingueva più il giorno dalla notte e continuamente era un accorrere di pellegrini sempre più devoti e numerosi che ricevevano numerose grazie". Il Vicariato, ribadendo l'autenticità del fenomeno, decise di tutelare l'immagine che, staccata dal muro, venne trasferita nella vicina chiesetta di Santa Maria ad Magos. Con l'aumento dei "miracolati", iniziò a profilarsi un promettente risvolto economico. Sorse quindi un contenzioso fra il conservatorio di Santa Caterina della Rosa, proprietario della torre dove si trovava l'immagine ed il capitolo di San Giovanni, da cui dipende Santa Maria ad Magos.
La Sacra Rota stabilì che le offerte, raccolte dal conservatorio di Santa Caterina della Rosa, sarebbero state impiegate per costruire un santuario destinato ad ospitare la miracolosa effigie. Realizzata con molta semplicità, utilizzando anche materiali provenienti dall'antico castello, il lunedì di Pasqua del 1745 la nuova chiesa vide l'ingresso "trionfale" dell'affresco, con una nutrita partecipazione popolare. Fu concessa l'indulgenza plenaria a quanti avessero visitato il luogo. La consacrazione ufficiale venne però effettuata dal cardinal Rezzonico, il futuro Clemente XIII, nel corso dell'Anno Santo del 1750. Durante la seconda guerra mondiale l'immagine fu trasportata, al riparo dai bombardamenti, nella chiesa di Sant'Ignazio. La devozione popolare, ancora oggi viva pur se meno evidente, è testimoniata dai numerosi ex-voto che tappezzano le pareti di questa "chiesoletta" alle porte di Roma, che in un futuro prossimo verrà però rimpiazzata da un nuovo santuario, più ampio, attualmente in fase di costruzione.

Il Corpus Domini

La celebrazione del Corpus Domini la cui data, mobile, è finita negli ultimi tempi per slittare dal giovedì alla domenica successiva alla santissima Trinità, venne istituita da Urbano IV nel 1264 con la bolla Sic transiturus in seguito al cosiddetto miracolo di Bolsena, ovvero quel rivolo di sangue che sarebbe sgorgato dall'ostia consacrata per far ricredere un sacerdote boemo che stava celebrando la messa con un certo scetticismo.
Nella Roma dei papi in tale occasione si svolgeva ogni anno una solenne processione che, partendo dalla Cappella Sistina, attraversava le strade del rione Borgo. Nel 1823 Antoine J. B. Thomas, a commento delle sue litografie, ricorda che il papa portava personalmente l'ostensorio con il santissimo Sacramento ed era condotto in sedia gestatoria, ovvero "su una macchina dove sembra stare in ginocchio, mentre in realtà è seduto". Circondavano il pontefice cardinali, prelati, clero e guardie svizzere, per un totale di circa tremila persone. Nei giorni successivi le varie confraternite religiose organizzavano anche altre processioni, minori, nei differenti rioni.
Vista la lentezza, all'epoca, degli spostamenti, quando il papa era in viaggio la processione principale si svolgeva "in trasferta". Nel 1462 venne ad esempio effettuata a Viterbo ed i preparativi furono talmente accurati che si arrivò persino a rimuovere le parti sporgenti degli edifici.
La cerimonia creava spesso problemi di ordine pubblico alle autorità pontificie. Per tentare un rimedio furono minacciate punizioni severissime. Chi turbava i preparativi tagliando "tende, canapi ed altri oggetti" rischiava la tortura ed una ammenda: ben più pesanti erano però le pene per coloro che disturbavano lo svolgimento della funzione. A fare "rumore, strepito, o sorte alcuna di violenza per tutto lo spatio della strada deputata per la Processione" ci si poteva rimettere anche la vita. Alle donne, pur se "honestissime", era vietato affacciarsi in finestra sulle strade della cerimonia e le autorità si riservavano, persino in questo caso, "l'arbitrio di alterare e accrescere le pene anco infino alla morte": esse dovevano invece recarsi alla processione, ad esclusione delle prostitute, alle quali era impedita la presenza. Coloro che incontravano la cerimonia, "anco Cardinali o altri Signori personaggi" erano tenuti a "smontare di cocchio o di cavallo" e parteciparvi. Furono minutamente regolati anche gli abiti dei differenti ufficiali della Curia romana che erano obbligati a prendere parte alla funzione.
La popolazione, lamentavano le autorità, perdeva spesso di vista le finalità religiose, cosa frequente in una città in cui le principali occasioni di festa erano rappresentate proprio dalle ricorrenze liturgiche: più volte vennero quindi emanati provvedimenti legislativi affinché la processione fosse seguita con devozione e non degenerasse in oggetto di curiosità, fuochi d'artificio, colpi di fucile e sfarzo inutile. Un pontefice, infuriato per l'invasione di prostitute verificatasi in San Pietro durante la festività religiosa, arrivò persino a far strappare gli ori e le gemme che adornavano le loro vesti. La celebrazione, che si era trasformata con il tempo in una contrattazione fra i vari gruppi di dignitari che si contendevano onori e precedenze, talvolta aveva anche uno strascico nelle animate discussioni che si svolgevano all'interno delle osterie, concludendosi spesso con risse e persino omicidi.
La processione del Corpus Domini era una delle rare occasioni in cui, nella Roma dei papi, le differenti classi sociali potevano trovarsi fianco a fianco, magari nelle sedie affittate lungo il percorso della processione. Ognuno cercava di partecipare ai festeggiamenti a modo suo, talvolta anche con una certa creatività. Leggiamo in un esposto della fine del Seicento che due artigiani, "con occasione del S.mo Sacramento che processionalmente passò per detta strada nell'ottava del Corpus Domini....a honore et gloria di Dio fecero con molta loro spesa una figura di Bacco sopra un barile con razzi e fuochi accomodato per abrugiarlo ad honore del S.mo Sacramento come è solito farsi in tutti li luoghi in tale solennità et conforme anco è permesso da Nostro Signore. Detta imagine gli fu con molto affronto levata dalli sbirri di V. S. Ill.ma di potenza de fatto et senza querela di alcuno, ma solo per compiacere ad una persona del vicinato delli oratori". I due chiedevano la restituzione del maltolto, per poter bruciare la loro creazione alla festa "delli prencipi delli Apostoli", ovvero il 29 giugno.
Un protestante di passaggio a Roma, tale Meyer, ci ha lasciato una bella descrizione della processione del 1783: il lastricato era coperto di sabbia bianca, fronde d'alloro e mirto, foglie e fiori, mentre le case venivano addobbate con tappeti colorati ed immagini religiose. All'improvviso, "il suono a stormo di tutte le campane e il tonar del cannone di Castel Sant'Angelo diedero l'annuncio della comparsa del Capo della Chiesa". "Il bel vecchio venerando procedeva portato a spalla dai suoi sediari su una grande sedia coperta di ricche stoffe, sotto un baldacchino retto da dignitari. Il passo dei portatori era così eguale e lento che il Papa sembrava librarsi nell'aria". Al passare del pontefice, "tutti si precipitavano a terra come colpiti dalla folgore".
Sospesa nel 1870, la processione è stata ripristinata stabilmente e nel pieno della sua solennità ad opera di Giovanni Paolo II, dopo alcuni sporadici tentativi effettuati dai precedenti pontefici. Dal 1979 si svolge ogni anno, il giovedì successivo alla celebrazione della santissima Trinità, da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore percorrendo via Merulana.

San Giovanni e la notte delle streghe

Festeggiare la notte delle streghe, fra il 23 e il 24 giugno, nella zona di San Giovanni, è per i romani un'usanza remota. Un tempo erano le donne, spesso in abiti maschili, le vere protagoniste della serata, anche se in quell'occasione, in quanto "colpevoli" del martirio del santo, non potevano entrare nella basilica. Si fermavano allora davanti alla chiesa, dove la sera della vigilia di san Giovanni si svolgevano particolari cerimonie religiose, "insidiando" gli uomini e chiedendo loro una "mancia".
Durante quella magica notte era inoltre consuetudine allestire enormi falò per difendersi dal male, banchettare con vino e lumache per seppellire rancori, trascorrere il tempo cantando e ballando in strada fra suoni di campanacci e profumi di spighetta... ma anche appartandosi "sotto vano pretesto di prendere la guazza" - la "prodigiosa" rugiada dell'alba - tanto che le autorità, per impedire gli "inconvenienti" vietarono ripetutamente, con la minaccia di gravi pene corporali, "di portarsi in detta notte fuori delle porte della città o in altri luoghi disabitati, come a Monte Testaccio alle vigne e ai giardini, sotto qualsiasi pretesto che possa recar scandalo o dar motivo di credere ciò". Nella notte dei miracoli, tripudio dell'amore e momento di scambio di promesse tra fidanzati, si aprivano al pubblico i bagni del Tevere, perché si credeva che in quell'occasione il santo conferisse portentose virtù alle acque.
Ancora alla fine dell'Ottocento i romani, dopo aver preso una testa di aglio per difendersi dalle streghe, si ritrovavano nelle osterie fuori porta San Giovanni, dove gli ultimi arrivati dovevano spesso litigare con gli osti, trovando nel piatto numerose lumache "riciclate", cioè gusci vuoti, il cui contenuto era stato già mangiato dai più previdenti avventori giunti all'inizio della serata.
Si racconta che in quei momenti, usando una serie di accorgimenti, era possibile vedere le streghe - che pure avevano il potere di diventare invisibili - pronte per recarsi in massa al noce di Benevento: "Uno se portava un bastone fatto in cima a furcina, e quanno stava sur posto, metteva er barbozzo drento a la furcina, e in quer modo poteva vede' bbenissimo tutte le streghe che ppassàveno llaggiù vverso Santa Croce in Gerusalemme, e vverso la salita de li Spiriti. Pe' scongiuralle, bbastava de tienè' in mano uno scopijo, un capodajo e la spighetta cor garofoletto", e soprattutto fare molto rumore, perché il frastuono - era credenza diffusa - allontanava gli spiriti del male.
"S'intenne che pprima d'uscì dda casa, de fôra de la porta, ce se metteva la scopa e er barattolo der sale. Accusì si una strega ce voleva entrà' nu' lo poteva, si pprima che sonassi mezzanotte nun contava tutti li zzeppi de la scopa e ttutte le vaghe der sale. Cosa, che bbenanche strega, nu' je poteva ariuscì; perché, si sse sbajava a ccontà' aveva d'arincomincià dda capo". Misteriose leggi della magia! Ma ancor più arcane ci appaiono le ragioni che portavano, neanche un secolo fa, un uomo come Giggi Zanazzo, che non era certo l'ultimo sprovveduto, a parlarcene con tanta convinzione. La paura delle streghe e la credenza che il diavolo potesse influire sulle vicende terrene, si sa, furono per alcuni secoli condivise da tutti gli strati sociali, dalla popolazione alle più elevate sfere ecclesiastiche.
La festa si concludeva all'alba quando il papa, dopo lo sparo del cannone di Castello, si recava a San Giovanni per celebrare la messa alla presenza delle autorità religiose e politiche, dopo la quale dalla loggia della basilica gettava monete d'oro e argento: il lancio, ovviamente, scatenava la folla presente. Una processione religiosa attraversava poi le vie della città mentre nel pomeriggio il canto dei Secondi vespri nella basilica Lateranense chiudeva le celebrazioni.
Dal 1891 venne organizzato annualmente, proprio durante quella particolare notte, un festival della canzone romana. Un "inconveniente" ritardò però l'inizio della prima edizione, impedendone lo svolgimento nell'osteria di Facciafresca: ci mancò poco infatti che il palco non sprofondasse sotto il peso dell'orchestra. Ovviamente tutti pensarono al malocchio, argomento perfettamente in tema con la serata, e l'iniziativa si svolse la domenica seguente nel teatro di varietà Grande Orfeo, che si trovava nell'attuale via De Pretis. La canzone vincente, interpretata dall'ancora poco conosciuto Leopoldo Fregoli, si intitolava, inutile dirlo, Le streghe: "M'hanno detto che le streghe / so' vecchiacce brutte assai / me domanno come mai / nun so' belle come te". Il festival si svolse ogni anno nel corso di una festa sempre più organizzata - con le sfilate di carri dei differenti rioni ed una crescente e chiassosa partecipazione popolare - provocando, tra le critiche, quella di Trilussa, secondo il quale per scrivere una canzone per la competizione bastava "la spighetta, er garofano coll'ajo, / er bacetto, le streghe e quarche sbajo". La tradizione proseguì anche sotto il fascismo - dopo l'interruzione della prima guerra mondiale - coinvolgendo poeti, musicisti e cantanti. Dopo un lungo periodo di silenzio, dal 1991 il Festival si svolge, ormai sotto tono, nell'ambito della Festa de' Noantri, mentre la tradizionale festa di san Giovanni prosegue sempre più stancamente.

San Pietro e Paolo e la consegna della Chinea

Appena qualche giorno per "riposarsi" un po' dalla festa, ed ecco che ai romani era già offerta un'altra opportunità per fare baldoria, la ricorrenza di san Pietro e Paolo. Per l'occasione si usava incendiare una girandola a Castel Sant'Angelo, mentre la basilica di San Pietro diveniva teatro di un'illuminazione talmente spettacolare che, ci dice il Belli, "tt'intontissce e tte fa pperde er fiato". Migliaia di fiaccole e lanternoni, come per "miracolo", erano accesi in contemporanea da squadre di "sampietrini" acrobaticamente calati attraverso un sistema di corde. L'ultima "portentosa fiaba", così Goethe aveva definito quest'illuminazione, risale alla prima metà del nostro secolo: l'elettricità ha poi reso il tutto più semplice, ma certo meno suggestivo.
In occasione del 29 giugno (data in cui venivano riscossi i tributi dovuti alla Camera Apostolica) si celebrava anche la festa della Chinea ovvero la consegna, da parte dell'ambasciatore straordinario del re delle due Sicilie - il connestabile, membro della famiglia Colonna - di un cavallo bianco sontuosamente bardato, la chinea appunto, ritenuto comodo da cavalcare perché ambio. Sul dorso dell'animale, particolare certo non secondario della cerimonia, veniva posta una coppa d'argento contenente settemila scudi d'oro, tributo dovuto per i diritti della Chiesa sul regno di Napoli e di Sicilia. Il corteo di patrizi, ambasciatori e prelati partiva dal palazzo dei Colonna in piazza santissimi Apostoli per arrivare a San Pietro dove la chinea, opportunamente ammaestrata, si inginocchiava di fronte al pontefice. Il 1624 fu un anno sfortunato per la festa. Il povero animale, presentato il 28 giugno, morì il giorno seguente, forse avvelenato, mentre durante la girandola prese fuoco un albero, colpito da un razzo.
I festeggiamenti proseguivano poi sino a notte inoltrata: i nobili si ritrovavano nel palazzo per uno dei loro soliti e lauti banchetti, il popolo manifestava invece "allegrezza" in strada. In conclusione veniva bruciata una macchina pirotecnica che generava razzi e fuochi d'artificio.
Risale agli inizi del Settecento la consuetudine di allestire, il 28 e 29 giugno, due sontuose macchine in piazza santissimi Apostoli (più raramente in piazza Farnese), di cui conosciamo le caratteristiche grazie alle minuziose incisioni, accompagnate da esaurienti didascalie, che vennero stampate annualmente dal 1723.
Nella Roma del Settecento queste spettacolari ed enormi costruzioni effimere in legno e tela dipinta (che talvolta superavano i trenta metri di altezza, ma potevano arrivare anche a quaranta!) allestite in piazze, chiese o palazzi nobiliari, accompagnarono numerose feste. Frutto di un notevole lavoro che coinvolgeva i principali artisti dell'epoca, rappresentavano affollate scene mitologiche, spesso simbolicamente allegoriche, oppure avvenimenti religiosi, politici e di cronaca, come i matrimoni fra le differenti casate. Questi apparati, destinati ai fuochi d'artificio in occasione di particolari festività oppure avvenimenti politici o privati, erano realizzati da muratori, falegnami, fabbri, imbianchini, ma anche da valenti artigiani-artisti quali decoratori, doratori, stuccatori; completavano l'opera fuocaroli ed artificieri specializzati. In genere la macchina del primo giorno era più "colta", mentre la seconda lanciava un messaggio maggiormente comprensibile. Soltanto più tardi esse iniziarono ad "animarsi" e i loro soggetti a divenire più popolari, persino comici, forse proprio in ragione del diminuito interesse delle autorità borboniche per la festa.
Il dispendio economico era notevole: il popolo si ritrovava spettatore di uno spreco - la festa si svolgeva anche nei momenti di crisi economica - tipico di una società in cui all'ostentazione del lusso da parte di una minoranza corrispondeva l'estrema miseria dei più. Comunque, a differenza di quanto si è a lungo ritenuto, le macchine non venivano completamente distrutte dall'incendio - almeno quando tutto funzionava secondo le previsioni! - e l'intelaiatura, ma anche alcuni oggetti decorativi, potevano essere riutilizzati più volte. Il montaggio della struttura, ed il successivo assemblaggio delle parti ornamentali, potevano durare anche un intero mese, ma le macchine venivano tenute nascoste fino al giorno della cerimonia. Questi sontuosi apparati erano formati da trompe l'œil, enormi dipinti su tela sorretti da maestose impalcature, stucchi e statue, "lavorati tutti di carta pista, come fossero di vero Marmo" e poi dipinti. Il popolo gradiva molto i giochi d'acqua... ma anche e soprattutto quelli con il vino, che sgorgava in abbondanza dalle fontane durante le feste offerte da nobili e stranieri.
La corte napoletana non accettava di buon grado la cerimonia, simbolo della soggezione all'autorità del pontefice. Iniziarono così ad esplodere, per questioni banali, magari di precedenza, ripetuti contrasti, espressione di un malcontento consolidatosi nel tempo. Nel 1788 la cavalcata fu definitivamente abolita, e la consegna della chinea venne presentata come semplice atto di devozione, che escludeva ogni sottomissione. Pio VI rifiutò di accettare il "dono" e denunciò quello che riteneva un sopruso. Si scatenarono allora tumulti popolari in piazza Farnese, residenza del ministro di Napoli, ed una vera e propria caccia ai napoletani, presi a sassate in strada, ma forse si trattava soprattutto di un risentimento provocato dalla fine della festa! Da allora la cerimonia non fu più ripristinata, anche se il tributo continuò ad essere inviato. Il papa, insoddisfatto della soluzione, dal 1788 al 1855 ogni anno espresse la sua ira nel corso di una singolare cerimonia durante la quale scomunicava e poi riammetteva nella chiesa il re di Napoli e il suo connestabile. In molti erano convinti di sentir tremare in quelle occasioni il palazzo Colonna. La questione fu definitivamente chiusa solo nel 1855 quando il re di Napoli offrì a Pio IX ben diecimila scudi d'oro per la costruzione della colonna dell'Immacolata in piazza di Spagna.

La processione del Carmine a Trastevere

Istituita nel 1927, la Festa de' Noantri si svolge ogni anno durante il mese di luglio nel rione di Trastevere, proseguendo la tradizione delle più antiche celebrazioni - le cui origini sono avvolte da un alone leggendario - in onore della Madonna del Carmine.
Si racconta infatti che nel 1535, al termine di un violento temporale scatenatosi sulle coste tirreniche, alcuni pescatori trovarono, nei pressi di Ostia, una statua della Madonna scolpita in legno di cedro; venne chiamata del Carmine, dalla deformazione del nome di un promontorio palestinese, il Carmelo. Condotta attraverso il Tevere all'interno della città, la "Madonna fiumarola" fu donata ai carmelitani di San Crisogono in Trastevere. I romani non si lasciarono sfuggire l'occasione ed i festeggiamenti si protrassero per circa un mese.
Da allora, e sino ad oggi, ogni anno durante il mese di luglio la statua viene trasportata in processione per le strade di Trastevere su una pesante "macchina" in legno sorretta da baldi giovanotti. "Li mejo fusti" del rione si contendevano un tempo (oppure acquistavano) il privilegio di portare il massiccio tronco, cioè il crocifisso in legno che seguiva la processione oppure, almeno, lo stendardo che, quanto a pesantezza, non era da meno.
Per rinfrancarsi dalla fatica, i prestanti popolani si fermavano spesso lungo il percorso, sotto lo sguardo ammirato delle più belle ragazze del rione, per bere un goccio (inutile dirlo, di vino!) tanto che in genere giungevano a destinazione praticamente ubriachi, ma sempre e comunque pronti per un'abbuffata e un'altra bevuta in osteria, dove sarebbero proseguite le, non sempre pacifiche, discussioni. Di tanto in tanto si arrivava anche alle mani, e scoppiavano risse nel corso delle quali poteva pure capitare che spuntasse fuori qualche coltello. Ci si accalorava molto, la questione era considerata di primaria importanza perché, come conferma il Belli, "Ner portà bene lo stennardo e er tronco / lì se vedeva l'omo". Talvolta ne scaturiva però "un tantin d'ammazzamento", e per questo Leone XII nel 1825 arrivò a proibire tronco e stendardo, togliendo così alla processione ciò che la popolazione considerava l'aspetto principale della cerimonia.
In concomitanza con i festeggiamenti nel rione di Trastevere, il cardinale Carlo Colonna per un periodo organizzò ogni anno sontuosi spettacoli pirotecnici in piazza del Popolo. Nel 1737 un incidente trasformò però la festa in tragedia: un fuoco d'artificio, finito per errore su un cumulo di paglia, fece infatti divampare un incendio che, domato solo dopo due giorni, distrusse numerosi fienili nella zona.
Ancora oggi nel corso della Festa de' Noantri due processioni attraversano il rione. Durante quella di apertura la statua viene trasportata dalla chiesa di Sant'Agata - in cui ora risiede - alla basilica di San Crisogono. Al termine delle cerimonie un'altra processione la riconduce "a casa": il ritorno della statua avviene a spalla, cioè senza la pesante macchina, perché sia possibile attraversare più agevolmente gli stretti vicoli di Trastevere. L'originale e leggendaria statua è però ormai a "riposo" presso le suore benedettine nella chiesa di Santa Cecilia, mentre quella che attualmente viene portata in processione, opera di due fratelli romani, risale al secolo scorso.

Il lago di piazza Navona

Quando il marciapiede non era ancora stato costruito, il pavimento concavo dava a piazza Navona la forma di una conchiglia rendendola una struttura adatta, se riempita d'acqua, per alleviare l'afa dell'estate romana. Per circa due secoli, a partire dalla metà del Seicento, nei sabati e domeniche di agosto la piazza, il cui nome attuale deriva da una volgarizzazione di quello originario, Foro di Agone, si trasformò in un lago: "S'atturava la chiavica della funtana de mezzo - ci racconta Zanazzo - e la piazza ch'era fatta a scesa, s'allagava tutta".
Il primo allagamento di cui si ha notizia risale al 1652: in precedenza analoghe iniziative si erano svolte in via Giulia e piazza Farnese. Il lago si trasformò ben presto in uno dei maggiori divertimenti per chi possedeva una carrozza, una finestra sulla piazza o partecipava ai sontuosi ricevimenti che si svolgevano, in quelle occasioni, nei palazzi dei Pamphilij e degli Orsini sfarzosamente addobbati. Il popolo vi accorreva in massa, ma rimaneva sulla riva come spettatore, più o meno rumoroso. Fischiava infatti se le note provenienti dai carri musicali non giungevano a "riva", oppure esprimeva ilarità per gli scontri delle carrozze o per le cadute di qualche nobile in acqua. Nel 1676 il lago venne sospeso: si temeva che generasse "aria cattiva". Tornò nel 1703, in onore della regina di Polonia in visita a Roma, dopo che il medico privato del papa, l'archiatra Giovanni Maria Lancisi, aveva dichiarato che non vi erano pericoli per la salute. In quell'occasione il principe Pamphilij entrò in acqua con un maestoso calesse a forma di gondola dorata.
I nobili facevano a gara nello sfarzo delle invenzioni. Carrozze che sembravano imbarcazioni, con tanto di vele e rematori, musici e ninfe, erano uno spettacolo abbastanza frequente. Le cronache dell'epoca sono ricche di racconti su episodi che avvenivano nel lago. Nel 1703 ad esempio un uomo fu ucciso a coltellate in seguito ad una rissa e si verificò un incidente: un cavallo del marchese Corbelli mise infatti una zampa in una buca ed affogò. "Fatta andare via l'acqua per portarlo via morto, bisognò tagliargli la gamba, tanto gagliardamente si era conficcata nella buca". Il diarista Valesio nel 1717 ci racconta invece che alcune dame "forse scaldate dal vino, spogliatesi si sono tuffate in quelle acque". Una di esse, colta da malore, fu salvata da alcune persone gettatesi vestite nel lago. In effetti, a piazza Navona si poteva anche annegare: in alcuni punti l'acqua giungeva quasi ad altezza d'uomo. Ragazzi e monelli "se pijaveno a spinte e sse bbuttaveno nel lago" di loro spontanea volontà, oppure indotti a farlo per allietare i nobili, come nel 1730 quando il figlio del re d'Inghilterra decise di tirare monete nell'acqua per godersi la scena dei ragazzini romani che si gettavano vestiti e si litigavano il bottino.
A volte il divertimento creava però anche problemi di ordine pubblico come quando, il 1 settembre 1753, alcuni "giovenastri travestiti", che avevano "fatte varie impertinenze alle Persone che andavano a godere il fresco di quell'acqua, già tutta disposta per il giorno seguente, furon fatti prigioni". Il lunedì mattina "4 di essi ebbero il pubblico castigo della Corda nella strada del Corso". In piazza Navona - monito costante e sempre ben evidente! - era sistemato stabilmente un cavalletto sul quale veniva frustato chi trasgrediva gli ordini del governatore. In relazione al lago, era prevista la tortura in pubblico per coloro che rimanevano nudi o in "mutande per bagnarsi e notare", e nemmeno i bambini scampavano ad una, sia pure attenuata, punizione corporale.
Nella prima metà del Settecento il lago fu interrotto più volte, soprattutto in concomitanza con la diffusione di epidemie, perché si temeva favorisse il contagio. E così, mentre venivano preparati progetti per migliorare lo spettacolo, che prevedevano l'allagamento di tutta la piazza per effettuare regate su vere imbarcazioni, esso perse la sua peculiarità: la partecipazione di nobili e cardinali che, con le loro carrozze e "navi", talvolta musicali, lo rendevano caratteristico.
Il lago proseguì quale spettacolo popolare, luogo di incontro, corteggiamento, ma anche comoda occasione data ai cocchieri per rinfrescarsi e lavare le proprie carrozze. Andò via via perdendosi la sontuosità, e rimasero soltanto gli spettacoli delle bande militari e dei pompieri. Il lago divenne anche occasione per una manifestazione politica. All'epoca dei moti liberali, alcuni giovani espressero il loro entusiasmo per Vittorio Emanuele facendo galleggiare nell'acqua tavolette tricolori. L'ultimo allagamento venne probabilmente effettuato nel 1865.
Per alcuni secoli piazza Navona fu centro di giochi e divertimenti quali la cuccagna, la riffa, la tombola, nonché degli affari e dei commenti politici della Roma dei papi: a volte, come nel 1702, intervenne persino la forza pubblica, gli sbirri, per sciogliere i circoli di "coloro che volevano adunarsi per discorrere di novità". Era anche luogo di spettacoli teatrali ed esibizioni di vario tipo: vi si trovavano funamboli e saltimbanchi, insieme a personaggi più o meno bizzarri e, in estate, al classico e provvidenziale "cocomeraro". Nell'antica Roma il foro era uno stadio, luogo di gare e di celebrazione di trionfi. Anche in epoca successiva nella piazza si svolsero caroselli e tornei spettacolari, come la storica giostra del Saracino organizzata durante il Carnevale del 1634.
L'immancabile Belli, in un sonetto del febbraio 1833 dedicato a questa magnifica piazza romana, sintetizza i vari ruoli che essa ebbe nel tempo: "Se po' ffregà Ppiazza Navona mia / e de San Pietro e de Piazza de Spagna. / Questa non è 'na piazza, è una campagna, / un treatro, una fiera, un'allegria. / Va' da la Pulinara a la Corzia, / curri de la Corzia a la Cuccagna; / pe' tutto trovi robba che se magna, / pe' tutto gente che la porta via. / Qua ce so' tre ffuntane inarberate: / qua una guja che ppare 'na sentenza: / qua se fa er lago quanno torna istate. / Qua s'arza er cavalletto che dispenza / sur culo a chi le vo' ttrenta nerbate, / e cinque poi pe' la beneficenza".
Dal 1477, ogni mercoledì la piazza diveniva la sede del mercato settimanale di commestibili ed utensili, sino ad allora svoltosi alle pendici del Campidoglio. Frutta e verdura erano invece vendute tutti i giorni. Il rigido regolamento del mercato fu inserito nello stesso statuto della città, e periodicamente le autorità emanarono provvedimenti per far rispettare le regole. Nel 1651 il mercato rischiò la chiusura. Era allora papa Innocenzo X, appartenente a quella famiglia Pamphilij che possedeva un palazzo nella piazza. Il pontefice decise di ristrutturare l'intera area: l'aspetto popolare del mercato strideva con la volontà di rendere la piazza un luogo di prestigio e di passeggio delle carrozze nobiliari. Come riferisce Giacinto Gigli nel suo diario al mese di giugno, si ordinò allora a "fruttaroli, regattieri, librari, ed altri venditori di diverse robbe... che se la cogliessero via". In molti, per aver contravvenuto alle disposizioni, "furno menati in prigione". Iniziarono i lavori. I costi venivano pagati con le entrate pubbliche e l'imposizione di una tassa sui proprietari di abitazioni. Il nepotismo e lo sfarzo della corte papale gravavano pesantemente sulla popolazione, il cui scontento culminava spesso in tumulti. A guardia dell'abitazione della cognata del pontefice, la celebre donna Olimpia, in piazza Navona, furono poste alcune sentinelle, che però non riuscirono ad evitare uno storico furto di gioielli al quale seguì, a quanto si racconta, la beffa. Mentre alcuni servitori, arrestati per il fatto, venivano ripetutamente sottoposti a tortura perché confessassero, alla derubata giunse la lettera di un uomo, che si firmava Felice Felicetti e si attribuiva il furto, inviando anche un parziale risarcimento in denaro.
Non sempre dormivano dunque sonni tranquilli gli abitanti del palazzo Pamphilij. Nello stesso periodo infatti vi fu un assalto popolare, che si risolse con il lancio di alcune monete e molte promesse. La piazza stava intanto mutando aspetto, con la costruzione della fontana dei quattro fiumi e della chiesa di Sant'Agnese, che i racconti popolari considerano simboli della rivalità fra Bernini e Borromini. A torto, bisogna dire, dal momento che la chiesa venne realizzata successivamente rispetto alla fontana.
I venditori, non più ammessi nella piazza, si riversarono davanti al palazzo della Sapienza, allora sede dell'Università romana, per poi essere dispersi. Fino al 1655, alla morte di Innocenzo X, il luogo fu riservato al passeggio delle carrozze e ai divertimenti dei nobili. Ma le traversie per il mercato non erano finite, perché poco dopo venne sospeso un'altra volta, e comunque si trovò sempre in una condizione di "precarietà". Soltanto nel 1869 fu però definitivamente trasferito in Campo de Fiori.

Le Ottobrate fuori porta

Attiravano l'attenzione dei viaggiatori stranieri le festose scampagnate fuori porta delle tiepide ottobrate romane. Abituati ad una atmosfera più austera, i visitatori di passaggio a Roma rimanevano colpiti dal clima gioioso che, dal Settecento, i giovedì e domeniche di ottobre coinvolgeva tutto il popolo.
E' Giacomo Casanova, tra gli altri, a raccontarci una di queste gite... un cronista in verità poco interessato alla festa vera e propria, perché alle prese, come sempre, con una delle sue innumerevoli avventure. Così, nell'autobiografia, lo troviamo a lamentarsi per "la troppo piccola distanza del Testaccio da Roma", ovvero per la brevità della permanenza in carrozza, tempo che gli permetteva di scatenarsi con ardore nelle sue avance, che venivano sempre disturbate sul più bello.
"Siccome Testaccio stà vvicino a Roma - riferisce Giggi Zanazzo - l'ottobbere ce s'annava volontieri, in carozza e a piedi. Arivati llà sse magnava, se bbeveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi s'annava a bballà er sartarello o ssur prato, oppuramente su lo stazzo dell'osteria der Capannone [che allora apparteneva al padre dell'autore], o sse cantava da povèti, o sse se giôcava a mora". Poche parole, che sintetizzano però perfettamente lo spirito della festa.
La collina di Testaccio, accumulo artificiale di frammenti di vasi e rottami vari, aveva lungo le pendici numerose grotte, celebri "catacombe" di un vino definito, nei versi di un tal Valletti, "di tanta gagliardia / che fa cantar più assai di Anacreonte", il poeta greco che celebrò il vino nelle sue opere. Costruite nel Seicento, formavano ambienti con struttura e temperatura ideali per la conservazione di quello che era il vero protagonista di una festa che riprendeva la tradizione degli antichi baccanali, riti pagani in onore del dio Bacco celebrati in occasione della vendemmia.
Chi ne aveva la possibilità si muoveva con la carettella, carrozza a guscio di noce tirata da due cavalli. Era consuetudine che le "minenti", esponenti della piccola borghesia e popolane vestite a festa ed ornate con fiori e piume, andassero in gruppi di sette o nove, come testimoniano numerose stampe ed incisioni dell'epoca. Suonavano, ballavano e intonavano ritornelli che avevano come tema ricorrente i fiori: "Fiore de lino / è la più bella accanto ar vitturino!". Indossavano un cappello in feltro da uomo portato "alla screpante", cioè sghembo, un abito in seta, una giacca di velluto, calze ricamate e molti gioielli. Ogni uomo, con vestiti ed ornamenti particolarmente sfarzosi, aveva con sé uno strumento musicale.
Durante le vignate, gnocchi e maccaroni rientravano spesso nel menù, ma anche trippa e abbacchio figuravano fra i piatti preferiti. A ravvivare la festa c'era il ritmo travolgente del saltarello, ballo tipico delle Ottobrate, molto ammirato dagli osservatori stranieri: "Birimbello birimbello / quant'è bono 'sto sartarello / smovete a destra smovete a manca / smovete tutta cor piede e coll'anca" recitava un ritornello popolare. Il vino faceva intanto i suoi effetti, e gli sbirri inviati a controllare la zona di Testaccio spesso non riuscivano a frenare la confusione, mentre il rientro in città era sempre più chiassoso della partenza. E' ancora Zanazzo a ricordarci che "la sera s'aritornava a Roma ar sôno de le tamburelle, dde le gnàcchere e dde li canti... E ttanto se faceva a curre tra carozze e ccarettelle che succedeveno sempre disgrazzie". Spesso ci scappava pure il morto... come dire, le "stragi del sabato sera" non sono una peculiarità dei nostri tempi! I vicoli della città, illuminati da torce, si riempivano di una folla allegra e schiamazzante, che però non raramente tramutava la baldoria in rissa.
Ancora agli inizi dell'Ottocento Roma era circondata da orti e vigne, e se Testaccio era il luogo preferito dai romani per le vignate, le Ottobrate avevano come mete anche altre zone fuori porta: Ponte Milvio, San Giovanni o Porta Pia, oppure San Paolo, Monteverde o Monte Mario.
Per la festa si spendeva a volte più di quanto ci si potesse permettere: qualcuno ricorreva persino ai "gobbi", ovvero il Monte dei Pegni. Moglie e marito - ironizza L'Almanacco curioso, burlesco, e di divertimento per l'anno 1860 - portavano entrambi al monte, di nascosto, i vestiti dell'altro. Una donna, se prendiamo per buono il suo racconto, si era spinta addirittura oltre: "Ò levato li banchi e ò messo er letto pe' tera; tanto mi marito vie' a casa imbriaco sempre e nu' se n'accorge mica se sta pe' tera".
Ma quando i soldi mancavano proprio e non si poteva, o non si voleva, ricorrere ai pegni, non rimaneva che una festa in "sordina", in una delle ville romane generalmente chiuse al pubblico, ed aperte per l'occasione con "magnanimità" e "benevola condiscendenza" dai loro proprietari. Villa Borghese - ed in particolare l'area del giardino del lago e di piazza di Siena, sistemata alla fine del Settecento - era spesso teatro di giochi e canti.
Si trattava di un incontro più "morale" - che coniugava "la giocondità con la decenza", secondo gli aristocratici scrittori dell'epoca - perché vi mancavano bagordi e vino. Ma, se è vero che si svolgeva in modo più ordinato delle vignate, sicuramente era anche meno allegro. Tra le altre, sono le cronache del Chracas, Diario di Roma, a raccontarci cosa accadeva durante la festa. Sappiamo così che negli ultimi decenni del Settecento e nei primi di quello successivo i principi Borghese allestivano uno spazio per spettacoli la cui magnificenza era molto apprezzata dai nobili - a cui venivano riservate alcune serate e i luculliani banchetti - ma anche dal popolo, tanto che vi era "concorso immenso" di carrozze e di gente a piedi.
Il programma rimaneva più o meno invariato di anno in anno: giostre, orchestre, alberi della cuccagna, giochi vari quali la canoffiena (altalena di gruppo) e - a seconda dei periodi - globi aerostatici, esibizioni equestri o gare atletiche.
Nell'ottobre del 1842, in seguito ad una perlustrazione dei carabinieri durante un volo aerostatico dal Pincio a cui aveva partecipato una folla immensa, in segno di protesta i Borghese chiusero per alcuni giorni la villa, che nel 1849 fu anche colpita dai bombardamenti francesi. Gli spettacoli proseguirono poi nei decenni successivi ma, a differenza del periodo precedente, per assistervi bisognava pagare un biglietto d'ingresso.
L'Ottobrata è anche il titolo di un'operetta dialettale rappresentata nel 1918 dalla Compagnia di Ettore Petrolini, ripresa da Una vignata da Scarpone di Filippo Tamburri e musicata da Cesare Pascucci. La vignata, che si svolge nel ristorante ancora oggi esistente nei pressi di porta San Pancrazio, coincide con la festa per il fidanzamento di Giggia, figlia dell'artigiano Padron Giacomo, con un lavorante del padre. La partecipazione al banchetto di uno scroccone, tale signor Cornacchia, crea situazioni molto comiche facendo però imbestialire i presenti.
La tradizione delle Ottobrate, sopravvissuta alla fine del governo papale, rimase quindi viva ancora nei primi decenni di questo secolo, e persino in un ottobre tristemente impresso nella storia - quello del 1922 - vi fu chi non rinunciò alle scampagnate domenicali fuori porta.

Il Natale

Erano particolarmente turbolenti i romani dei secoli passati durante la notte di Natale e i giorni successivi, a giudicare dal numero di editti emanati annualmente nel tentativo di evitare gli "eccessi" che si verificavano in quelle occasioni. Ma la solerzia delle autorità pontificie non otteneva i risultati auspicati. Le minacciate pene, pecuniarie e corporali, non sempre però applicate, non bastavano infatti a scoraggiare i chiassosi festeggiamenti notturni ed il desiderio di qualche ora di spensierata baldoria. E' vero, i divertimenti dell'epoca erano talvolta un po' pericolosi, tanto che, al posto degli attuali "bòtti", in occasione delle festività (e persino delle processioni religiose) si usava esprimere "allegrezza" con veri spari d'archibugio!
Le autorità non potevano rimanere inerti: la "Natività del Nostro Sig. Giesù Christo" è festa religiosa per eccellenza, e la città santa doveva rappresentare un simbolo di moralità, almeno in quella circostanza. Certo, gli editti ricordavano come "in ogni tempo siano da fuggirsi li strepiti, gridi e rumori di notte, come origine di molti scandali, e occasioni a diversi peccati", ma le feste natalizie erano un momento particolare, durante il quale ci si doveva astenere ancor più dagli "eccessi" e dalle tentazioni terrene e dai "negotij profani". Le norme erano però tanto minuziose quanto disattese.
Nella notte di Natale era vietata la prostituzione, realtà particolarmente diffusa in una città con un elevato numero di celibi, e tollerata in genere per tutto il resto dell'anno. "S'hordina, e comanda - intimano le leggi dell'epoca - a tutte le cortigiane, e Donne di dishonesta vita" di non girare per la città, neanche "sotto pretesto d'andare alle Messe", mentre si vieta loro di ricevere uomini in casa.
Il significato di queste proibizioni è chiaro: più curiose risultano invece oggi alcune disposizioni ripetutamente emanate, in particolare nel Seicento e nel secolo successivo nei confronti delle suore, che non potevano aprire i loro monasteri per far celebrare la messa "fino alla mattina di giorno". Fin qui nulla da obiettare, il divieto è comprensibile, dal momento che le chiese divenivano luoghi in cui, in concomitanza con le feste, si verificavano, oltre a "circoli e colloquij", persino "atti indecenti". Ma alle suore era anche proibito, quale eccesso di "mondanità", allestire presepi, poiché tali occasioni favorivano un riprovevole sfarzo. Le religiose furono dunque oggetto di numerosi provvedimenti restrittivi: per coloro che dovevano dedicare la propria vita alla preghiera, in alcuni periodi venne ritenuta troppo profana anche una eccessiva luce di candele!
Prostitute in casa, monache nei conventi prive di ogni contatto con il mondo esterno, ma anche osterie ed alberghi chiusi per legge dalle due di notte alle sedici del giorno successivo. Non si trattava di un divieto di poco conto: l'osteria era, nella Roma dell'epoca, il principale luogo di incontro. Proprio per questo, nella notte di Natale, si riteneva necessario togliere ogni "occasione di scandali", in modo che i romani potessero "attendere alli Divini officij".
Con questo lungo elenco di divieti, rimaneva ancora qualche lecita possibilità di divertimento? La tombola, che fino alla prima guerra mondiale veniva spesso giocata nelle piazze, era permessa (lontano però dalle chiese), a differenza del gioco dell'oca, semplice ed ingenuo passatempo proibito per legge perché "occasione di molti scandali".
Anche per i giochi leciti, si doveva comunque stare attenti a non fare troppo chiasso, sebbene non si può certo dire che le notti romane durante il periodo natalizio fossero proprio silenziose! Per guadagnare di più infatti gli zampognari, che arrivavano dall'Abruzzo il 25 novembre, giorno di santa Caterina, facevano echeggiare nell'aria le loro melodie pure nelle ore notturne, fermandosi a cantare le novene dinanzi alle edicole sacre, di cui erano piene case e strade, ed i cui lumi costituivano all'epoca l'unica "illuminazione pubblica" della città.
I pifferai portavano dunque una ventata di allegria, ma anche qualche fastidio. Non avevano quindi tutti i torti gli stranieri che, in sosta a Roma in occasione del Natale lamentavano, nei loro diari, che i "suonatori rompessero maledettamente...il sonno!". Stendhal, infastidito, annotava: "Son quindici giorni che siamo svegliati già alle quattro della mattina dai pifferari o suonatori di cornamusa. Farebbero prendere in odio la musica". Sembra invece che i romani fossero meno insofferenti: avevano il sonno più pesante? Oppure, forse, prendevano la vita con maggiore "filosofia", come il Belli che in proposito dice: "E cquelli che de notte nu li vonno? / Poveri sscemi! Io poi, 'na stiratina, / e mme li godo tra vviggijj' e ssonno".
In genere i pifferai, vestiti in modo molto simile ai briganti (mantello, cappello a pan di zucchero e "ciocie" ai piedi), giravano almeno in due: il più anziano suonava la zampogna o cornamusa, il giovane il piffero. Erano un ingrediente insostituibile delle festività natalizie, tanto che secondo Belli non "sii novena, si nun sento sonà li piferari". E' vero però che i romani non comprendevano i testi delle canzoncine, tanto che voci popolari ipotizzavano che potessero recitare: "E quanto so' minchioni sti romani - Che danno da magnà a 'sti villani".
Ricevevano due paoli per ogni novena, ovvero due serenate, la mattina e la sera, per nove giorni. Stendhal riferisce che coloro che avevano paura di essere indicati come liberali, "per essere ben visti dai vicini e non arrischiare d'essere denunciati al parroco" si abbonavano addirittura per due novene, ovvero diciotto giorni. Nel 1870, subito dopo la proclamazione di Roma capitale, fu vietato ai pifferai di suonare in strada.
Zampognari e tombolate allietavano dunque il Natale dei romani dei secoli passati, oltre al tradizionale cenone a base di pesce. Ci si doveva però accontentare di pesci di piccole dimensioni, perché anche in questo campo non mancavano proibizioni e privilegi. I pesci che oltrepassavano la misura di cinque palmi erano riservati ad alcune autorità. Ammirare come spettatori l'abbondanza era però consentito: non rimaneva quindi che recarsi al cottìo. La notte fra il 23 ed il 24 dicembre l'attrazione era costituita dal mercato all'ingrosso del pesce, che nella Roma papale si svolgeva al portico d'Ottavia finché fu trasferito da Pio VII in una pescheria alle Coppelle e poi, dopo l'unità d'Italia, a San Teodoro fino al 1927, quando venne infine spostato ai mercati generali. Il rintocco di una campana segnava l'avvio della caratteristica asta, in cui vigevano convenzioni e termini noti solo agli "iniziati". La popolazione si divertiva in quella particolare atmosfera divenuta anche, per alcuni periodi, una "moda d'élite". Un resoconto del 1922 riferisce infatti: "Dagli alberghi di lusso e dalle case signorili vengono gentiluomini in marsina, dame in abito da ballo, che hanno interrotto il giro delle danze per assistere al caratteristico mercato".
Quanto ai dolci, si mangiava pangiallo - in seguito sostituito dal panettone, di origine milanese - e torrone, acquistato alla fine dell'Ottocento nelle rinomate pasticcerie Scurti a piazza San Luigi de' Francesi, Panelli alla Dogana Vecchia, Loreti a strada papale e Giuliani al Teatro Valle.
Il pontefice attendeva il Natale fra celebrazioni di messe e sontuosi banchetti, mentre "Monzignori e Cardinali" si intrattenevano fra libagioni e spettacoli di musica sacra, ricevendo nella propria abitazione, come ironicamente sottolinea il Belli, una singolare "processione", "Mo entra una cassetta de torrone, / mo entra un barilozzo de caviale, / mo er porco, mo er pollastro, mo 'er cappone / e mmo er fiasco de vino padronale. / Poi entra er gallinaccio, poi l'abbacchio. / l'oliva dorce, er pesce de Fojjano / l'ojjo, er tonno, l'inguilla de Comacchio". L'arrivo del Natale veniva annunciato di buon'ora dallo sparo del cannone di Castel Sant'Angelo.
Molto diffusa a Roma era anche l'usanza del presepio da quando, nel Cinquecento, si iniziò a rappresentare la scena della natività in tutte le chiese e le abitazioni private. Nel 1859 aveva scritto in proposito padre Bresciani: "Voi non potete immaginare come i Romani son destri, fecondi e pieni di poesia nel comporre queste rappresentazioni, che in pochi palmi vi spingono la vista a molte miglia e sanno darvi giuochi di luce, e sbattimenti, scorci e fughe, sollevazioni e abbassamenti maravigliosi!". All'inizio dell'Ottocento le famiglie nobili esibivano statuine di noti artisti, oppure acquistate nell'officina del Volpato o nell'allora celebre negozio di Merico Cagiati. Agli altri non restava che accontentarsi dei più modesti prodotti delle fornaci di Santa Maria in Cappella o di Nino La Vista in borgo Vittorio.
Qualcuno ammetteva il pubblico - il segno di riconoscimento era una corona di mortella sul portone - a visitare il proprio presepio, allietato spesso dal suono degli zampognari. Il più celebre, fra i presepi in abitazioni private, quello della famiglia Forti, si trovava sulla sommità della torre, oggi scomparsa, degli Anguillara nel palazzo, rifatto, che attualmente ospita la cosiddetta Casa di Dante, fra piazza Belli e piazza Sonnino.
Ma fra tutti i presepi ce n'era uno, quello dell'Aracoeli in cui, più di altri, "vi cantano intorno la leggenda e la storia, vi palpita la poesia e la fede del popolo di Roma". E' tuttora allestito all'interno della chiesa, seppure in forma ridotta da quando, nel 1886, nonostante le vigorose proteste inviate all'allora capo del governo De Pretis, i lavori per la costruzione del Vittoriano portarono alla demolizione di parte della cappella. "Fin'a ppochi anni so' - scrive agli inizi del secolo Giggi Zanazzo riferendosi all'Ara Coeli - era er più mmejo presepio che sse vedessi a Roma; e la ggente p'annallo a vvedé ce faceva a ppugni". Protagonista principale era il bambinello, la cui fama andava ben oltre il periodo natalizio. Sulle sue origini la storia ha lasciato il passo alla narrazione fantasiosa: miracolosamente dipinta dagli angeli del paradiso ed altrettanto miracolosamente salvatasi da un naufragio, la leggendaria statuina, scolpita alla fine del Quattrocento a Gerusalemme da un frate francescano con legno di ulivo dell'orto dei Getsemani, sarebbe giunta a Roma nel Cinquecento, dando subito prova dei suoi prodigiosi poteri.
La fantasia popolare si è veramente sbizzarrita. Si raccontano ingegnosi tentativi di furto sventati dallo stesso bambino, in grado di sfuggire ai ladri e tornare sempre al proprio posto. Si narra ad esempio che una giovane straniera, fingendosi ammalata, chiese di poter vedere nella sua casa il bambino, che in realtà voleva possedere. Riuscì a sostituirlo con una copia, ma l'"originale" non si perse d'animo, e tornò all'Ara Coeli. Sono in molti dunque ad attendere ancora oggi il "miracolo": rubata all'inizio del 1994 la statuina, ora sostituita da un sosia, questa volta non ha ancora dato prova delle sue prodigiose doti! Neanche in tempi migliori però i suoi poteri gli permettevano di sventare i furti dei preziosi gioielli che la ricoprivano. Riferisce ad esempio nel dicembre 1738 il diarista Valesio che, mentre i frati porgevano ai fedeli per baciarlo "il S. Bambino nella chiesa dell'Araceli, i ladri servendosi dell'occasione, hanno fatto vari furti". I preziosi erano doni per grazie ricevute: molti romani ritenevano infatti di essere stati guariti dalla miracolosa statuetta, e proprio confidando in queste proprietà i moribondi chiedevano spesso di poterla baciare. Con una vera e propria cerimonia di cui neanche gli "uomini più discoli" "ardirebbero di farsene beffe e sono i primi ad inchinarlo", il bambino veniva quindi trasportato per la città su una carrozza appositamente destinata dal principe Torlonia. La sorte del malato risultava subito evidente: "S'intratanto ch'er Bambino sta dda un moribbonno - riferisce Zanazzo sulle credenze popolari - je se fanno li labbrucci rossi, è ssegno de guarizzione; si ar contrario je se fanno bbianche, è ssegno ch'er moribbonno môre". Alla fine del Settecento, durante l'occupazione delle truppe francesi, il pagamento di una cospicua somma di denaro da parte di un nobile salvò la statuina dal rogo.
Trascorso il Natale, la festa proseguiva anche nei giorni successivi, fino ad arrivare all'ultimo dell'anno quando, oltre a brindisi e baldoria, ci dice Zanazzo, "s'hanno da buttà da la finestra tre pile de coccio piene d'acqua co' tutte le pile". Il primo dell'anno era invece dominato da tradizioni gastronomiche e propiziazioni di rito.

La Befana

Fino a circa cinquant'anni fa, quando a Roma non era ancora arrivata la moda americana dei regali natalizi, anche gli adulti si scambiavano i doni in occasione dell'Epifania. Poi, nel dopoguerra, l'importazione di Babbo Natale ha defraudato del suo ruolo la Befana, quella misteriosa vecchietta, un po' fata e un po' strega, che cattura l'attenzione dei bambini e che la consuetudine fa entrare nelle case attraverso la cappa del camino. A dispetto di tutte le energie impiegate nel tentativo di rivitalizzare la tradizione, è ormai andata persa buona parte del fascino di questa festività, che ancora agli inizi del secolo a Roma veniva chiamata "Pasqua Bbefanìa", perché all'epoca tutte le principali ricorrenze religiose erano definite pasqua. Giggi Zanazzo, poco meno di un secolo fa, ci racconta che ai bambini, "ortre a li ggiocarèlli, s'ausa a ffaje trovà a ppennolone a la cappa der cammino du' carzette, una piena de pastarelle, de fichi secchi, mosciarelle, e un portogallo e na' pigna indorati e inargentati; e un'antra carzetta piena de cennere e ccarbone pe' tutte le vorte che sso' stati cattivi". Apparentemente quindi nulla di nuovo. L'usanza della calza, tutto sommato, resiste ancora oggi, carbone compreso, anche se rigorosamente dolce. Spesso però - affiancata da sofisticati giocattoli - è rimasta solo come doveroso e abitudinario tributo alla tradizione.
L'arrivo della Befana era ricordato dai romani con chiassosi festeggiamenti in strada. Nel secolo scorso - seguiamo ancora l'inconfondibile racconto di Zanazzo - la baldoria "se faceva a Ssant'Ustacchio e ppe' le strade de llì intorno. In mezzo a ppiazza de li Caprettari ce se faceva un gran casotto co ttutte bbottegucce uperte intorno intorno, indove ce se venneveno un sacco de ggiocarelli, che era una bbellezza. Certi pupazzari metteveno fôra certe bbefane accusì vvere e brutte che a mme, che ero allora regazzino, me faceveno ggelà er sangue da lo spavento!". L'iniziativa si concludeva con una sorta di "saldi", come ci ricorda il Belli, infuriato contro quelli che ritiene tentativi di speculazione dei pupazzari di piazza Sant'Eustachio i quali, se all'inizio cercano di "cacciavve l'occhi", al termine della festa "la robba ve la danno pe bbajocchi".
Subito dopo l'unità d'Italia i festeggiamenti sono stati trasferiti in piazza Navona. Incuranti dei progetti che vorrebbero vederle scomparire, ogni anno le solite bancarelle continuano a proporci una "fiera-luna park" poco rispettosa dell'arte e dell'architettura di un'area che, un tempo, era luogo di gare e celebrazione di trionfi. Ma, in fondo, il mercato rappresenta anche un'occasione unica per trovare, oltre a schiere di statuine in plastica prodotte industrialmente, qualche pregevole lavoro artigianale in terracotta dipinto a mano, prodotto dai pochi continuatori di un'attività che sta ormai scomparendo.
Rientrano quindi nella tradizione, costituendo un momento di svago a cui molti romani, affezionati, non vorrebbero rinunciare! Questa polemica infinita, veniamo a scoprire, ha origini remote. Già in una cronaca del 1887 Costantino Maes scriveva infatti: "Finalmente! I casotti della Befana in Piazza Navona, che per tanti anni deturparono in queste feste e in carnevale la più monumentale delle nostre Piazze, non saranno più eretti; saranno permessi soltanto dei tavoli per la vendita dei giocattoli e delle merci". Evidentemente si riferiva alle costruzioni del Comune, la cui distruzione, nel 1886, nel corso dell'incendio del magazzino in cui si trovavano, non ha però, come ben sappiamo, fatto scomparire l'"amato scempio".

I fuochi di "allegrezza"

Simboli di festa e di espressione di gioia i fuochi d'artificio sono, da secoli, uno degli spettacoli più amati dai romani. Un tempo accompagnavano i principali eventi politici, religiosi e di cronaca come le visite di ambasciatori e personaggi illustri, le vittorie militari, i matrimoni e le nascite regali, i successi contro turchi ed infedeli.
Le più antiche notizie di spettacoli pirotecnici a Roma risalgono al 1410, in occasione dell'elezione a Bologna dell'antipapa Giovanni XXIII. Ma la prima girandola di Castel Sant'Angelo, il "fuoco" maggiormente suggestivo fra quelli che illuminarono le notti romane dei secoli scorsi, fu forse effettuata nel 1481. Ebbe poi luogo stabilmente ogni anno per la festività di san Pietro e Paolo, oltre che per le elezioni e incoronazioni dei differenti pontefici. A volte però allietava anche altre festività - il lunedì di Pasqua ad esempio - oppure veniva effettuata "per qualche bona nova in segno d'allegrezza", come si legge nella didascalia dell'incisione di Giovanni Ambrogio Brambilla del 1579. Il pubblico, che giungeva numeroso ad ammirare queste manifestazioni effimere ma strabilianti, si accalcava a volte fino a causare pericolosi incidenti: nel 1638, durante uno spettacolo pirotecnico nella ineguagliabile cornice del Tevere - le cui acque, rispecchiando meravigliosamente i fuochi, offrivano suggestioni uniche - molti spettatori caddero nel fiume.
Anche gli stranieri erano entusiasti: Thomas, nella prima metà dell'Ottocento, scriveva che "I fabbricanti di fuoco d'artificio... romani, sono abilissimi nella loro professione: i loro fuochi sono brillanti, cambiano di aspetto e di colore con effetti sorprendenti".
Oltre agli spettacoli pirotecnici "ufficiali", che si svolgevano in occasione delle varie festività e alla cui realizzazione contribuirono persino artisti del calibro di Michelangelo, numerosi erano gli spari di razzi "casalinghi", effettuati cioè da associazioni, confraternite, singoli sagrestani o semplici devoti.
Privati cittadini, spesso artigiani, festeggiavano, talvolta in concomitanza con le manifestazioni pubbliche, le ricorrenze religiose e le immagini sacre che avevano nei pressi della propria abitazione o nella bottega, magari con un "piccolo girelletto, composto di tutte fontane legate senza pericolo". Numerosissimi sono i documenti in proposito conservati negli archivi romani: Giulio Cermisoni, fuochista, il 23 luglio 1775 chiede ad esempio, ma è solo uno fra i tanti, di sparare "un piccolo giocho matematicho di tutti razzi ligati che fece per benefattori che vogliono celebrar la festa di M. V. del Carmine in Piazza Giudia". L'autorizzazione doveva essere concessa dal governatore, che faceva effettuare un sopralluogo preliminare per accertare l'eventuale pericolo di incendi. I razzi matti, che potevano ferire il pubblico perché non legati, vennero vietati alla fine del Cinquecento.
Particolarmente ricca era la varietà di fuochi disponibili all'epoca. Oltre alle sontuose macchine pirotecniche bruciate nelle piazze romane c'erano, come ci informa Bertolotti, "girelli, razzi, mortaretti, qualche fontana, barchette, filonetti, cassettone, batterie, talvolta designati col pomposo nome di gioco matematico".
Molto ammirati nell'Ottocento furono i "fochetti" che si svolgevano all'anfiteatro Corea nelle domeniche estive, accompagnati da orchestre e illuminazioni artistiche. Anche il Belli ne era colpito, e in un sonetto ricorda che "Ner Musoleo d'Ugusto de Corea / Sce se fanno fochetti tanti bbelli / co razzi, co ffuntane e cco ggirelli, / che cchi nun vede nun po' avenne idea".
Numerose manifestazioni pirotecniche furono effettuate anche negli ultimi anni del dominio temporale dei papi: nel 1860 un folto pubblico si recò ad ammirare lo spettacolo "brillantissimo", molto vario e perfetto artisticamente, della macchina Il Campidoglio in festa realizzata la settimana successiva alla Pasqua da Virginio Vespignani.
Ai tempi di Pio IX una delle principali festività pubbliche fu proprio la "superbissima" luminaria che si teneva il 12 aprile, data fondamentale nella vita del pontefice da quando, nel 1819, aveva coinciso con la celebrazione della sua prima messa. In seguito, nel 1850, il papa tornò proprio quel giorno da Gaeta dopo l'esperienza della Repubblica Romana, e nel 1855, ovviamente proprio nella solita data, uscì "miracolosamente" illeso da un incidente.
Appena giunto il buio, lungo il percorso del corteo papale - dove balconi e finestre erano addobbati con drappi colorati e lanterne - venivano accesi in strada lumini, fiaccole e, con il passare degli anni, fecero la loro comparsa anche grandi croci illuminate, ritratti del pontefice, insomma veri e propri monumenti religiosi. L'aumento dello sfarzo era direttamente proporzionale all'acuirsi della crisi, profonda ed irreversibile, del dominio temporale dei papi. Si moltiplicarono così archi di trionfo, sontuose feste, banchetti e rappresentazioni apologetiche della sovranità del pontefice. Dal 1865 per l'occasione l'Osservatore romano ogni anno, oltre ad illuminare a proprie spese la fontana di Trevi, pubblicò anche, come supplemento al giornale, una guida delle luminarie, che conteneva il programma della festa e la disposizione delle varie bande musicali. Nonostante gli sforzi però la partecipazione popolare andava sempre più diminuendo.

Le processioni

Quando Giggi Zanazzo affermava che nella Roma del "ttempo der papa c'ereno ppiù pprecissione che ppreti", in fondo non si discostava molto dal vero: basta sfogliare i diari dell'epoca per rendersene conto. Oltre alle processioni maggiori, che coinvolgevano tutta la città in occasione delle principali ricorrenze religiose - durante le quali vie e finestre venivano riccamente addobbate con arazzi, tappeti e festoni - ogni rione aveva le proprie cerimonie, molto attese soprattutto perché permettevano di esprimere un po' di "allegrezza". Immancabilmente finivano nelle osterie, in virtù di quella singolare commistione fra sacro e profano che rappresentava un aspetto tipico della Roma papale.
In vetta alle "classifiche" troviamo le solennità mariane (seguite da quelle in onore di sant'Antonio): erano le più sentite dal popolo che venerava, in particolar modo durante il mese di settembre, le differenti immagini conservate nelle varie chiese o nelle edicole sacre. Ma numerose erano anche le processioni delle varie corporazioni e confraternite in occasione del proprio santo patrono, così come quelle effettuate in altre ricorrenze o relative ad eventi particolari: se ne svolgevano dunque per l'ottavario dei morti come per allontanare calamità politiche o sanitarie oppure per maritare le zitelle, tanto per fare qualche esempio.
I provvedimenti legislativi elencavano minuziosamente tutti coloro che erano obbligati a partecipare alle processioni, l'abito cerimoniale che dovevano indossare e le precedenze da rispettare. Le autorità tentavano così, spesso senza risultati, di evitare le continue liti che si verificavano in diverse occasioni. Gli editti vietavano inoltre di tirare razzi e "zaganelle" durante le cerimonie, mentre alle prostitute era proibito recarvisi per farvi "arte di ruffianeria".
Fra le processioni organizzate dalle corporazioni, la principale si svolgeva il 15 agosto - per un periodo venne effettuata di giorno, spesso sotto un sole cocente - in onore del santissimo Salvatore: per l'occasione sfilava per la città la più antica effigie di Cristo custodita nel Sancta Sanctorum del Laterano. Era una sorta di festa del lavoro ante litteram, dal momento che vi partecipavano tutte le associazioni di arti e mestieri. La celebrazione creò però spesso problemi di ordine pubblico: una volta addirittura scoppiò una rissa nel corso della quale l'immagine acheropita fu sfregiata, ma i partecipanti, utilizzando l'occasione, gridarono al miracolo, perché a qualcuno era sembrato di aver visto scaturire sangue umano da un occhio del Cristo. Gli incidenti, che prendevano il via in genere per questioni di precedenza, spinsero le autorità papali dapprima a stabilire l'ordine con cui dovevano sfilare le università ed infine, visto il ripetersi dei disordini, alla totale soppressione della cerimonia, decretata intorno alla metà del Cinquecento.

Le feste dei nobili...

A realizzare le feste pubbliche nelle piazze e nelle ville romane furono spesso, nei secoli scorsi, le famiglie nobili ed in primo luogo, in alcuni periodi, i parenti dei pontefici. Fino agli ultimi anni del governo papale principi, cardinali ed ambasciatori fecero a gara per organizzare, nei loro immensi e stupendi palazzi, sontuosi banchetti, rappresentazioni musicali e teatrali, balli e ricevimenti, ostentazione di un lusso che spesso non corrispondeva più a reali condizioni di ricchezza.
Ancora nei primi anni dell'Italia unita e nella Roma umbertina - vivacemente descritta nelle cronache del giovane D'Annunzio - la nobiltà aveva un gran daffare per riuscire a seguire tutti gli intrattenimenti notturni organizzati da principi e duchesse, circoli ed enti di beneficenza. Trascorso il periodo natalizio la festa proseguiva con il Carnevale, fra balli e mascherate, dove le élite si potevano anche concedere il lusso di gioire nel travestirsi da umili contadini. Certo, era una bella fatica, tutti i giorni in piedi sino all'alba ma poi, finalmente, arrivava la Quaresima, che permetteva di riposarsi un po' con intrattenimenti più tranquilli e seri. A movimentare di nuovo il tutto c'erano però ben presto matrimoni, compleanni, onomastici ed anche, in campagna, battute di caccia e rodei. Non c'è che dire, uno stress continuo!

Il primo maggio dei Colonna

Il primo maggio di ogni anno, in occasione della festività dei due apostoli, i Colonna organizzavano nel loro possedimento annesso alla basilica di piazza santissimi Apostoli, un sontuoso banchetto per principi e prelati, al quale talvolta partecipava anche il papa. Dalle finestre della chiesa venivano poi gettati volatili quali pavoni, quaglie, pernici: nobili ed ecclesiastici si divertivano così, dall'alto delle loro postazioni, ad assistere al parapiglia scatenato nella popolazione che si precipitava per acciuffarli. Veniva inoltre allestita una singolare "cuccagna"; sul soffitto della chiesa infatti si appendeva ad una fune un povero maiale, che era aggiudicato in premio al fortunato che fosse riuscito ad acchiapparlo.

L'apertura di villa Torlonia

Numerose feste si svolsero, in particolare nel secolo scorso, nella gradevole villa romana: tra le altre, si ricordano quelle organizzate nel 1842 da Alessandro Torlonia per l'innalzamento di due obelischi. La prima, che i contemporanei descrissero "senza uguali" pur se turbata e ritardata un po' dalla pioggia, riservata a nobili e cardinali vide anche la partecipazione di papa Gregorio XVI; ai settemila presenti furono offerti rinfreschi e spettacoli quali i fuochi d'artificio e l'ammirato lancio del globo aerostatico. Il secondo obelisco fu invece innalzato nel corso di una festa più popolare, durante la quale oltre ventimila persone parteciparono a giochi, rinfreschi, ed intrattenimenti di vario tipo.
Fino ai primi decenni dell'Ottocento i Torlonia organizzarono anche prestigiose feste danzanti in una sfavillante sala, illuminata per l'occasione con migliaia di candele, del loro palazzo in piazza Venezia demolito agli albori di questo secolo. Erano intrattenimenti molto apprezzati dalla nobiltà dell'epoca, che i Torlonia, famiglia di banchieri di origine francese, utilizzavano soprattutto come forma di promozione della loro attività finanziaria.

... e degli stranieri

Spagnoli e francesi

Nella Roma del Sei-Settecento le potenze cattoliche straniere, ed in particolare Spagna e Francia, crearono una sorta di "piccoli stati" nella città, rendendosi tra l'altro protagoniste di una particolare competizione, durante la quale ininterrottamente tentarono di superarsi nello sfarzo di quei sontuosi spettacoli organizzati in vari luoghi, in particolare le piazze di Spagna e Navona ma anche Farnese e Colonna: rappresentazioni di ogni tipo, colossali macchine effimere, sorprendenti fuochi d'artificio vennero realizzati in occasione di particolari eventi politici oppure soltanto come glorificazioni della monarchia, ma anche in circostanze quali la nascita di figli di sovrani, i matrimoni di principi, la ritrovata salute o i compleanni regali.
Nel 1629 il diarista Gigli riferisce ad esempio che, in occasione della nascita del figlio maschio del re Filippo IV, per quattro giorni "l'Ambasciatore di Spagna in particolare fece dimostrazione straordinarissima, perché non solo fece fare attorno al suo palazzo grandissimi fuochi, ma più volte... lui stesso gettò al Popolo dalle fenestre quantità grande di denari di argento et d'oro", ed inviò viveri nelle prigioni. L'abbondanza e la spettacolarità erano dunque ingredienti fondamentali di feste usate in primo luogo come strumenti di potere e di propaganda ideologica.
Non sempre però le autorità papali accettarono di buon grado le "intrusioni" straniere, tanto che nel 1637, quando gli spagnoli organizzarono una grande festa - come al solito fuochi, commedie, distribuzione di monete - per l'elezione dell'imperatore Ferdinando III il pontefice, leggiamo ancora dalla cronaca del Gigli, invitò i romani a non partecipare ricordando "che il Re de' Romani a Roma era lui, et però, che non si movessero per tal caso".
Nel luglio 1728 invece una enorme macchina progettata dall'architetto Nicola Salvi venne allestita in piazza di Spagna in occasione delle duplici nozze dei figli dei sovrani di Spagna e Portogallo, mentre verso la fine del 1729 in piazza Navona fu la volta dei francesi. Pier Leone Ghezzi realizzò, su incarico del ministro di Francia, uno spettacolare apparato effimero per celebrare la nascita del delfino, il figlio di Luigi XV e Maria di Polonia. I romani apprezzarono molto lo spettacolo e parlarono di "carnevale anticipato", perché durante la festa si svolsero anche alcune corse di cavalli.
Il popolo, che ovviamente non poteva partecipare a ricevimenti, balli e banchetti, interveniva però sempre in massa per ammirare almeno le macchine, i fuochi d'artificio e gli spettacoli in strada. Delle feste degli spagnoli amava soprattutto quelle particolari fontane, costruite per l'occasione, da cui sgorgava vino a volontà.
Imponenti cerimonie venivano predisposte anche per l'ingresso nella città di ambasciatori stranieri; tanta magnificenza era spesso giustificata dal lungo (a volte si protraeva persino per qualche anno) e difficile viaggio che molte delegazioni dovevano sopportare per giungere fino a Roma. Accadde addirittura in più di un'occasione che tutti, o quasi, i partecipanti morissero prima di arrivare nella città o subito dopo l'ingresso. In quei casi non restava che organizzare solenni funerali!

Cristina di Svezia

Personaggio centrale nella Roma della seconda metà del Seicento fu Cristina, la regina di Svezia che, dopo aver lasciato il trono ed essersi convertita spettacolarmente al cristianesimo, visse nella città dei papi un lungo periodo, quasi trentacinque anni interrotti soltanto da alcuni viaggi. Questa figura singolare che a molti apparve inquietante, la cui voce ed i gesti maschili fecero ritenere a qualcuno, all'epoca, che in realtà fosse "Hermafrodito, ma però professava d'esser Donna", fu solennemente accolta a Roma da porta del Popolo, che per l'occasione era stata sontuosamente decorata dal Bernini. Durante il suo soggiorno romano fu un'infaticabile organizzatrice di spettacoli per avvenimenti e ricorrenze di ogni tipo, ma anche tutti gli eventi della sua vita, dalle guarigioni dopo malattie fino alla morte, si trasformarono in occasioni di festa.

Gli artisti a Tor Cervara

Per quasi tutto il secolo scorso, quando a Roma era molto vasta la presenza delle colonie artistiche straniere, le domeniche di primavera fornivano l'occasione per una singolare festa, organizzata dalla Società di Ponte Mollo, sodalizio (per soli uomini) che riuniva gli artisti tedeschi residenti nella città. La cerimonia veniva quindi chiamata dalla popolazione romana "Carnevale dei tedeschi", ma dagli anni Trenta dell'Ottocento iniziarono a parteciparvi artisti di altri paesi, sempre però nordeuropei.
Un bizzarro corteo mascherato, uscendo da porta Maggiore, si recava nelle grotte di Tor Cervara. Dopo un lauto banchetto i partecipanti, spostatisi sul vicino prato dove venivano circondati dalle carrozze dei numerosi curiosi giunti da Roma, si lanciavano in giochi, sfide, parodie e in un curioso "esame di ammissione" generando situazioni comiche e facendo, secondo Zanazzo, "un sacco de mattità" tanto che per alcuni anni la festa fu anche vietata dal governo papale.

Altre feste

Fra le innumerevoli feste che scandivano la vita dei romani dei secoli passati, ne abbiamo qui necessariamente preso in considerazione solo una minima parte. In particolare sono state tralasciate le cerimonie minori, limitate ad alcune zone della città, quelle che si svolsero solo per un breve periodo storico o in occasione di particolari eventi, così come gli anni santi - che meriterebbero una trattazione a parte - e le celebrazioni unicamente liturgiche... anche se in questi casi quasi sempre ci scappava qualche festeggiamento profano!

La benedizione degli animali

Nel rione Esquilino, ai margini di piazza Vittorio, il 17 gennaio di ogni anno, davanti alla chiesa di Sant'Eusebio un'inconsueta "riunione" suscita la curiosità dei passanti. I partecipanti, ignari e non sempre entusiasti continuatori di un'antica tradizione, sono cani, gatti ed uccellini condotti lì dai proprietari per essere benedetti. La cerimonia ha però ormai un carattere modesto, prevalentemente religioso, ben lontano da quello della sontuosa celebrazione che nei secoli scorsi si svolgeva davanti alla vicina chiesa di Sant'Antonio Abate, protettore degli animali.
Per la sua peculiarità l'evento colpiva l'attenzione dei viaggiatori stranieri e fu mirabilmente immortalato da artisti quali Thomas e Pinelli. Se oggi ad essere benedetti sono soltanto gli animali domestici - per i pochi cavalli superstiti delle carrozzelle romane la cerimonia si svolge insieme a quella delle auto il 9 marzo, giorno dedicato a santa Francesca Romana - un tempo vi erano, come tra gli altri ricorda il Belli, molti "porchi, somari, pecore, cavalli...pieni de fiocchi bbianchi, e rrossi e ggialli", oltre a lussuose carrozze di cardinali e principi trainate da cavalli pomposamente agghindati. A rendere il tutto ancor più vivace talvolta apparivano persino gli elefanti dei circhi.
Con una punta di ironia Goethe nel 1787 ricordava una nota dolente della festa: i cocchieri devoti portano ceri grandi e piccoli, "i padroni mandano elemosine e doni, con i quali i preziosi ed utili animali sono garantiti da ogni disgrazia". Il Belli non si lasciava sfuggire quest'ottima occasione per lanciare l'ennesima sferzata contro la chiesa, personificata in questo caso da "cuer pezzo de demonio de don Pangrazzio", che se aveva un gran daffare con il suo aspersorio, ancor più era impegnato a raccogliere le offerte. L'aspetto economico assumeva una rilevanza non secondaria nella cerimonia - che spesso veniva prolungata per alcuni giorni - tanto che qualcuno tentò il business, approfittando della richiesta di funzioni esclusive fatta da alcuni nobili. Nel 1831 il cardinal vicario riconfermò però il monopolio della chiesa di Sant'Antonio, arrivando a minacciare la sospensione a divinis per gli autori di benedizioni non autorizzate.

San Giuseppe

Di quella che agli inizi del secolo Giggi Zanazzo definiva "ffesta granne", durante la quale i "cristiani bbattezzati" mangiavano frittelle e bignè a tutto spiano, è rimasto negli ultimi tempi solo un pallido ricordo nel quartiere Trionfale. Momento clou della festa - che prevedeva anche cerimonie religiose e spettacoli musicali in piazza della Rotonda, ma anche un mostra d'arte sotto il loggiato del Pantheon realizzata dall'Accademia dei Virtuosi - era l'invasione nelle strade dei friggitori, con i loro "apparati, le frasche, le bbandiere, li lanternoni, e un sacco de sonetti stampati intorno ar banco, indove lodeno le fritelle de loro, insinenta a li sette cèli". Il testo dei cartelli osannava i miracolosi poteri dei dolci venduti ("E chi vuol bene mantenersi sano / di frittelle mantenga il ventre pieno") in grado di far tornare la vista ai ciechi, la parola ai muti e persino di far camminare gli storpi... nemmeno una parola però rispetto agli effetti di queste scorpacciate sul fegato!

Il Natale di Roma

A differenza di quanto lo spirito festaiolo dei romani potrebbe far pensare, le celebrazioni per il Natale di questa meravigliosa città che ha appena compiuto 2.750 anni non hanno una tradizione consolidata. Nei secoli passati infatti per lunghi periodi la ricorrenza fu "boicottata" per ragioni di opportunità politica. Dopo un millennio di silenzio, nella seconda metà del Quattrocento gli umanisti riuniti nell'Accademia Romana fondata da Pomponio Leto iniziarono di nuovo a festeggiarla, anche se in privato. Paolo II fu però insospettito da questo tentativo "eretico", che a suo avviso idealizzava il passato con l'obiettivo di limitare la sovranità dei papi. L'Accademia venne quindi sciolta ed i suoi partecipanti finirono sotto processo, pure se in seguito Pomponio Leto fu "riabilitato". Per un po' nessuno parlò del Natale di Roma finché agli inizi del Cinquecento, quando gli ideali umanisti non costituivano più un pericolo per la stabilità politica qualcuno, al contrario, pensò di utilizzare la ricorrenza come strumento per rafforzare il potere papale.
In tempi più recenti, molto partecipati furono i festeggiamenti del 1847, consistenti in un imponente banchetto con ottocento commensali (a cui partecipò anche Massimo d'Azeglio) e un "volantinaggio", ovvero un lancio di cartoline inneggianti alla rinascita dell'antica Roma.
Ma in alcuni periodi, celebrazioni a parte, fu proprio la data della fondazione della città ad essere messa in discussione. Nell'Ottocento infatti si negò validità storica agli eventi sino ad allora comunemente ritenuti veritieri rispetto alla nascita di Roma, che finirono relegati nel campo della leggenda. La città, si disse, non venne affatto fondata da un "Romolo qualsiasi", ma si formò attraverso una progressiva evoluzione. Sorsero interminabili dispute, finché ulteriori ritrovamenti archeologici diedero nuovamente credibilità all'ipotesi iniziale. In ogni caso - evento o processo che sia - il 21 aprile continua, da tempo immemorabile, ad essere considerato il Natale di Roma.

San Marco Evangelista

Il 25 aprile ricorre un compleanno un po' particolare, quello di Pasquino, la celebre statua parlante romana. Fu infatti proprio in occasione della festa di san Marco Evangelista e della processione che da San Lorenzo in Damaso attraversava il rione Parione, che gli studenti dell'Archiginnasio romano donarono la parola al busto marmoreo e gli attribuirono il nome del loro maestro di latino. O almeno, questa è l'ipotesi più probabile. Ogni anno infatti i ragazzi organizzavano una festa goliardica nel corso della quale si esibivano in una gara poetica: nacque così la consuetudine di affiggere i versi, allora in latino, sulla statua che, per quell'occasione, veniva anche ricoperta di drappi e talvolta "mascherata" in conformità con gli avvenimenti di cronaca.

Santa Caterina

Il 25 novembre, che nella Roma dei papi era il giorno stabilito per l'accensione dei "riscaldamenti" (ovvero la legna dei caminetti), nella città giungevano i pifferari. A questa ricorrenza, che annunciava l'arrivo dell'inverno, Belli dedicò anche, nel 1831, un sonetto: "Oggiaotto ch'è Ssanta Catarina, / se cacceno le store pe le scale, / se leva ar letto la cuperta fina, / e ss'accenne er focone in de le sale. / Er tempo che ffarà quella matina, / pe' Nnatale ha da fàllo tal'e cquale. / Er busciardello cosa mette? bbrina. / La bbrina vederai puro a Nnatale. / E ccominceno ggià li piferari / a ccalà da montagna a le maremme / co' quelli farajôli tanti cari! / Che bbelle canzoncine! oggni pastore / le cantò spiccicate a Bbettalemme / ner giorno der presepio der Zignore".

Il mese dei morti

A Roma il mese di novembre era un tempo dedicato a solenni cerimonie funebri, macabre rappresentazioni allestite dalle confraternite in ricordo dei "defunti di Cristo". Nei secoli scorsi la città non aveva però una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri erano disseminati un po' ovunque, accanto alle chiese o all'interno dei chiostri, negli ospedali o presso le confraternite religiose. San Giovanni in Laterano, Santa Maria in Trastevere e il Santo Spirito avevano ad esempio il proprio camposanto. Fosse comuni venivano poi scavate alle porte della città durante le tragiche epidemie di peste e colera.
La più importante cerimonia si svolgeva nella chiesa di Santa Maria dell'Orazione e Morte in via Giulia. Nella cupa atmosfera di una chiesa tappezzata di drappi neri, ceri accesi e fiori veniva esposto un catafalco composto di ossa e teschi, a simboleggiare i temi della morte e della salvezza. Come se non bastasse, due scheletri con clessidra e falce ammonivano: "Ancor noi fummo / come voi / che qui venite...". Queste macabre rappresentazioni colpivano la popolazione romana, che nel Sette-Ottocento si recava in massa nella sotterranea cappella della chiesa, simile al cimitero dei Cappuccini ancora esistente in via Veneto. Al termine delle cerimonie la statua della Madonna del Rosario veniva portata in processione fino al cimitero del Santo Spirito.

La morte come spettacolo

Nella Roma del Cinque-Seicento l'esecuzione delle sentenze capitali, l'uccisione in pubblico del colpevole, assumevano la funzione di monito, di deterrente nei confronti della popolazione. Per questo, le "giustizie" avvenivano spesso nelle piazze romane, e le teste dei condannati rimanevano poi esposte in vari luoghi della città.
Montaigne, in soggiorno a Roma, si era trovato ad assistere all'esecuzione di Bartolomeo Vallante, detto Catena, famoso capo-bandito condotto al patibolo nel gennaio del 1581. Sul luogo dell'esecuzione accorsero migliaia di spettatori, una cifra impressionante, se consideriamo che la popolazione romana si aggirava allora intorno alle centomila unità! Si ebbe un "gran concorso di gente", spiegano gli Avvisi dell'epoca, "perché ognuno desiderava vedere per la fama che aveva: era giovane di 30 anni e ha fatto 54 homicidij, ed è stato 12 anni fuoruscito".
In genere il condannato arrivava sul luogo dell'esecuzione preceduto da un corteo aperto da un gran crocifisso e composto dai membri delle confraternite incappucciati e coperti da un sacco nero, che accompagnavano il malcapitato fra orazioni e riti religiosi. Alla morte seguiva spesso lo squartamento, effettuato in particolar modo sul corpo di condannati che avevano commesso reati in diversi luoghi dello Stato Pontificio, dove poi venivano inviate ed esposte le varie parti del cadavere.

Cavalcata papale a San Giovanni in Laterano

Ancora oggi i pontefici, una volta incoronati, si trasferiscono in San Giovanni in Laterano per la "presa di possesso" della città quali vescovi di Roma. Ma quello che attualmente è solo uno spostamento di alcune macchine, un tempo corrispondeva ad una solenne cavalcata - ricordata da numerose incisioni - a cui partecipavano le più alte gerarchie ecclesiastiche. Un'ingente folla attendeva il passaggio del pontefice lungo le strade (spesso la cerimonia si concludeva anche con un lancio di monete al popolo) ed il percorso, lungo il quale le finestre erano riccamente addobbate, veniva costellato di archi trionfali e di altre strutture effimere in cartapesta, fatte erigere da famiglie nobili e progettate da celebri architetti. Il tutto doveva seguire un preciso rituale: rigidamente regolamentati erano infatti gli abiti, le precedenze ed i vari riti del possesso. Per alcuni secoli si svolse in quell'occasione anche un'altra cerimonia, nel corso della quale una delegazione di ebrei doveva rendere omaggio al neoeletto e consegnargli un dono. Nel periodo in cui il pontefice si trovava ad Avignone, a Roma si svolsero le prese di possesso di senatori e prefetti dell'Urbe.
Molto simili erano anche altre celebrazioni, chiamate hilaritates, cioè allegrezze, in occasione di particolari gesta o imprese del pontefice: rimase celebre quella del 1507 quando Giulio II, il papa guerriero, rientrò a Roma dopo la conquista di Bologna. Accolti con sontuose cerimonie furono però anche personaggi quali Marc'Antonio Colonna, nel dicembre 1571, dopo la vittoria di Lepanto.

E ancora...

2 febbraio. Da un punto di vista un po' particolare, ma certo premonitore, così Goethe descriveva la cerimonia: "Siamo andati alla Cappella Sistina per assistere alla funzione della consacrazione delle candele. Ma poco dopo entrato ebbi come un'impressione spiacevole e pregai i miei amici di condurmi fuori. Perché io pensavo che sono appunto le candele che da 300 anni oscurano quelle superbe pitture ed è l'incenso che con santo disprezzo non soltanto annebbia questi soli dell'arte, ma finirà per cancellarli del tutto".
25 marzo. Per almeno tre secoli nel corso della festa dell'Annunciazione si svolse una, per noi inconsueta, processione. Ogni anno sfilavano infatti, solennemente vestite di bianco, quelle zitelle che avevano ricevuto la dote dell'Arciconfraternita dell'Annunziata. Concludeva il tutto una imponente cerimonia nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva alla quale in genere partecipava anche il pontefice.
1a prima domenica di maggio. Era la festa della Nunziatella, in onore della immagine della Vergine esistente a circa cinque chilometri da porta San Sebastiano, in una piccola cappella in aperta campagna che per l'occasione veniva circondata da baracchette in cui si vendevano cibo e vino.
26 maggio. Ogni anno una cerimonia popolare ricordava san Filippo Neri, quel Pippo Bbono che era molto amato dai romani. La processione percorreva le vie del centro, concludendosi in Santa Maria in Vallicella.
13 giugno. In occasione della festa di sant'Antonio i venditori di fragole, radunatisi in Campo de Fiori con i canestri colmi del loro profumato e colorato frutto, sfilavano per le vie di Roma vestiti a festa, in un corteo aperto da un enorme cesto di due metri di diametro sorretto da baldi giovanotti, cantando canzoncine quali: "Salutamo cor fischietto / S. Antonio benedetto / Trullallero, trullallà / tutti quanti a sfravolà". I festeggiamenti si concludevano con una distribuzione di fragole.
10 agosto. La notte di san Lorenzo è - come tutti sappiamo - da trascorrere naso all'insù a fissare il cielo in attesa di quelle stelle cadenti che, secondo la leggenda, sono le lacrime di san Lorenzo, torturato su una graticola rovente. Un tempo il quartiere di San Lorenzo diveniva la sede di vivaci festeggiamenti: si iniziava con la "solita" processione, che prendeva le mosse dalla basilica patriarcale di San Lorenzo fuori le mura, per poi proseguire, fino a notte inoltrata con giochi, spettacoli, grandi "magnate" e fuochi d'artificio.
15 agosto. Oltre alle cerimonie religiose, Ferragosto diveniva l'occasione per gare e giochi che si svolgevano prevalentemente sulle rive e nelle acque del Tevere oppure a piazza Navona. La giornata si concludeva poi con un'abbuffata a base di fettuccine e pollo da quando, nel 1681, era stato vietato quel cruento passatempo durante il quale alcuni malcapitati paperi venivano ripetutamente torturati prima di essere uccisi e finire, una volta cotti, nel piatto dei partecipanti.
8 dicembre. Relativamente recente è la cerimonia dell'Immacolata Concezione: il dogma fu infatti proclamato nel 1854, mentre quattro anni più tardi venne solennemente inaugurata la colonna di piazza di Spagna.

Bibliografia essenziale

Chiunque voglia leggere qualche testo per approfondire l'argomento, non avrà che l'imbarazzo della scelta! Proprio per l'abbondanza di lavori, abbiamo necessariamente dovuto fare una rigida selezione. Ricordiamo comunque che, oltre ai libri citati - ed in particolare gli inesauribili ed onnipresenti Belli e Zanazzo - preziose miniere di notizie sono i diari e le cronache dell'epoca. Da segnalare il Cracas di Costantino Maes, ricco di curiosità e tradizioni delle feste romane, ma anche la prima serie del Chracas che, da diario essenzialmente di guerra (si chiamava Diario ordinario d'Ungheria), si trasformò poi in un "giornale cittadino", riportando anche particolareggiati resoconti di avvenimenti politici, mondani e religiosi: vi si trovano quindi, tra l'altro, i nomi dei cavalli che vinsero le corse dei barberi, i numeri estratti al lotto oppure la descrizione delle macchine pirotecniche.

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