I BRIGANTI DELLA

CAMPAGNA ROMANA

 

 

Il banditismo nel territorio laziale fra storia e leggenda



Introduzione

 

Di libri sui banditi e i briganti della Campagna romana, e più in generale del Lazio, ne sono stati pubblicati decine, forse centinaia. Si tratta di testi di vario tipo: oltre a numerose ricostruzioni storiche, più o meno interessanti, si trovano infatti molti racconti, ma anche ballate ed opere in versi, eterogenea espressione di una vastissima letteratura popolare dedicata ai leggendari galantuomini della macchia.

Sul brigantaggio esiste inoltre una ricca e vivace iconografia, mentre i fondi archivistici relativi alla materia sono stati fra i più consultati dagli studiosi: insomma, quanto era possibile dire sull'argomento in base alle fonti disponibili è forse già stato detto da tempo, se non altro a livello di analisi e comprensione generale del fenomeno: al più, manca quindi la ricostruzione di altre vicende individuali e di numerose figure minori, oppure l'indagine su alcune situazioni geografiche specifiche.

Eppure, ogni nuovo testo pubblicato sul brigantaggio romano e laziale viene accolto con avido interesse da un vasto pubblico e da qualcuno che, come me, non riesce a "chiudere i conti" con questi simpatici simboli - ma raramente interpreti coscienti - di una protesta sociale generata dalla miseria e tipica delle società rurali dei secoli scorsi, caratterizzate da forti squilibri sociali e dall'incapacità delle autorità di controllare il territorio, ed in particolare le zone periferiche montagnose e di confine. La ribellione si esprimeva allora attraverso forme endemiche di opposizione collettiva e violenta alla legge, ma era pronta ad esplodere in modo virulento in particolari momenti di crisi politica, economica e sociale, come accadde negli ultimi decenni del Cinquecento e, a più riprese, nel corso dell'Ottocento, periodi su cui è quindi concentrata l'attenzione di questo lavoro.

A lungo gli storici hanno discusso sul termine da usare per descrivere il fenomeno: banditismo o brigantaggio? Le conclusioni non sono state unanimi. Bisogna ricordare che tecnicamente, nel Cinque e Seicento, bandito era definito soltanto colui che, in seguito ad un reato commesso, veniva colpito dal bando. Comunemente però si utilizzava il vocabolo in una accezione più ampia, che comprendeva in generale gli autori di furti, omicidi e ferimenti ed i grassatori, pur se non ancora banditi. Nei secoli successivi invece questa impostazione iniziale venne abbandonata, e le fonti dell'epoca iniziarono a parlare sempre più spesso di brigantaggio anziché di banditismo.

Ormai sono arrivata alla convinzione che i briganti siano una sorta di persecuzione! Pullulano infatti nella mia mente da quasi quindici anni, dai tempi degli studi universitari quando, dopo aver trascorso mesi interi all'Archivio di Stato di Roma a leggere e trascrivere centinaia e centinaia di pagine manoscritte dai processi del Tribunale del governatore, discussi una tesi sul banditismo sociale del Cinque-Seicento. Pensavo così di aver terminato lo studio sul tema. Nulla da fare: i briganti mi hanno rapito (del resto, è il loro mestiere!), costringendomi con il loro bizzarro ma irrefrenabile fascino a proseguire nella lettura di dichiarazioni, interrogatori, racconti: mi sono così ritrovata sempre più interna a questo pittoresco mondo, con il desiderio di comunicare le storie, interessanti e divertenti, di cui sono venuta a conoscenza.

Sarà però, necessariamente, un racconto "di seconda mano", privo della sua originaria vivacità. Per restare veramente conquistati dai gentiluomini della macchia sarebbe infatti consigliabile immergersi nella lettura degli atti dell'epoca, che contengono preziose testimonianze rilasciate direttamente dai banditi. Ma ovviamente non è sempre possibile consultare le fonti archivistiche, in primo luogo per problemi di tempo.

Ai più non resta quindi che affidarsi alla carta stampata per avvicinarsi ad un mondo variegato e complesso che comprende, oltre ad alcuni Robin Hood, anche numerosi "banditi comuni", espressione di una società in cui la violenza era largamente praticata da tutte le classi sociali. Anche in questo caso però l'aspirante lettore, pur se ben intenzionato, incontrerà qualche difficoltà, sia per il reperimento dei testi - alcuni, pubblicati da piccole case editrici sono praticamente introvabili mentre altri, stampati nel secolo scorso, sono ormai conservati solo nelle biblioteche - sia perché quasi tutti i volumi affrontano situazioni geografiche o temporali specifiche, e quindi per avere un quadro generale si è costretti a leggere numerosi libri.

Lungi dall'avere l'ambizione di presentare una descrizione compiuta del banditismo e del brigantaggio nello Stato della chiesa dei secoli scorsi, questo lavoro propone però una serie di storie che hanno l'obiettivo di fornire, attraverso un approccio semplice ed in taluni casi divertente, anche alcuni elementi utili per una comprensione più generale del fenomeno. Lo studio potrà poi essere approfondito, da chi lo desidera, seguendo le indicazioni bibliografiche che si trovano al termine dell'esposizione.

Nel racconto si è cercato di rimanere quanto più possibile vicino ad una fedele ricostruzione dei fatti, anche se talune inesattezze sono inevitabili. Le notizie di cui possiamo disporre (e su cui si basano i numerosi libri editi sull'argomento) sono spesso contraddittorie. Non potrebbe essere altrimenti. I briganti appartengono infatti al campo di quella che E. Hobsbawm ha definito la "storia che si ricorda", cioè la tradizione popolare orale che si tramanda di generazione in generazione affievolendosi sempre di più fino a svanire. Le uniche fonti scritte disponibili sono quindi, tranne rarissime e preziose eccezioni, verbali di polizia o dei tribunali, carte ufficiali, insomma resoconti delle autorità incaricate della repressione del fenomeno. E' chiaro che chi considera il banditismo esclusivamente come questione di ordine pubblico non può darci un quadro esauriente delle sue reali caratteristiche e delle cause che lo generano.

In altri testi invece, soprattutto in quelli del secolo scorso - quando il brigantaggio si trovava ancora in un periodo d'oro - la narrazione storica si confonde con la leggenda. Poco importa però, a volte, sapere se il singolo episodio sia realmente accaduto oppure no. Il brigante, in fondo, è anche questo: mito, leggenda e quel pizzico di sogno che, in taluni casi, non guasta!


Il banditismo sociale del Cinque-Seicento

 

 

"Havendo mostrato l'esperienza che il premio facilita l'estirpazione delli Banditi, latroni, homicidiari, sicarii e simili scelerati che, deposto il timore del S. Iddio, del Principe e della Giustitia non cessano di effondere il sangue Humano, romper le strade, svaligiare i viandanti, commettere incendii, rapine et altri orrendissimi delitti, per ordine espresso del N.S. al quale infinitamente preme la quiete et salute de' suoi popoli, acciò che li suddetti malfattori ricevano il condegno castigo, col presente pubblico bando si notificano gl'infrascritti premii, indulti et remissioni...". Così, nel giugno 1585, Sisto V inaugurava il suo pontificato intraprendendo una energica e spietata guerra contro il banditismo, che era esploso in modo dirompente nei domini della chiesa nella seconda metà del Cinquecento. Numerosi e ripetitivi saranno però, anche nel corso del secolo successivo, i provvedimenti legislativi contro i banditi, a dimostrazione del perdurare del flagello e quindi dell'incapacità del governo papale di domarlo.

Le bande scorrevano per la Campagna romana, e più in generale per tutto lo Stato pontificio, saccheggiando le case ed i viaggiatori, uccidendo i propri nemici, danneggiando vigne e frutteti, catturando mercanti e gentiluomini e chiedendo ingenti cifre per il loro rilascio. Clamoroso fu il rapimento attuato da Giovanni Valenti, che pretese un riscatto, per l'epoca astronomico, di 10.000 scudi: dopo poco però il bandito venne catturato e giustiziato dalle autorità papali, che esposero la sua testa a Castel Sant'Angelo con la scritta Re degli Assassini.

Ma la brutalità della repressione militare ebbe soltanto effetti scarsi e transitori, perché le cause del fenomeno risiedevano nella stessa situazione economica, politica e sociale. Le funeste e cicliche carestie, la gravosità delle imposte e la brutalità della loro riscossione ma anche, più in generale, i mutamenti nell'organizzazione sociale delle campagne, peggiorando le condizioni di vita delle popolazioni alimentavano infatti il banditismo. La fine delle guerre d'Italia, nel 1559, lasciando senza impiego un ingente numero di uomini abituati al combattimento, aveva poi fornito altro "materiale umano" alle bande di fuorilegge.

Seppure non politicizzato, certamente non rivoluzionario, privo persino di un programma e di rivendicazioni immediate, il banditismo, in quanto forza organizzata fuori della legalità, fu equiparato ad una rivolta contro il potere. I pontefici dichiararono infatti "ipso facto ribelli e rei di lesa Maestà", ovvero colpevoli del reato politico per eccellenza, non solo i banditi ma anche tutti coloro che davano "aiuto, favore, o consiglio a detti delinquenti, direttamente o indirettamente".

Già Gregorio XIII si era dato da fare per combattere i fuorusciti, pur essendo stato accusato in seguito di non aver affrontato seriamente il problema. Nel 1573 infatti, con l'obiettivo di sradicare un'usanza molto diffusa, aveva soppresso la facoltà per cardinali, baroni e ambasciatori di dare asilo ai fuorilegge; successivamente prese ripetuti provvedimenti contro l'uso delle armi e ordinò di radere al suolo alcune selve, nascondiglio dei banditi. Ma né queste misure, né il ripetuto invio di truppe e di spedizioni punitive riuscirono a far diminuire il fenomeno. Negli ultimi anni di vita del pontefice il numero di fuorilegge che agiva nello Stato della chiesa variava infatti dalle 12 alle 27 mila unità, arrivando quindi persino a superare l'insieme di tutti i soldati al servizio dei principi italiani.

Il nuovo pontefice, Sisto V, per legare la sua immagine al rigore adottato contro i fuorusciti mobilitò anche i biografi e gli artisti dell'epoca: iniziò così una spietata guerra congedando innanzi tutto, in quanto indisciplinate, le truppe assoldate dal suo predecessore ed instaurando un clima di terrore. Le esecuzioni, numerose ed indiscriminate, furono all'ordine del giorno al punto che un cronista dell'epoca arrivò ad affermare: "Sono esposte più teste di banditi a Castel S. Angelo che cocomeri al mercato". L'uccisione in pubblico dei fuorilegge e, successivamente, l'esposizione della loro testa nei luoghi più frequentati della città assumeva la funzione di esempio, di deterrente nei confronti delle classi povere di cui i banditi, tranne rare eccezioni, facevano parte.

Nel corso dei secoli infatti il banditismo ha sempre coinvolto quasi esclusivamente i settori più miseri del mondo contadino, coloro che erano privi di un'occupazione fissa e di un proprio terreno: lavoratori giornalieri e stagionali, pastori e guardiani ma anche numerosi preti di campagna, simboli di un malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale. Negli ultimi decenni del Cinquecento, eccezionalmente, vi fu invece una partecipazione significativa dei nobili al fenomeno perché la crisi di alcune famiglie - mentre ne emergevano di nuove grazie alla politica del nepotismo - aveva esasperato un discreto numero di signori feudali, portandoli alla testa delle formazioni di banditi.

Sisto V tentò anche, ma spesso infruttuosamente, di accordarsi con i governi degli altri Stati italiani per condurre in maniera unitaria e coordinata la guerra contro i fuorilegge in modo da evitare, come spesso accadeva, che costoro trovassero asilo negli Stati confinanti.

Ma la Costituzione emanata il 1° luglio 1585 - così come tutta la sua azione contro i banditi - mirava soprattutto a disgregare le bande dal loro interno, con la promessa di premi e impunità per quei fuorilegge che avessero consegnato, vivo o morto, un loro compagno, e a scardinare il forte legame di solidarietà esistente fra le popolazioni rurali e i fuorusciti. Il primo obiettivo fu in parte raggiunto, anche se solo temporaneamente: fra i banditi si insinuò infatti la paura del tradimento, che ruppe talvolta il vincolo di coesione dei gruppi. Poco efficaci furono invece le misure tendenti a recidere i legami fra fuorilegge e mondo rurale, che trasformarono la lotta al banditismo in una generale persecuzione contro tutta la società contadina ma che non riuscirono, nonostante le severe pene previste, a far collaborare le popolazioni con le autorità, né a togliere ai fuorusciti l'aiuto dei propri familiari e compaesani. Certo, vi fu qualche eccezione, ma si tratta di casi isolati. Ne ricordiamo uno. Un celebre bandito, tal Della Fara, si recò una notte dai guardiani di Porta Salaria chiedendo loro di portare i suoi saluti al papa e al governatore. Sisto V, non potendo sopportare la provocazione, minacciò di infliggere pesanti pene corporali ai parenti del bandito. Dopo neanche un mese, al pontefice fu recapitata la testa del fuorilegge.

Al termine del 1585 il banditismo sembrava scomparso dalla Campagna romana, tanto che le autorità già cantavano vittoria. Nel 1589 però il fenomeno assumeva di nuovo il carattere di una protesta generalizzata: la carestia era il motivo contingente che faceva esplodere la rivolta. Durante i brevi pontificati di Urbano VII, Gregorio XIV e Innocenzo IX i fuorusciti continuavano ad aumentare; si cercò di contrastarli rendendo più efficienti le forze incaricate del mantenimento dell'ordine pubblico. Anche Clemente VIII, eletto nel 1592, tentò di risolvere il problema con la repressione militare mediante numerose spedizioni di soldati, che effettuavano però più saccheggi e furti dei fuorilegge contro cui dovevano combattere.

Nel 1595 il banditismo aveva ancora una notevole rilevanza e diffusione. Paolo Paruta, ambasciatore veneziano partito in quell'anno da Roma, così riferiva al Senato di Venezia: "Mi è stato affirmato da chi può saperlo ascendere a più di cinquantamila quelli che si trovano descritti ne' libri pubblici come banditi, che sono sparsi in diversi paesi". Un numero ingente di uomini - in rapporto al totale di abitanti dello Stato della chiesa, che era allora di circa un milione e mezzo di persone - si organizzava dunque al di fuori della società.

Fra i vari provvedimenti emanati all'epoca, alcuni sono veramente singolari o curiosi, come la mobilitazione delle autorità papali per l'abolizione dei ciuffi. Bisogna ricordare che a quei tempi quando veniva effettuata la cattura di un poco di buono, l'arrestato era spesso descritto, nel ritratto contenuto nei verbali, con una "zazzera o ciuffo, che porta di qua e di là dell'orecchie", oppure con "una ciuffara che pare bandito". E allora, per far cessare il "brutto uso di portare ciuffi ai giovani, il quale è solo conveniente alle donne", fu addirittura impiegato il capo della polizia: come riferisce un Avviso del 26 luglio del 1600 il Bargello di Roma ricevette infatti il bizzarro ordine di andare in giro per le strade della città a tagliare tutti i ciuffi che trovava.

Esaurite alla fine del Cinquecento le forti ondate che tanto avevano preoccupato i pontefici dell'epoca - soprattutto grazie all'arruolamento dei fuorilegge per la guerra d'Ungheria e la conquista di Ferrara e all'attenuarsi per alcuni anni delle carestie che avevano pesantemente colpito la popolazione - per tutto il Seicento il banditismo rimase comunque molto diffuso, tanto che le autorità continuarono ad emanare in materia periodiche e severissime "leggi speciali".

 

 

Marco Sciarra

 

Era l'autunno del 1590 quando iniziò a circolare sempre più insistentemente la voce che alcune centinaia di banditi si preparava­no ad entrare a Roma per ricattare i cardinali riuniti in conclave. Due formazioni di fuorilegge si trovavano in effetti da alcuni mesi alle porte della città effettuando numerosi saccheggi e scorrerie. Composte, ognuna, da alcune centinaia di fuorusciti, erano guidate da due fra i capi-banditi più celebri della seconda metà del Cinquecento: Marco Sciarra e Battistello da Fermo. Il più famoso era certamente il primo.

Abruzzese, "homo, benché di vil condizione, d'animo e di spirito elevato" - come lo descrive Tommaso Costo, scrittore napoletano del tempo - lo Sciarra si era unito ai banditi nel 1584 riuscendo ben presto, con la sua fortis­sima personalità ed un notevole ascendente, a porsi a capo di un esercito composto da un migliaio di uomini, che fu in grado di resistere per un tempo record, circa sette anni. Partendo dall'Abruzzo i banditi avevano un vasto campo di azione che abbracciava, tra l'altro, lo Stato della chiesa, dalle Marche alla Campagna romana. Più che "un'accolta di fuorilegge disperati, la sua era una vera e propria formazione di guerriglieri", ha sottolineato lo storico Rosario Villari, guidata da tre luogotenenti: Pacchiarotto, Battistello da Fermo e Luca, fratello di Marco. I giovani che si univano ai fuorilegge erano pagati, ma dovevano rispettare le norme di comportamento conformi all'ideale sociale del loro capo.

"Marcus Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pe­cunias otiosas": così, si racconta, amava definirsi il fuorileg­ge abruzzese, un caso unico nel panorama del banditismo cinquecentesco. Gli stessi Avvisi, i "giornali" dell'epoca, dovettero infatti riconoscere che la paura dei banditi era diffusa solo nelle classi elevate, perché lo Sciarra prelevava denaro ai ricchi per donarlo ai poveri, operando una redistribuzione della ricchezza a tutto vantaggio delle classi meno abbienti. In alcune terre occupate nel Regno di Napoli la banda aveva effettuato anche un tentativo di organizzazione amministrativa, ed i fuorilegge si erano fatti portatori di un confuso orientamento politico che li aveva condotti a compiere, oltre alle tradizionali azioni contro i ricchi, alcuni attacchi contro soldati e ufficiali governativi.

Con il soprannome di Re di Campagna, Marco Sciarra era dunque giunto nelle vicinanze di Roma aiutato dal mondo contadino, dopo essersi scontrato con le truppe del viceré. Inutilmente Sisto V, tramite una crudele repressione con­tro tutta la società rurale, aveva tentato di spezzare l'ap­poggio fornito ai banditi: le truppe in­viate dal governo per combattere i fuorilegge trovavano da parte dei contadini un'ostilità che a volte si tra­sformava in vera e propria resistenza armata. Le popolazioni avevano le loro buone ragioni. Se i banditi rispettavano in genere i beni ed il modo di vita dei poveri, i soldati inviati per combatter­li seminavano invece il terrore.

Nel corso dell'estate la situazione politica divenne partico­larmente instabile. Sisto V scomparve infatti nel mese di agosto ed il suo successore, Urbano VII, morì improvvisamente dopo soli dodici giorni di pontificato, mentre i contrasti sorti fra il granduca di Toscana Ferdinando I e gli spagnoli portarono ad un'a­spra contesa. Le due fazioni tentavano con ogni mezzo di so­stenere i propri candidati. I banditi rappresentavano dunque una pesante minaccia, ed il diffuso timore che potessero essere stru­mentalizzati dalle parti in causa non era infondato. A peggiorare la situazione c'era la carestia che imperversava a Roma: gli spagnoli utilizzarono abilmente la circostanza promettendo l'approvvigionamento della città in cambio dell'elezione di un loro candidato al soglio pontificio. Il grano rimaneva intanto bloccato nel porto di Napoli, e il malcontento della popolazione accresceva l'instabilità.

La situazione giunse però ad una svolta con l'elezione di Gregorio XIV, uno dei favoriti degli spagnoli e con l'assedio dei banditi nella Campagna romana, nel dicembre del 1590. Marco Sciarra riuscì a fuggire, dopo una dura battaglia alla quale partecipò anche Alfonso Piccolomini. Iniziava però, per il capobanda e per i suoi uomini, il periodo della decadenza, nel corso del quale il gruppo arrivò anche a scontrarsi con quelle popolazioni che sempre erano state dalla parte dei banditi. Nell'aprile del 1592 lo Sciarra ed i suoi compagni, diretti probabilmente verso Subiaco, chiesero alle autorità di Cerreto Laziale l'autorizzazione per poter passare pacificamente attraverso il paese. Il permesso non fu concesso, ed i banditi si ribellarono incendiando alcuni casolari e mettendo la zona sotto assedio. Poiché da Roma non arrivavano le truppe richieste, i cerretani decisero allora di combattere direttamente i briganti, servendosi dell'aiuto di alcuni uomini armati fatti accorrere dai paesi vicini e di uno stratagemma. Dopo aver legato un supporto cosparso di materiale infiammabile alle zampe posteriori di una gatta, il povero animale - involontario kamikaze a cui qualche anno fa, a quattrocento anni dall'episodio, alcuni artisti hanno dedicato un monumento in bronzo - fu gettato, dalle mura, all'interno dei fienili dove i banditi, accampati, erano immersi nel sonno. La sorpresa portò ad una schiacciante vittoria dei cerretani, ma costoro si ritrovarono però ben presto a dover fronteggiare l'incendio che, allargatosi, minacciava ormai il paese. Anche per questo inconveniente fu comunque trovata una soluzione: gli ingegnosi cerretani ricorsero infatti a S. Agata che, si diceva, aveva già fermato in Sicilia la lava dell'Etna:  tramite questa invocazione, furono ancora una volta raggiunti i risultati sperati.

La banda aveva ormai perso l'unità che la caratterizzava negli anni precedenti: Marco Sciarra e tre­cento suoi compagni passarono allora al servizio della Repubblica di Venezia per combattere gli Uscocchi. La tensione, già esistente fra Venezia e lo Stato pontificio, crebbe enorme­mente, tanto che fu inviato a Roma un ambasciatore per tentare di convincere Clemente VIII a desistere dalla richiesta di farsi consegnare i banditi. Alla fine i veneziani dovettero cedere: ai fuorilegge fu improvvisamente dato l'ordine di imbarcarsi per Creta dove avrebbero dovuto sostituire le truppe decimate dalla peste. Dopo essersi ribellato al comando, Marco Sciarra riuscì a fuggire e a ritornare clandestinamente, insieme ad alcuni suoi compagni, nello Stato della chiesa.

Nel 1593, vicino ad Ascoli, il capo bandito venne però ucciso dal suo compagno Battistello, che in cambio ottenne dal governo papa­le la grazia per sé e per numerosi altri banditi.

 

 

Alfonso Piccolomini

 

L'alone di leggenda nato intorno alla figura di alcuni capi-banditi della fine del Cinquecento ha dato origine a fantasiose narrazioni che, pur essendo ben poco veritiere, sono però entrate a far parte della tradizione popolare. Si racconta ad esempio che in una locanda di una pic­cola località nei dintorni di Roma un commerciante inglese incontrò uno sconosciuto dall'aspetto imponente ed affasci­nante. Il misterioso uomo, entrato in confidenza con il viaggiatore, lo esortò a non attraversare l'Abruzzo, frequentato da una banda di briganti, ben diversi però dai "vili e volgari assassini". Dal momento che il commer­ciante era determinato nel voler proseguire comunque il viaggio, lo sconosciuto gli die­de allora un bottone d'argento, da mostrare ai fuo­rilegge nel caso di un assalto. Il regalo ebbe un ef­fetto magico; i banditi fecero persino la scorta al commer­ciante perché arrivasse a destinazione senza fastidi. Dopo un lungo cammino i viaggiatori incontrarono nuovamente, in una casa isolata, il donatore del prodigioso bottone. Alfonso Piccolomini rivelò così la propria identità, riper­correndo le tappe più importanti della sua vita per poi conge­darsi fornendo al gruppo una scorta per proseguire nel cammino.

Duca di Montemarciano e feudatario a Firenze oltre che nello Stato della chiesa, Alfonso Piccolomini, nato ad Acquapendente nel 1558, è certamente il più noto fra i signori feudali che negli ultimi decenni del Cinquecento, in seguito a dissensi con le autorità pontificie, si posero a capo di bande di fuorilegge. I contemporanei si schierarono spesso dalla parte dei ribelli, o comunque ne compresero le ragioni: il diario di Lelio Della Valle riferisce ad esempio che "essendo stato per ordine de papa Gregorio decimoterzo ruinato Monte Marciano al Signor Alfonso Piccol'homini, e fattoli molti danni l'anni passati sotto il governo de Monsignor Aragonia nella Marca, il detto signore per disperazione si mise fuora con molti homini forusciti".

L'indomito duca, prepotente come tutti i nobili dell'epoca, fu dunque colpito da alcuni provvedi­menti di Gregorio XIII quali il sequestro del suo feudo e la demolizione di un castello che il bandito aveva trasformato in rifugio per i fuorilegge. Imprigionato a Siena, Alfonso fu rilasciato a patto che non mettesse più piede nello Stato della chiesa. Ben presto però infranse gli accordi, irrompendo con circa 300 uomini nelle allumiere di Tolfa ed ordinando ai presenti - che ubbidirono in massa - di lasciare la zona entro otto giorni perché i banditi sarebbero tornati per bruciarla. Piccolomini, che si era prefisso di "levare l'intrate al Papa", aveva colpito nel segno, perché le cave di allume costituivano una delle principali risorse economiche per le casse pontificie.

Nel 1581 giunse a Roma la notizia della presenza, nelle Marche, di Alfonso Piccolomini e dei suoi seguaci, che avevano assaltato un convento e saccheggiato la città di Ascoli uccidendo il governatore, ma sembra che le truppe inviate dal papa contro i banditi, guidate da Latino Orsini, si rifiutarono di com­battere i fuorilegge.

Questo leggendario capo-bandito, che si era lasciato crescere una folta barba e lunghi capelli, retribuiva sempre i suoi uomini e cercava, per quanto possibile, di non danneggiare le popolazioni. Aveva come nemici principali, oltre a Gregorio XIII - che pose sul suo capo una taglia di ben 4.000 scudi - coloro che difendevano lo Stato dai fuorilegge, ed in primo luogo Giacomo Buoncompagni e Latino Orsini a cui, tra l'altro, venne distrutto un mulino di notevole valore. A differenza degli altri banditi, che lottavano più o meno coscientemente contro il sistema dei ricchi, Alfonso attaccava quindi direttamente il "cuore dello Stato".

Godendo di potenti appoggi in Toscana - fu persino favorito dal granduca Francesco de' Medici - il nobile ribelle poteva agire pressoché in­disturbato; nel 1583 riuscì anche ad entrare in Roma dove, con un Breve pontificio, gli venne concesso il perdono. Grego­rio XIII non vedeva altre possibilità, dopo aver speso in un anno, senza risultati, 70.000 scudi per combattere il bandito.

   In seguito ad una mediazione del cardinale Medici il Piccolomini poté stabilirsi, con altri fuorilegge, nel suo feudo di Montemarciano finché i dissensi con Francesco II della Rovere duca di Urbino (nei cui  possedimenti il bandito andava largamente taglieggiando) lo portarono nel novembre 1584 a partire per la Francia dove erano in corso le guerre di religione. Ma anche l'avventura francese durò poco e nel 1585 Alfonso è di nuovo in Italia, al servizio del granduca Francesco I, per combattere i banditi nel territorio di Siena. Il suo spirito ribelle, l'insofferenza nei confronti di ogni autorità dovevano però ricondurlo di lì a poco nuovamente sulla scena come capo-bandito, prima al servizio degli spagnoli poi via via sempre più solo.

Nell'ottobre 1590 riuscì ad entrare nel Lazio e ad unirsi alla banda guidata da Battistello da Fermo, che agiva nelle vicinanze di Roma, a La Storta, Prima Porta e Malagrotta. Alfonso continuava a tenere un comportamento impeccabile, come riferisce una cronaca dell'epoca: "Dovunque va tratta modestissimamente, ricercando i fattori de gentiluomini per cortesia di essere alloggiato et ricevere da mangiare per sé et per li cavalli, et quando va all'osteria, che vi va di rado, paga ciò che piglia et non permette che si faccia danno in luogo alcuno".

Godeva comunque ancora, seppur in misura notevolmente minore rispetto al passato, di alcuni appoggi influenti, come quello della potente famiglia dei Colonna. L'estrema mobilità e gli astuti accorgimenti - talvolta si serviva persino di un sosia, tal Giovanni Paolo da Brescia - rendevano difficile alle autorità pontificie una sua localizzazione. Mentre si intensificavano le azioni ed i saccheggi dei banditi nella Campagna romana, Piccolomini, dopo aver sconfitto le truppe pontificie a Palidoro, si unì nei pressi di Caprarola a Marco Sciarra. I due capi-bandi­ti riuscirono a mettere insieme circa cinquecento fuorileg­ge, cioè un numero veramente consistente di uomini, soprattutto in considerazione della situazione di profonda instabilità politica in cui versavano allora i domini pontifici.

Nel giro di pochi mesi iniziò però l'epilogo della vicenda di Alfonso, ormai abbandonato a se stesso. Alla fine di novembre le autorità papali diedero il permesso alle truppe granducali di entrare nei domini pontifici per combattere i fuorilegge. Il 6 dicembre si svolse la battaglia deter­minante alla quale partecipò anche Marco Sciarra. Le milizie pontificie guidate da Virginio Orsini, insieme e quelle toscane alla cui testa vi era Camillo del Monte, pur non riuscendo ad accerchiare i banditi, crearono però tra le loro fila un disorientamento dal quale i fuorilegge non furono più in grado di uscire.

Le truppe granducali proseguirono la lotta contro il signore ribelle finché, il 5 gennaio 1591, riuscirono a catturarlo a Forlì, in territorio pontificio. Sorsero aspri contrasti fra la corte toscana e le autorità papali, che desideravano avere nelle proprie mani una preda così ambita: per una parte della nobiltà e delle gerarchie ecclesiastiche l'eventualità di una confessione del bandito rendeva infatti temibile la sua per­manenza nelle carceri di Firenze.

Ma Ferdinando I non aveva interesse a pubblicizzare in­trighi e protezioni; dopo un processo a porte chiuse la vi­ta del Piccolomini si concluse il 16 marzo 1591 quando, senza che mostrasse alcun pentimento, fu impiccato a Firen­ze, al ferro del palazzo della Podestà. Fra il popolo circolò allora questo epitaffio: "Qui giace Alfonso, e il fausto e l'alterezza/ Sua, che turbò Gregorio, el fuoruscito/ Corse le Marche, e depredò quel lito/ Con genti al sangue e alle rapine avvezza/ Quando l'Etruria, a sdegno, e quella Altezza/ Mosse, a cui fu di ribellarsi ardito/ Taglieggiò il Latio, al fin preso e schernito/ Perdé ciò che fra di noi più s'ama, e apprezza/  O del instabil Dea raro e mirando/ esempio, quei che del suo nome piena/ Havea tutta l'Italia e pieno il mondo/ Drento a l'alma città che i Toschi affrena/ Dal ferro si famoso e memorando/ Pender si vede, vergognoso pondo".

 

 

Francesco Marocco

 

Nel 1607, in un campo vicino Tor San Lorenzo, veniva catturato un anziano capo bandito, Francesco Marocco, soprannominato Tartaglia. Le dichiarazioni rilasciate ai giudici dai numerosi testimoni esaminati dopo il suo arresto ci descrivono un fuorilegge quasi leggendario, che "ne haveva fatte tante, che no ci era stato mai nesuno che ne haveva fatte più di lui, né Marco di Sciarra, né Battistella né Pacchiarotto né altri banditi famosi". Eppure le uniche tracce di questo bandito giunte sino a noi sono proprio quelle contenute nei verbali dei processi del Tribunale del governatore, che era l'autorità competente nei giudizi contro i banditi. Questi atti, preziosi per conoscere la cultura e le abitudini delle popolazioni dell'epoca, sono oggi conservati nell'Archivio di Stato di Roma, in corso Rinascimento, a due passi da piazza Navona.

Il mitico Tartaglia ha dunque goduto di una gloria effimera, come quasi tutti i paladini popolari dei secoli scorsi, dimenticati da libri e manuali e relegati nel campo della "storia che si ricorda". Per ricostruire la vita e le azioni di Francesco Marocco lasciamo la parola ai protagonisti, i testimoni e gli imputati del processo istruito dopo la sua cattura, e al linguaggio colorito e un po' sgrammaticato tipico dell'epoca.

Certo, si tratta di una fonte sicuramente parziale, dal momento che le testimonianze e gli interrogatori sono stati rilasciati ad una istituzione giudicante. Ma, oltre al fatto che purtroppo, non disponendo di altre informazioni, non abbiamo possibilità di scelta, va detto che nel leggere questi fogli manoscritti corrosi dal tempo e percorsi da una grafia spesso difficile da decifrare, si ha l'impressione che le dichiarazioni siano per lo più spontanee e veritiere.

Tartaglia era nato a Vicalvi, un paese vicino Sora compreso all'epoca nel Regno di Napoli, ma fu ben presto costretto a fuggire dalla sua patria in quanto autore di un omicidio. Un giorno infatti era riuscito a scovare uno degli uccisori di suo fratello, un tale "chiamato Tomasso Compagna che faceva il bifolco nel territorio di Monte Rotondo, et li fu adosso co Martino de Alvito bandito et lo buttorno in terra cioè lo feciro sedere et gli fecero racontare per che causa haveva amazzato suo fratello, quello disse che l'haveva fatto ad instantia d'alcuni di Vicalvi et li nominò, et che si erano accordati et havevano messi dieci scudi per uno che l'havevano dati a loro che l'amazzorno, et dopoi fattolo confessare questo l'amazzorno, et al'hora Francesco se ne tornò in Regno et se accostò ad altri capi banditi".

Iniziava così una carriera che ben presto lo avrebbe portato ad essere protagonista di episodi clamorosi come quando, accordatosi "co quattordici altri banditi la mattina della festa del Corpo di Cristo entrò in Vicalvi mentre se diceva messa et entrorno in Chiesa cioè esso Francesco et m.ro Gio., et l'altri aspettorno fora, et tagliorno la fune delle campane et caporno quelli volevano et li legorno co quelle fune delle campane et li menorno fora et lì fora della porta della Chiesa l'amazzorno che furno dieci li morti, et tra l'altri ci fu un notaio co tre figlioli et così cominciò andare in campagna con banditi... che questo fu cinq o sei anni innanzi l'anno santo di Papa Gregorio", più o meno dunque nel 1570.

Trascorse quindi alcuni anni nello Stato di Bracciano presso Paolo Giordano Orsini ritrovandosi a servire, insieme ad altri fuorilegge, Marcello Accoramboni e Paluzzo Mattei. All'epoca i  nobili, per risolvere le loro inimicizie o per motivi di difesa personale si servivano molto spesso dei banditi, uomini d'azione che, esperti di armi e combattimenti, erano certamente, per questo scopo, i più affidabili. Del resto la mancanza di motivazioni ideali nei fuorusciti li spingeva - magari per essere protetti oppure soltanto per sopravvivere - a mettersi al servizio dei propri nemici naturali, nobili e ricchi.

Francesco si era poi trasferito in Sicilia perché, come lui stesso riferisce, "se diceva che là era abondantia grande". Sul suo capo pendeva intanto una taglia di 300 scudi messagli da Gregorio XIII per i delitti commessi fra Formello e Bracciano. Ad un certo punto aveva però deciso di muoversi dall'isola per trovare il denaro necessario per recuperare alcuni suoi beni che gli erano stati tolti "con il mezzo della giustitia", come pegno per un debito non pagato. Era quindi rimasto a Roma dieci giorni "vivendo per l'amor de Dio accattando": quando fu catturato, "morto de fame", stava lavorando in un campo.

L'anziano bandito, come viene riferito dallo sbirro che effettuò il suo arresto, "è tutto corvellato d'archibusciate per la vita". Lo stesso Tartaglia descrive al giudice in che modo gli furono provocate le ferite, ricordate dalle numerose cicatrici che ricoprono il suo corpo: "questa poca parti dell'orecchia sinistra che me manca fu un archibusciata... et questa cicatrice sulla gola sono stati pugnalati". Erano i risultati di un agguato ordinato da Marcello Accoramboni, che pure il bandito aveva servito. Ma Francesco era già stato colpito precedentemente: "queste archibusciate che ho nella mano et nelli fianchi me fu tirato a Scrofano mentre tagliavo il grano et l'orzo che me fu tirata di dietro una fratta che io no veddi chi me tirasse, ma fu detto che era un certo Figura da Scrofano"; il rancore era generato dal fatto che il fuorilegge frequentava un suo nemico. In un'epoca in cui spesso, data l'assenza di cure efficaci, si moriva anche in seguito a ferite molto lievi, Tartaglia sembra quasi circondato da un alone di invulnerabilità. Suo cugino Arcangelo ad esempio, nel parlare di lui, arricchisce il racconto di molti particolari, sicuramente frutto della fantasia di quest'uomo, che evidenziano però l'ammirazione per il capo bandito, capace di togliersi "da se stesso un pugnale dalla gola".

L'anziano fuorilegge, vecchio "di mille anni" secondo il garzone catturato insieme a lui, non conosce la propria età, ma riferisce di ricordare tre giubilei: dovrebbe quindi avere fra i sessantacinque e i settant'anni, una meta veramente invidiabile per un bandito del suo calibro!

Nel corso degli interrogatori cui viene sottoposto, Francesco fa di tutto per presentarsi come un uomo stanco, che non desidera altro che un po' di tranquillità e per il quale i tempi delle clamorose azioni sono solo un lontano ricordo, tanto da scoppiare in lacrime di fronte ai giudici implorando misericordia. Ma le dichiarazioni dei numerosi testimoni esaminati fanno emergere una figura ben diversa!

Con una sorta di mal celata ammirazione il capo bandito viene infatti presentato come un uomo ancora nel pieno delle sue capacità. Secondo un testimone, Francesco sarebbe arrivato nella zona perché chiamato da Arcangelo "per una sua inimicitia che haveva con certi di Giansano di casa Rotondi et detto bandito si chiamava Tartaglia et li haveva confessato che ne haveva fatte più che Marco di Sciarra, et haveva amazzato dodeci homini nella chiesa di Vicalvi sua patria, et a una terra detta Scrofano ci haveva amazzato doi signori, et lui era venuto co dui compagni, et voleva fare la compagnia, et di casa Rotondi di Giansano no ci voleva lasciare manco li gatti, et il Guercio di Civita non ne haveva fatte tante quante lui".

In modo analogo un altro testimone, dopo aver accostato Francesco ai più celebri fuorilegge degli ultimi anni del Cinquecento, riferisce di aver avuto con lui questa discussione: "me dimandò se io conoscevo un certo Domenico Antonio Rotondo, et io gli dissi che 'l conoscevo... et lui alhora disse io voglio fare cinque o sei compagni, et cacciarme un capriccio, et ritornare via, il che io sentendo gli dissi come era possibile che gli fusse bastato l'animo a fare tanto gran cose tenendo lui il capo nella fossa, et che haveria fatto meglio attendere al Anima, che attendere a si fatte cose, et lui rispose no guardare che sono vecchio per che ancora mi basta l'animo di fare qualche cosa... bel recatto se potria fare".

Qualcuno riferì le presunte intenzioni dell'anziano Tartaglia a Domenico Rotondo che, denunciando il bandito e facendolo catturare, pose così termine ad una lunga e leggendaria carriera.

 

 

Giulio Pezzola

 

La notte di Natale del 1639 Roma fu teatro di un evento clamoroso, che occupò per lungo tempo le cronache dell'epoca. Giovanni Orefice principe di Sanz fu infatti rapito, grazie alla complicità di un suo paggio, all'ingresso della chiesa di S. Andrea delle Fratte, a dispetto quindi dell'immunità ecclesiastica. Il nobile francese, protetto ed appoggiato dai Barberini, aveva l'incarico di organizzare segretamente una sollevazione antispagnola a Napoli.

Autore del sequestro era Giulio Pezzola, figura di spicco nel panorama del banditismo dell'Italia centromeridionale nella prima metà del Seicento. A dire il vero si trattava di un bandito un po' strano, insolitamente antipopolare e sempre al servizio dei potenti, che trascorse buona parte della propria vita a combattere i fuorilegge, il papa e la feudalità per conto del viceré di Napoli, e quindi della Spagna. Pezzola, uomo "di statura alta, barba bionda o castagnaccia, con un nevo in faccia e zazzara lunga", a differenza dei comuni banditi era proprietario - con tanto di servitù alle proprie dipendenze - di un palazzo fortificato nella piazza del Borghetto, oggi Borgovelino, da cui poteva raggiungere, attraverso gallerie sotterranee, un luogo che gli permetteva di controllare l'intero paese. Ricordato nei documenti ufficiali ma ignorato, nonostante le sue clamorose azioni, dalla tradizione popolare, questo singolare bandito operò per circa 40 anni coinvolgendo nel redditizio mestiere tutta la famiglia: nipoti, fratelli, cognati, cugini e alcuni fra i numerosi figli, tra i quali figuravano anche un prete e un avvocato.

La sua attività fu sempre tesa al mantenimento dell'ordine e della stabilità politica, come quando circondò con circa duecento uomini un paesino in provincia di Rieti dove gli abitanti avevano cacciato il parroco che li opprimeva con pesanti decime. Dopo aver rimesso il religioso al suo posto, Pezzola condannò a morte cinque facinorosi eseguendo pubblicamente la sentenza. Il tutto, processo ed esecuzione compresi, senza aver consultato alcuna autorità. Sembra però che il viceré approvò la sua azione e che il pontefice, messo a conoscenza del fatto, "si divertì sino alle lacrime".

Dopo il rapimento del principe di Sanz, Urbano VIII non solo aveva smesso di ridere ma era proprio fuori di sé per la beffa subita: il bandito infatti si trovava ufficialmente a Roma per ricevere il perdono accordatogli dal papa, il quale era caduto nel tranello tesogli dal fuorilegge che, per dimostrare la sua "buona volontà", si era premurato di consegnare la testa di alcuni temibili banditi operanti nei territori della chiesa. Il brigantaggio stava dilagando ed il pontefice aveva pensato che la cosa migliore per arginarlo fosse proprio quella di servirsi degli stessi fuorilegge, attraverso indulti e premi.

Ospite dell'ambasciatore di Spagna marchese di Castel Rodrigo, Pezzola era dunque entrato a Roma "ben visto da tutti, et accarezzato più tosto con ammirazione", ma insieme al perdono si era preso, per ordine del viceré di Napoli, anche il nobile francese. Il rapito fu subito condotto in provincia di Rieti, nel paese natio di Pezzola, il Borghetto, che allora si trovava nel Regno di Napoli ai confini con lo Stato pontificio, in una zona di contrabbando e forti contrasti sociali. Si trattennero tre giorni nella casa del bandito: le operazioni delle milizie papali procedevano intanto a rilento, mentre dal processo "non se ne levò alcun costrutto", né emersero responsabilità contro l'ambasciatore spagnolo. Il papa promise allora ben 20.000 scudi per chi avesse catturato vivo il Pezzola e 17.000 per la sua testa. Offrì però contemporaneamente al bandito 20.000 scudi, tramite un suo messo appositamente inviato al Borghetto, in cambio della liberazione dell'ostaggio. Considerando che il viceré di Napoli gliene prometteva solo 6.000, la proposta aveva un fascino non indifferente! Il principe aveva inoltre firmato una carta in cui si impegnava, una volta liberato, a fornire al suo rapitore, tra l'altro, un vitalizio, alcuni gioielli ed una terra. Il viceré, intuendo il dubbio del fuorilegge, diede l'ordine di consegnare subito l'ostaggio al castellano dell'Aquila. Giovanni Orefice, condotto a Napoli, fu giustiziato nel gennaio 1640.

Il Pezzola, dopo una trattativa, ebbe il denaro pattuito, anche se qualche cronaca dell'epoca riferisce che rifiutò i compensi perché aveva "esseguito tale cattura per servire al Re suo Signore, et non per avaritia di denari". Non sappiamo come andarono realmente le cose, ma è certo che il bandito si guardò bene dal confessare che, se non avesse dovuto consegnare immediatamente il rapito, probabilmente avrebbe finito per tradire la Spagna.

Divenuto brigante in seguito a contrasti con i suoi parenti, Pezzola era riuscito in un primo tempo ad ottenere, oltre alla protezione del viceré di Napoli, anche quella del granduca di Toscana e persino di Urbano VIII, pur se talvolta aveva provocato contrasti diplomatici fra i diversi stati italiani, come nel periodo in cui si era abbandonato ad azioni di pirateria. Di tanto in tanto risultava dunque un personaggio "scomodo" di cui tutti tentavano di liberarsi; veniva allora inviato in missione in Abruzzo, in Puglia o magari nei dintorni di Salerno. Insomma, ad una certa distanza. In genere operava però al confine fra lo Stato pontificio ed il Regno di Napoli, uccidendo i banditi e consegnandone le teste per avere il dominio incontrastato del territorio. Era la "massima autorità" nel controllo di quella zona, sicuramente più efficiente delle forze dell'ordine anche se con i suoi uomini - che in alcuni periodi arrivarono ad essere trecento - effettuava numerosi delitti e furti: fu addirittura capace di uccidere un bandito e presentarne la testa quale autore di un delitto che lui stesso aveva commesso.

Urbano VIII, stanco della situazione, pose una invitante taglia sul Pezzola, ma nessuno lo consegnava: gli sbirri inviati per catturarlo - che spesso erano ex-banditi - tornavano sempre a mani vuote. Per il fuorilegge però rimaneva un problema serio l'inimicizia con i Barberini, che lo volevano morto e che un giorno arrivarono ad uccidere con premeditazione un suo figlio, Giovanni, dopo averlo tenuto in prigione per alcuni mesi. Per combattere il loro nemico assoldarono anche molti banditi, che però riuscirono a catturare solo qualche personaggio minore della formazione.

Nel 1637 il Pezzola, che pure era impegnato a riconquistare l'appoggio dei potenti, aveva compiuto un'azione sconsiderata: violando la giurisdizione papale era infatti entrato con i suoi compagni in Rieti, dominio dei Barberini,  dove vivevano certi suoi rivali, i superstiti della banda di Giovanni del Borghetto, uccidendo alcune persone e consegnandone le teste all'Udienza di Chieti. I Barberini fecero una "risentita istanza" al viceré. Poco mancò che nascesse un conflitto fra le truppe papali e quelle di Napoli, ma tutto si risolse con una condanna in contumacia, perché il ricercato si era prudentemente allontanato.

Del resto i Barberini potevano pretendere ben poco, poiché ospitavano un altro terribile bandito, Pietro Mancino che, dopo aver agito con la sua banda nell'Italia centromeridionale, si era posto al servizio dei francesi per combattere contro gli spagnoli.

Pezzola si ritrovò così con una scomunica, una taglia, una condanna a morte e senza più protezioni, dal momento che anche il viceré dovette licenziarlo per cortesia diplomatica. Si sentiva braccato. Ben presto però furono revocati gli ordini precedenti; il Pezzola venne nominato Capitano di Campagna ed inviato a combattere contro i banditi. Alla sua banda fu conferita l'insegna di una regolare compagnia militare.

L'astuto fuorilegge alternava il combattimento alla trattativa: così nell'estate del 1640 inviò una supplica al papa nella quale affermava di non aver partecipato al rapimento del principe di Sanz, e chiedeva di essere ricevuto "nel grembo di Santa Chiesa", con l'impegno a combattere e catturare i banditi. Ancora una volta, con una faccia tosta fuori dal comune, chiedeva il perdono, dichiarandosi pronto a vivere il resto dei suoi giorni al servizio del papa. In realtà, appena guarito da una malattia, si sentiva insicuro nel Regno, dove aveva molti nemici, e avrebbe preferito tornare nello Stato pontificio.

Nel 1647-48 lo ritroviamo nel suo odioso ruolo antipopolare, rappresentante del viceré nella repressione dei moti antifeudali scoppiati in Abruzzo come ripercussione di quelli di Masaniello a Napoli. Nel 1649 Pezzola chiese di potersi riposare un po' al Borghetto; gli fu allora dato anche un castello, che era stato sequestrato ad un nobile ribelle alla corona spagnola, ed il titolo di barone. Per un po' di tempo visse tranquillo con la famiglia e con una squadra personale di 57 uomini che manteneva a sue spese e che mise al servizio del governo. Il contributo dato agli spagnoli nella repressione dei moti masanielliani gli valse un invito a Madrid alla Corte del Re, dove rimase per circa un anno scrivendo un Memoriale, ovvero un resoconto in spagnolo, scarsamente attendibile, delle sue azioni, redatto con l'evidente scopo di dimostrare fedeltà alla Spagna.

La situazione per il Pezzola cambiò totalmente alla fine degli anni Cinquanta quando, nel quadro di una restaurazione feudale, divenne un personaggio scomodo. Abbandonato dai potenti che aveva sempre servito e costretto inizialmente ad un soggiorno forzato fu poi catturato, rinchiuso a Castel Nuovo a Napoli e privato dei suoi beni. Dopo più di dieci anni di carcere morì nel 1673, a circa settantacinque anni, mentre tentava di evadere calandosi con una fune. L'evento era ormai troppo tardivo per permettere un "riscatto" in grado di inserire il bandito nei racconti e nella tradizione popolare.

 

 

Altri capi-banditi

 

Bartolomeo Vallante detto Catena. "La mattina dell'undicesimo giorno di Gennaio, mentre il signor di Montaigne usciva dall'albergo a cavallo per andare in Banchi, capitò che traevan fuori di galera Catena, famoso ladro e capobandito che aveva terrorizzato tutta l'Italia, e di cui si raccontavano assassini mostruosi; fra l'altro di due Cappuccini a cui aveva fatto rinnegar Dio, promettendo loro, a questa condizione, salva la vita, e che poi aveva massacrati senza motivo alcuno di interesse, né di vendetta. Egli si fermò per vedere questo spettacolo".

Così il segretario di Montaigne ricorda l'esecuzione di Bartolomeo Vallante, che fu impiccato e poi squartato a Roma nel 1581. All'evento, sottolineano gli Avvisi dell'epoca, partecipò "gran concorso di gente, poiché ognuno desiderava vedere per la fama che haveva: era giovane di 30 anni, ha fatto 54 omicidi et è stato 12 anni fuoruscito".

Le tappe della vita di questo fuorilegge ci vengono minuziosamente descritte dallo stesso protagonista, nel corso degli interrogatori resi mentre era rinchiuso nel carcere romano di Tor di Nona. Catena era nato a Monte S. Giovanni: pur essendo di umili origini era però legato ad alcune potenti famiglie come i Caetani e gli Sforza di S. Fiora. Per anni riuscì a sottrarsi alla cattura perché appoggiato dalle popolazioni ma anche dai signori feudali e da molti religiosi, che facevano ai banditi, come riferisce lo stesso Bartolomeo, "carezze col darce da magnare et da bevere". La banda, narra ancora il fuorilegge, ammazzava - è vero - ma solo "onoratamente" e i propri nemici; i suoi componenti vivevano grazie ad estorsioni a ricchi proprietari, nonché tramite assalti a mercanti e corrieri che percorrevano la Via Appia.

L'arresto del celebre bandito, insperato, fu del tutto casuale. Catena venne infatti fermato, mentre tentava di raggiungere Firenze, perché in possesso di armi proibite.

 

Il prete Guercino. Nel Settecento Casimiro Tempesti descrive così questo celebre bandito cinquecentesco: "Sacrilego Duca di Sicarij li più spietati, si faceva chiamare Re della Provincia della Campagna, usurpandosi nome si augusto in tutti gli Editti, Polizze, e lettere, che di sua mano segnava. Ed era tanto accecato dalla superbia, che arrivò alla scellerata baldanza di proibire al Vescovo d'Anagni l'esercizio della sua dignità, comandato al Clero ed alla Diocesi atterrita da' suoi crudelissimi scempj, di riconoscere solamente Prete Guercino, come Vescovo, e come Re", con l'ambizione quindi di concentrare nelle sue mani il potere temporale e quello spirituale. Dopo ripetute minacce, cedendo alle pressioni del bandito, Gregorio XIII arrivò a concedergli il perdono per ben quarantaquattro omicidi. Sembra che invece Sisto V, appena eletto, abbia dichiarato: "Costui non merita, che li facciamo tanto onore di mandarli contro soldati, o sbirri, ma la nostra Bolla lo acchiapperà". Ed in effetti il bandito dopo poco fu "incoppato in letto" a Maenza da un suo compagno, che aveva precedentemente concordato l'uccisione con uno sbirro per poter ricevere la taglia. La testa del fuorilegge fu esposta  a Castel Sant'Angelo, cinta da una corona dorata, con un gesto di macabro ludibrio.

Si racconta anche che Sisto V, il papa tosto che "nun la perdona manco a Cristo", riuscì un giorno, travestito da umile frate, ad avvicinare i componenti della banda del Guercino accampati in una casa di campagna nei pressi di Ponte Milvio. Dopo essersi accattivato le simpatie dei banditi, l'astuto pontefice fece scattare una trappola e ne catturò alcuni.

 

Ramberto Malatesta. Irrequieto signorotto romagnolo, simbolo di un'insofferenza abbastanza diffusa nella nobiltà dell'epoca, Ramberto aveva tentato anche un assalto a Roma nel quadro di una rivolta personale ingaggiata per vendicarsi contro il papa "che a torto ha fatto morire tanta gente; in particolare.... il conte Giovanni di Pepoli, per la qual morte Dio lo castigherà". Ricercato da Sisto V senza risultati per tutto il 1586, il "gentilissimo signore", che aveva persino avuto l'ardire di scavalcare le mura di Imola, viveva tranquillamente nel Granducato di Toscana trovando spesso ospitalità nei conventi. Venne infine fatto arrestare dal granduca dopo ripetute insistenze del pontefice, che da tempo chiedeva la cattura di quello "scomunicato della Chiesa" sospettato anche di connivenza con gli Ugonotti francesi. Al termine di un lungo processo tenuto segreto Ramberto Malatesta venne decapitato a Roma nel 1587 ed il suo cadavere fu esposto a Castel Sant'Angelo.

 

Fra Paolo. Nel febbraio 1644 Giacinto Gigli annota nel suo Diario romano che il "famoso ladrone et assassino facinoroso" Fra Paolo fu ricevuto solennemente a Roma, dove era giunto con cavalli e denaro donatigli dal granduca di Toscana, e dove viveva con i soldi avuti dal cardinale Barberini, che era stato convinto da una prostituta amica del fuorilegge, Margherita Costa, del pentimento del bandito.

Sembra che Fra Paolo, forse di origini nobili, si chiamasse Tiberio Trifilo e si fosse unito ai fuorusciti in seguito ad un omicidio. Al momento di diventare frate, aveva infatti donato cinquecento scudi ad un tale, con l'accordo che qualora avesse deciso un giorno di lasciare l'ordine costui glieli avrebbe dovuti restituire. L'uomo, che non mantenne la promessa, fu fatto scorticare vivo.


Il brigantaggio ottocentesco, dall'occupazione francese all'Italia unita

 

 

Leggi spietate ed esecuzioni sommarie, ritorsioni contro famiglie innocenti e distruzione di interi paesi, vergognosi inganni e persino qualche tentativo di avvelenamento di massa, fortunatamente mai riuscito: così, ancora nell'Ottocento, le autorità papali cercavano di avere la meglio nella lotta contro il brigantaggio, che ormai da secoli turbava la tranquillità del loro Stato. Le bande continuavano a sfuggire alla giustizia grazie all'appoggio e all'aiuto attivo delle popolazioni, e scorrevano nei din­torni di Roma - pittoresca componente di un pae­saggio che affa­scinava i viaggiatori stranieri ma era un infer­no per i suoi abitanti - in un'area semideserta e deva­stata dalla malaria che si estendeva fra la Maremma meridionale e l'Agro romano, la Cio­ciaria e le Paludi pontine.

Nel luglio 1819 il cardinal Consalvi, su decisione di Pio VII, era arrivato a dare l'incredibile ordine di radere al suolo l'intero paese di Son­nino, patria di numerosi fuorilegge, e di traslocare "in altri luoghi" tutti gli abitanti. Le autorità si erano infatti convinte che fino a quando fosse esistito "questo nido, e questo princi­pal sostegno dei malviventi" non sarebbe mai stato possibile distruggere il brigantag­gio. Fortunatamente l'attuazione del famigerato provvedimento venne ben presto bloccata in seguito a numerose prote­ste. Furono così abbattute solo una ventina di case, dopodiché gli esiliati poterono rientrare nel paese, anche se nessuno risarcì quei malcapitati che si erano ritrovati la propria abitazione distrutta.

La lotta contro il brigantaggio, tra insuccessi e glorie effimere, continuava ad essere condotta, come nei secoli precedenti, principal­mente con misure militari, dal momento che il permanere del fenomeno era in genere imputato all'incapacità degli uomini impiegati nella repressione e all'inadegua­tezza della legislazione. Nessuno dava infatti ascolto alle poche voci più sensi­bili, come quella di un ufficiale dei Carabinieri che nel 1821 individuava le cause del brigantaggio nella disoc­cupa­zione - la "mancanza di travaglio" - e nelle "vessazioni che si fanno ai poveri per parte degli esattori", oppure quella di un  missionario secondo cui il fenomeno traeva origine dall'oppres­sione e dalla conse­guente "odiosità fra poveri e bene­stanti". E così, invece di progettare quelle riforme di cui ci sarebbe stata urgente necessità, le autorità continuavano ad emanare tanti "Edittoni da facce un focaraccio", che prevedevano l'incentivazione del tradimento tramite misure premiali e la criminalizzazione di intere comunità rurali. Di tanto in tanto vi aggiungevano provvedimenti di altro tipo, ad esempio i censimenti di grotte, oppure decisioni bizzarre come "l'ispezione sul pane abbandonato dai malviventi, onde conoscere il forno in cui è stato fabbricato e usare in seguito le maggiori indagini per scoprire chi lo abbia acquistato". Ma spesso i militari incaricati di combattere il brigantaggio passavano direttamente a vie di fatto: è proprio un tenente, Carlo Bartolini, autore di un racconto relativo al decennio compreso fra il 1860 e il 1870, a riferire di essersi un giorno lanciato a randellate contro un bandito, sapendo benissimo che "il sistema era poco legale, anzi senz'altro anche brutale, ma trattandosi della salvezza dei poveri ricattati ed anche della sicurezza della vita dei miei soldati, non bisognava guardare tanto per il sottile!".

Il brigantaggio laziale dell'Ottocento, alimentato dal perma­nere di giurisdi­zioni particolari e dall'incapacità delle auto­rità centrali di controllare le peri­ferie, era l'espressione della decadenza di un sistema ancora feudale che favoriva le angherie dei nobili e i soprusi del fisco. Ma veniva incrementato anche dalla conformazione montagnosa del territorio e soprattutto dalla frammentazione dell'Italia, che permetteva ai briganti di fuggire dagli inseguimenti delle truppe passando da un paese all'altro, dal momento che i differenti Stati spesso non riuscivano a trovare accordi per un intervento comune. I fuorilegge proliferavano quindi soprattutto nelle zone montagnose di confine del Basso Lazio, nelle Province di Marittima e Campagna che, più volte modificate e riorganizzate nel corso del secolo, si esten­de­vano in­torno a Frosinone e Velletri e, al nord, nelle selve del Viter­bese confi­nanti con la Maremma grossetana.

Endemico nelle società rurali, il fenomeno esplodeva nel corso di ogni crisi politica e nei momenti di instabi­lità sociale; alla fine del Settecento e all'inizio del secolo successivo fu rinvigorito dall'occupazione francese e, per questo, viene spesso definito napoleonico.

La resistenza armata contro le forze rivoluzionarie (appoggiate da alcuni settori della borghe­sia ma generalmente osteggiate dal popolo) e, in seguito, contro le armate napoleoniche si tra­sformò in brigantaggio perché i giacobini non solo non avevano alleviato l'estrema povertà delle popolazioni locali, ma le spaventarono anche con la minaccia della leva ob­bligatoria. In molti si diedero alla macchia - pur se le autorità, per simpatia o paura, spesso non denunciavano i renitenti - divenendo, sia pur inconsapevolmente, un comodo strumento delle forze borboniche e clericali.

I francesi, che per tentare di catturare i briganti organizzavano ridicole spedizioni a suon di fanfare e tromboni, promulgarono, fra le altre, la famigerata legge della ristretta, ripristinata in seguito anche dalle autorità papali: per evitare i contatti fra pastori e briganti si vietava di condurre in montagna il bestiame, che doveva pascolare in un unico luogo e, di notte, essere riaccompagnato nei recinti. I briganti non ebbero diffi­coltà a sopravvivere e procurarsi in altro modo il cibo, ma le greggi furono deva­state dalle epidemie.

L'opposizione antinapoleonica non si espresse però esclusivamente sotto forma di brigantaggio, pur se i francesi - come spesso è accaduto anche in altri periodi storici - definirono banditi tutti coloro che si ribellarono al loro dominio. Tipico fu l'esempio, nel viterbese, di don Felice Battaglia, prete liberale che, protagonista di una rivolta contro l'occupazione certamente più politica e cosciente di quella del banditismo, fu però trattato alla stregua di un comune fuorilegge.

Nel 1814, alla notizia che al ritorno del papa sarebbe stata concessa un'amni­stia, alcuni briganti si scatenarono contro i francesi e i loro fiancheggiatori, consapevoli di godere di una sorta di immunità perché di lì a poco tutti i delitti sarebbero stati condonati: a Vallecorsa la banda di Pasquale Tambucci uccise il maire  - per definire il sindaco veniva allora usato il termine francese - ed altre autorità. Agli oltre cento banditi che si consegnarono nel Basso Lazio fu intimato di trovarsi un lavoro, ma l'esortazione suonava veramente come una beffa in una situazione in cui la disoccupazione raggiungeva livelli spaventosamente alti. All'inizio comunque tutto andò per il meglio; gli amni­stiati, che avevano messo da parte grazie alle loro azioni un po' di risparmi, cercavano infatti un periodo di riposo e di tranquillità, molti ne approfittarono per sposarsi. Alcuni furono poco dopo riarmati dallo Stato e diven­nero sbirri. Ben presto però ricominciarono le azioni di brigantaggio e l'anno suc­cessivo numerosi amnistiati - figura che il governo era portato a ritenere "di per sé" colpevole - vennero arre­stati. Questa condotta, che all'epoca fu messa in atto molto spesso, faceva ovviamente infuriare gli ex-banditi, spingendoli a tornare nuovamente sulle montagne.

Le autorità papali continuavano insomma ad adottare la politica del bastone e della carota, con periodiche amnistie affiancate da severe misure repressive.

Fra un provvedimento di clemenza e l'altro, le azioni compiute dalle bande erano quelle di "normale routine". Innanzi tutto i banditi eliminavano i propri nemici e soprattutto le spie, in qualche caso arrivando persino a rivendicare l'azione con un comunicato. Ad esempio, dopo l'uccisione di un pastore, Francesco Rossi, fu trovato sul cadavere un biglietto con su scritto: "Adamo Lauretti ed Antonio Mastroluca castigatori di fucile ammazzano quante spie trovano, questa è la prima". Per sopravvivere le bande sequestravano nobili e religiosi con l'obiettivo di ottenere un riscatto ed assaltavano i viaggiatori, per i quali il rischioso incontro con i fuorilegge costi­tuiva un'affascinante e pittoresca componente del Grand Tour, tanto che era consuetudine seguire un particolare codice di comportamento per "godersi appieno" l'atteso e temuto appuntamento con i briganti. Gli attacchi alle carrozze erano però in genere snobbati dai fuorilegge più esperti, consapevoli che coloro che viaggiavano non avevano con sé molto denaro, né potevano essere rapiti perché chi avrebbe dovuto pagare il riscatto si trovava troppo lontano.

Alcuni luoghi, ed in particolare boschi e selve, erano comunque considerati off-limits dai viaggiatori in quanto pullulavano di briganti. Fra i territori inavvicinabili c'era, ad esempio, la foresta della Fajola, "i cui alberi giganteschi ricoprono un antico vulcano" ed incoronano con "una nera verdura le vette del monte di Albano", come riferisce Stendhal nella mirabile descrizione contenuta ne La badessa di Castro. Il romanzo, ambientato nel Cinquecento proprio nella zona, è centrato sulle vicende amorose della nobildonna Elena Campireali e del bandito Giulio Branciforte, che operava in questa macchia "situata a cinque leghe da Roma sulla via di Napoli".

Ormai mitizzati, i briganti erano dunque celebrati quali giustizieri e vendicatori di torti in numerose ballate, versi e romanzi, ma anche ritratti da pittori ed incisori. Lo stravagante Barto­lomeo Pinelli arrivò a trascorrere un periodo della sua vita nei boschi, dormendo nelle grotte e facendo una vita "da bandito" per ri­prendere dal vivo i fuorilegge. Li immortalò soprattutto nel corso delle loro azioni,  lasciandoci però anche splendidi quadretti, più intimi, di scene di vita familiare e di momenti di raccoglimento e devozione: i briganti erano infatti molto religiosi, talvolta quasi bigotti. Attaccavano spesso sui loro cappelli medaglie e immagini sacre, non dimenticavano mai di pregare, effettuavano digiuni ed invocavano il santo protettore prima di iniziare un'impresa. Facevano eccezione alcuni fuorilegge del nord del Lazio, che combattevano la chiesa perché la ritenevano responsabile della miseria delle popolazioni.

I briganti avevano un loro abbigliamento tipico. Portavano un cappello a cono alto, con le tese strette e cinto da nastri multicolori; indossavano giacche, gilet e pantaloni di velluto ornati da bottoni d'argento; ai piedi calzavano le immancabili ciocie. Avevano inoltre i capelli lunghi e numerosi orecchini ed anelli d'oro. L'acconciatura "da brigante" era l'ultimo grido in fatto di moda, e i giovani amavano sostare nelle piazze indossando "cappello a pan di zucchero con coppola al­ta, ornamento di co­lorati lacci e crini intrecciati in replicati giri con fioc­chetti dei mede­simi, le zazzere di lunghi capelli vicino le orecchie ed anche una certa allacciatura a fascia con gli spa­ghi delle cioce nello streto del piede sopra il malleolo".

I più conosciuti fuorilegge, considerati imprendibili, selezionavano gli aspiranti che volevano unirsi a loro scegliendo i candidati più giovani e robusti, abituati alla fatica, senza parenti noti come sbirri o "spie". Sfuggivano alla cattura servendosi di sentinelle, pattuglie e segnali di riconoscimento ed adottando una tattica efficace che univa estrema velocità di movimento, attacchi im­prov­visi e rapidità nella ritirata. Ma soprattutto godevano di infor­mazioni molto mag­giori delle truppe perché le popolazioni erano dalla loro parte. Fra i numerosi corpi impiegati contro i briganti, oltre alle forze statali figuravano varie milizie lo­cali come i Cacciatori o gli sbirri di campagna, detti zampitti che, comprendendo molti ex-briganti, spesso commettevano reati o comunque aiuta­vano i fuorilegge an­ziché combatterli: la politica pontificia nei confronti di questi corpi fu spesso incerta, in un infinito alternarsi di attribuzione e successivo ritiro di compiti ed incarichi.

La legislazione in materia di brigantaggio si fece via via più severa nel corso dell'Ottocento: proibizione per i parenti dei sequestrati di pagare il riscatto, di­struzione di case di bri­ganti, taglio delle macchie ai lati delle strade per evitare agguati, chiusura di case ed osterie isolate, introduzione di permessi di polizia per chi si allon­tanava dalla propria abita­zione,  deportazione di intere fami­glie e confisca dei beni. I congiunti dei fuorilegge furono sempre sottoposti a pesanti vessazioni e severe misure repressive, e periodicamente incarcerati ed esiliati.

Tutto ciò, mentre i tribu­nali e le commis­sioni speciali istituite nelle differenti provincie condannavano in pochi anni centinaia di persone in pochi anni. I partecipanti alle conventicole - un reato associativo molto simile all'attuale banda armata - erano ipso facto condannati a morte anche senza aver commesso altri de­litti, e potevano essere fucilati:  il numero di fuorilegge necessario perché si configurasse tale crimine, che inizialmente era stabilito a quattro, venne ad un certo punto abbassato a tre e poi addirittura a due. Coloro che avevano solo aiutato un parente bandito, considerati anch'essi rei di lesa maestà, il reato politico per eccel­lenza, potevano subire la stessa sorte dei fuorilegge.

I pastori, stretti fra due fuochi, preferivano aiutare i briganti piuttosto che le autorità perché i banditi rispettavano generalmente la loro vita e le loro abitudini, limitandosi al massimo a pretendere un po' di pane, polenta o carne, mentre i provvedimenti per reprimere il brigantaggio danneggiavano certamente di più le popolazioni rurali. Numerosi e molto simili appaiono i racconti di contadini e pastori, obbligati a riferire alle autorità anche gli incontri casuali, in strada, con i fuorilegge. Spigoliamo qua e là nei verbali dell'epoca. Un contumace armato, accortosi che un uomo incontrato lungo la strada aveva un po' di pane in tasca, si era ad esempio rivolto allo sconosciuto dicendogli: "datemene un po', che anch'io voglio campare". I piccoli furti dei briganti a danno di contadini e pastori erano dunque effettuati quasi esclusivamente per sopravvivere. Così un bovaro riferisce che una notte del 1811, mentre faceva la guardia al suo granturco nel territorio di Norma, fu avvicinato da due persone armate che "gli fecero cavare le cioce dai piedi con tutti i spaci, e mentre si cavò le cioce uno andette alla di lui capanna e gli presero mezza coppia di pane, il cucchiaro di osso, e un coltello da saccoccia rotto mezza lama". Talvolta i banditi erano però schizzinosi: un uomo dichiara infatti di aver visto "comparire 5 persone armate e gli domandarono s'aveva il pane e dettogli che aveva il granoturco, dissero che non gli piaceva e partirno".

I briganti rimanevano, anche nei periodi trascorsi alla macchia, in contatto con i loro compaesani, preti compresi. Tutti continuavano infatti a considerare i contumaci interni alle comunità d'origine tanto che era consuetudine farli rientrare armati nel loro paese in occasione delle principali festività religiose.

A volte qualcuno pagava con il carcere quello che, considerato dalla società ufficiale un reato, era invece ritenuto dalle popolazioni un comportamento normale. Nel 1825 ad esempio don Pietro Ruggeri, Arciprete di S. Angelo in Sonnino, venne arrestato e processato con l'accusa di connivenza col brigantaggio. Il fatto si riferiva ai festeggiamenti della Madonna delle Grazie la cui riuscita era affidata, ogni anno, a due "signori della festa" scelti fra i migliori cittadini. In quell'occasione l'incarico era stato assegnato a Gennaro Gasparone, celebre brigante da poco rientrato nella normalità grazie ad un condono, e fratello di quell'Antonio che rimaneva ancora latitante. Nel periodo che intercorse fra la nomina e la celebrazione Gennaro finì però  nuovamente in carcere: il povero prete scrisse allora ripetute lettere - che non ricevevano risposta perché venivano sequestrate e quindi mai recapitate - al carceriere di Frosinone. Nelle missive il religioso pregava il suo interlocutore di chiedere al brigante recluso un consiglio ed eventualmente, qualora lo ritenesse opportuno, il nome di un sostituto di suo gradimento. L'imputato, durante il processo, rivendicò in pieno il suo operato, convinto di non aver commesso alcun reato.

Ottennero quindi scarsi risultati i ripetuti tentativi di coin­vol­gere le popolazioni nella lotta al brigantaggio, eppure le autorità continuarono ad ordinare loro di marciare contro i fuori­legge e a minacciare pesanti pene per i manutengoli, cioè i fiancheggiatori, che erano spesso i più colpiti perché ritenuti fondamentali per la sopravvivenza delle bande. Vennero inoltre portate a cifre astronomiche le ricompense per chi avesse consegnato un brigante vi­vo, oppure la sua testa. Eppure, anche se i premi promessi  - che però, va detto, non sempre venivano pagati - erano certamente allettanti per chi aveva a malapena di che sopravvivere, ben pochi tentavano l'impresa. Queste norme producevano comunque strani commerci e macabri mercati, perché quando un brigante moriva per cause naturali spesso qualcuno cercava di trarne pro­fitto tagliandogli la testa e consegnan­dola alle autorità.

Nel 1820, in seguito alla nascita a Napoli di un sistema costitu­ziona­le aspramente osteggiato dalla reazione internazionale, le truppe austriache si erano rovesciate sull'Ita­lia per restaurare la monarchia borbonica. Le forze costituzionali si servirono allora dei briganti per di­fendere le frontiere con lo Stato pontificio: Alessandro Massaroni, raggiunto da numerosi compagni, divenne comandante di un Corpo Fran­co. Per i banditi fu un periodo di vero e proprio relax.

Dopo la vittoria degli austriaci però, nel giugno 1821, le truppe pontificie ed austriache attuarono un assalto congiunto nel corso del quale Massaroni, già gravemente malato, trovò la morte. La scomparsa della principale figura del banditismo pontificio disorientava i fuorilegge ancora operanti, ma l'azione non era un vero successo per il governo, perché aveva portato solo all'eliminazione di quei briganti che più o meno erano rientrati nella normalità. Antonio Gasparoni, pienamente efficiente, si stava preparando a prendere l'eredità di Massaroni come principale leader del brigantaggio nel Basso La­zio.

Nel 1824 il cardinal Pallotta, ricevuti da Leone XII i pieni poteri con il titolo di Legato a latere, noti­ficò un Editto per lo sterminio dei malvi­venti nelle province di Marittima e Campa­gna: i banditi dovevano essere giudicati in modo "il più sommario, sommarissimo" e condannati alla forca, o impunemente uccisi da chiunque. Tra gli altri, furono anche giustiziati alcuni briganti "minori del quattordicesimo anno".

Il provvedimento permetteva però, a coloro che agivano in buona fede, di intrattenere rapporti con i fuorilegge senza essere puniti: secondo il racconto - certamente molto esagerato - di un protagonista, concesse quindi ai briganti un periodo d'oro, in cui gli unici pericoli che restavano loro "erano quelli di essere colpiti da un fulmine o di cascare in un precipizio".

L'Editto provocò comunque un'energica protesta dei comuni - obbligati a pagare una vessatoria ammenda di 500 scudi per ogni reato compiuto nel loro territorio - secondo i quali il cardinale "faceva lui solo più danni alla provincia di tutti i briganti messi insieme!". Riu­scirono infine a farlo sostituire con monsignor Benvenuti, che rimise in vigore la legislazione precedente impedendo qualsiasi contatto, anche sotto costrizione, con i fuorilegge.

Nel 1825, dopo aver catturato con un inganno la banda di Gasparoni, le autorità erano convinte di aver definitivamente sconfitto il banditismo, che in effetti per un periodo assunse nuovamente il carattere di fenomeno endemico: esplose però ancora una volta in modo virulento alcuni decenni più tardi, come conseguenza dei più generali sconvolgimenti politici.

Nel 1861, con la caduta della monarchia borbonica, il bri­gantaggio fu infatti riacutiz­zato dalla mancata realizzazione delle promesse della borghesia liberale alle masse contadine; la collaborazione borbonico-clericale riuscì quindi facilmente ad attizzare la rivolta antiunitaria nel Sud ma anche nelle zone di confine dello Stato pontificio, che al­lora era ormai costituito solo da un territo­rio più o meno coincidente con la re­gione laziale. Il nascente Stato italiano, per soffocarlo, ricorse a leggi e tribunali spe­ciali, impiego dell'esercito e stato d'assedio. Nel febbraio del 1867 il governo italiano e quello pontificio stipularono anche un accordo che permetteva il reciproco sconfinamento di truppe per inseguire i fuorilegge.

Intorno al 1870 il brigantaggio fu estirpato dalla Ciociaria, non ancora dall'Alto Lazio. Nel 1893 Giolitti tentò di risol­vere il problema attraverso assurde retate di massa che non raggiunsero l'obiettivo. In aiuto delle autorità intervenne però l'evoluzione sociale: con gli inizi del secolo pure dal vi­terbese scomparve dunque questa "calamità naturale" tipica delle so­cietà preindustriali.

 

 

Briganti del Basso Lazio

 

Alessandro Massaroni

 

Nel 1820, con la cacciata di Ferdinando da Napoli, ad Alessandro Massaroni - in quel momento leader indiscusso del brigantaggio pontificio - si presentò un'occasione unica, quella di comandare un corpo regolare al servizio delle forze costituzionali con l'incarico di difendere i confini con lo Stato della Chiesa dalle truppe austriache che tentavano di restaurare la monarchia borbonica.

Massaroni era stato convocato a Fondi dal generale Carascosi insieme a Michele Magari, capobandito che operava nel Regno di Napoli: ai due briganti fu proposta una Carta che garantiva, anche per i loro uomini, sicurezza, una paga giorna­liera e un alloggio a Monticelli, oggi Monte S. Biagio in provincia di Latina, in cam­bio dell'impegno a molestare, al suo passaggio, la retroguardia austriaca e ad arrestare i disertori dell'esercito napoletano.

Nominato comandante del Corpo Fran­co del Regno, Massaroni divenne praticamente il padrone del paese. Indossò con orgoglio e con un certo vanto un'uniforme rossa con spalline da capi­tano e si fece raggiungere dalla moglie e dal figlioletto.

Monticelli divenne quindi un'oasi di tran­quil­lità per i fuorilegge che arrivarono "in massa" ed in poco tempo si ritrovarono più o meno in 150. Quasi tutti trascorrevano però le loro giornate nell'ozio perché incapaci di esercitare qualsiasi tipo di mestiere: alcu­ni, fra cui forse pure Alessandro, aderirono alla Car­bone­ria, altri si unirono in matrimonio. Il rito veniva celebrato dallo stesso capobandito alla presenza dei suoi uomini, che si impegnavano a difendere gli sposi. Un documento dell'epoca ci descrive così la cerimonia di nozze dei briganti Mastroluca e Mattei con due donne di Vallecorsa: "dopo che il Capo Banda Massaroni, vestito di Cappotto e Berrettone ad uso di Mitra, e fatti inginocchiare i rispettivi Sposi; interrogatigli se erano contenti di amarsi; fattigli bagiare un Crocefisso; impugnato dai Compagni un Coltello tinto di proprio sangue; e giurato di difendere li Sposi, e le Spose, pretesi di unirli in Matrimonio".

Quando gli austriaci, dopo aver sconfitto Guglielmo Pepe a Rieti, scesero velocemente vittoriosi verso il sud, i briganti non fecero in tempo ad intervenire. Ma la Carta fu inaspettatamente rinno­vata, nonostante le vigorose proteste delle autorità pontifi­cie, che erano infuriate perché i briganti entravano nello Stato della chiesa, com­mettevano delitti e poi ritornavano nel loro comodo asilo. Numerosi fuorilegge si convinsero però che quel para­diso non sarebbe potuto durare a lungo, e decisero di tornare alla macchia. Massaroni desiderava invece un po' di tranquillità, soprattutto perché la vita che aveva condotto nei primi tempi del soggiorno a Monticelli, a ritmo di banchetti e forti bevute, gli aveva riaperto una grave ferita all'intestino che risaliva al dicembre 1818 quando, durante un conflitto a fuoco, un colpo di fucile gli "aveva forato il ventre in maniera che dalla ferita mandava fuori lo sterco". I suoi uomini erano allora riusciti a coprirgli la fuga con una sparatoria e, dimostrando una notevole efficienza logistica, lo avevano condotto, delirante, in un luogo sicuro, un pagliaio ai confini con il Regno di Napoli. Dopo una lunga convalescenza Alessandro sembrava miracolosamente guarito, ma evidentemente non era così. Nei primi mesi del 1821 il brigante, ritrovandosi a Monticelli sofferente e praticamente costretto a letto, per tentare di far proseguire a tutti i costi l'insolita pace arrivò persino a compiere un'azione che in altri momenti avrebbe considerato ripugnante, la consegna alle autorità di alcuni giovani banditi, poveri capri espiatori che vennero fucilati.

Nel giugno di quell'anno fu infine attuato contro i banditi che si trovavano a Monticelli il fatidico attacco di truppe pontificie ed austriache. Avvertito dell'assalto Massaroni si alzò a fatica ed imbracciò il fucile, ma non ebbe le forze sufficienti per reagire. Fu allora catturato ed esposto in pubblico agonizzante nella piazza di Fondi. In molti si recarono a vederlo, perché la fama del brigante si era ormai diffusa. Una volta morto fu decapitato, e la sua testa venne presentata a Terracina, ma le autorità locali non avevano denaro sufficiente per pagare la taglia. I soldati si recarono allora a Frosinone, portandosi sempre dietro l'imbarazzante fardello, ma anche lì sorsero alcuni problemi. Si obiettava infatti che nel Regno di Napoli, dove era stato ucciso, Massaroni non era un bandito, essendo stato amnistiato. Fu necessaria una lunga trattativa, al termine della quale i tremila scudi vennero finalmente pagati.

Si concludeva così la vicenda di Alessandro, soprannominato Mancinello per il suo terribile sinistro, le cui gesta furono mirabilmente fotografate dalle acquaforti di Bartolomeo Pinelli. Nato a Vallecorsa nel 1790, moriva poco più che trentenne, anche se aveva alle spalle una carriera "di tutto rispetto". La sua banda, che agiva nel Basso Lazio e viveva assaltando carrozze e sequestrando ricchi viandanti, era stata protagonista di clamorose azioni, come quella del gennaio 1821 quando i briganti irruppero nel seminario di S. Francesco fuori Terracina e rapirono i presenti. Quasi tutti i sequestrati vennero ben presto liberati in seguito al pagamento di somme da capogiro; due ostaggi furono però uccisi, forse per vendetta. Il portiere del seminario, condannato a dieci anni perché ritenuto complice dei fuorilegge, in realtà aveva aperto pensando fosse il Rettore che invece, imbattutosi con i briganti, rimase ucciso lungo la strada.

Qualche autore, per sottolineare la particolare crudeltà di Massaroni, ha ricordato che talvolta il capobandito chiedeva, a chi voleva entrare nel gruppo, un delitto come credenziale per l'ammissione. Ad esempio alcuni uomini, dopo essere stati respinti, uccisero una povera contadina in strada solo per essere accolti nella formazione. Raggiunsero lo scopo. In realtà, premesso che la violenza era allora largamente esercitata da tutte le classi sociali, nel caso del Mancinello si trattava di una forma di accortezza necessaria per la sua sopravvivenza, perché spesso le autorità tentavano di infiltrare alcuni loro agenti nelle bande di briganti, ed era quindi ovvio chiedere agli aspiranti banditi una prova dell'autenticità delle loro intenzioni.

Anche Massaroni, come quasi tutti i briganti dell'epoca, alternava la vita alla macchia con brevi periodi di ritorno alla normalità: nel 1814 si era ad esempio presentato per usufruire dell'amnistia. Spesso però iniziava le trattative con le autorità senza alcuna volontà reale di arrendersi, per poi sospenderle prima della conclusione e ricominciare con le consuete azioni. Chissà, forse era soltanto un modo per conoscere le intenzioni del governo, oppure per tentare di beffarlo. Ma anche la controparte, è bene ricordarlo, gli rendeva talvolta pan per focaccia! Nel 1816 ad esempio si era diffusa la voce che il governo volesse trattare con i banditi. Alessandro Massaroni, che ancora non aveva raggiunto la sua posizione al vertice del brigantaggio, desiderava farsi vedere nel suo paese; si recò allora con Antonio Gasparoni a Vallecorsa, pur non essendo affatto nell'ottica di arrendersi. Per poter entrare, i due dissero che erano stati inviati dal loro capo Luigi Masocco con l'obiettivo di conoscere le condizioni dell'amnistia: non si aspettavano però di essere completamente disarmati. Con un aspetto da pulcini bastonati riuscirono infine a tornare alla macchia sotto lo sguardo ironico e divertito del loro superiore.

In genere si impegnavano in molti per la riuscita delle trattative fra governo e fuorilegge: spesso il compito veniva affidato ai preti, considerati i più adatti per occuparsi dei negoziati, vista l'intensa religiosità dei fuorilegge. Massaroni comunicava allora le sue richieste, diverse a seconda dei periodi: ritiro delle truppe da Vallecorsa, sua assunzione da parte del governo pontificio, scarcerazione di parenti banditi. In effetti nel 1819 il fratello Giacomo, recluso a Roma, fu rilasciato proprio a questo scopo, ma il brigante aveva nel frattempo già abbandonato l'idea di arrendersi.

A parte il padre di Alessandro, Gaetano, che si impegnò (ma senza risultati) per ottenere la resa del figlio, in genere era Matilde Zomparelli, la bella moglie del capobrigante, il tramite di cui si servivano le autorità per contattare e tentare di far arrendere il fuorilegge. Spesso la donna venne però usata dal governo come ostaggio ed arrestata, oppure allontanata da Vallecorsa.

Agli inizi del 1820 il capobandito, che nonostante l'apparente guarigione della ferita non era ancora nel pieno delle sue forze, aveva lanciato un ultimatum ai ricchi possidenti di Vallecorsa, avvertendoli che qualora la sua famiglia non fosse stata rilasciata entro otto giorni - i suoi parenti si trovavano allora sequestrati come quelli di altri banditi - avrebbe fatto una strage. La lettera terminava così: "Dunque altro non ho che dirvi. Fate come vi pare". I proprietari terrieri si misero quindi in allarme, anche perché la perlustrazione generale del Basso Lazio, da parte delle truppe, non aveva dato alcun risultato. La guerra fra il governo e le bande era allora in pieno svolgimento.

 

 

Antonio Gasparoni

 

"Di statura alta, corporatura snella, viso ovale, bocca, mento e naso regolare, poco vaiolato, barba nascente color castagno, capelli simili legati a codino, avente alle orecchie gli orecchini d'oro a navicella, vestito con pezze e cioce, calzoni curti, corpetto e giacchetta di velluto blu, cappello di feltro negro tondo a cuppolone": così, nel 1818, veniva descritto un giovane brigante che si era costituito alla polizia per usufruire dell'amnistia ma che poi, dopo una fuga dal confino, tornò alla macchia. Questo ragazzo coraggioso e forte, romantico e generoso, si chiamava Antonio Gasparoni (o Gasbarroni, o Gasperone... la grafia dei cognomi nel secolo scorso non era ancora ben definita), era nato nel 1793 a Sonnino ed aveva iniziato la sua carriera di fuorilegge nella banda di Luigi Masocco che in seguito, consegnatosi alle autorità, divenne bersagliere.

Di Gasparoni e del suo gruppo conosciamo "vita, morte e miracoli" perché, in seguito al tranello di un birbo traditore, i briganti si ritrovarono a trascorrere buona parte della loro esistenza in prigione dove compilarono un prezioso documento, una originale memoria del brigantaggio ottocen­tesco scritta da­gli stessi protagonisti.

Vediamo come andarono i fatti. Nel 1825 il vicario di Sezze, monsignor Pellegrini, contattò il capo brigante Gasparoni - da tempo princi­pa­le incubo delle autorità pontificie - at­traverso le mogli di due carcerati proponendogli l'amnistia, e l'esilio in America, in cambio della resa. Il brigante, che non era certo uno sprovveduto e che inizialmente non pensava di arrendersi, cominciò a credere alle promesse forse anche perché, innamoratosi della giovane figlia di un ricco contadino di Sonnino, Gertrude De Marchis, de­siderava rientrare nella normalità per poterla sposare. Potenza dell'amore!

Dopo la consegna delle armi, gli arresi furono rinchiusi a Castel Sant'Angelo, ma ancora non vennero loro comunicate le reali intenzioni del governo. L'in­ganno non era però terminato. Alle due intermediarie venne infatti garan­tita la scarcera­zione dei loro mariti solo nel caso in cui avessero con­vinto il resto della banda a consegnarsi. Inviate in mon­tagna, le donne rag­giunsero lo scopo: risultato della storia, tutti i bri­ganti finirono la loro vita fra le prigio­ni di Roma, Civitavecchia, Spoleto e Civitacastellana. I so­prav­vis­suti, tra cui Gasparoni, vi rimarranno fino al 1870 quando saranno scarcerati in seguito ad una supplica a Vitto­rio Ema­nuele II. Giunto a Roma, il mitico fuorilegge ormai quasi ottantenne, che viveva a Trastevere passando il tempo a fare la calza, divenne un simbolo della lotta contro le ingiustizie. Morì alcuni anni dopo ad Abbiategrasso in una sorta di esilio.

Durante la lunga carcerazione il capo brigante, vi­si­tato da nu­merosi stranieri, era riuscito insieme al suo luo­go­tenente Pietro Masi - l'intellettuale del gruppo che trascorse decine di anni in carcere anche se era stato con i banditi solo pochi mesi - a trasformare la peregrinazione in un pic­colo ma inge­gnoso business, vendendo opuscoli manoscritti con­tenenti il racconto delle leggendarie azioni della banda. L'edi­zione completa delle Me­morie ci fornisce un interessante e diver­tente reso­conto di vita alla macchia. Aggiustato da un ufficiale delle truppe francesi di occupazione a Roma il libro, di cui esistono varie versioni simili nella sostanza ma diverse nella forma - forse perché i briganti, a cui il tempo in carcere certo non mancava, lo riscrissero più volte - nella sua stesura iniziale era per buona parte in francese maccheronico, ed in effetti la prima edizione fu pubblicata nel 1867 proprio in Francia. "Eroe popolare di tanti racconti, di drammi e di quadri, il brigante degli Appennini è entrato ormai nel regno dell'immaginazione e delle leggende romantiche": così l'ufficiale francese introduce la descrizione di Gasparoni, che aveva incontrato nel novembre 1866 nel Forte di Civitacastellana. Quest'uomo imponente ed energico, che ispirava dignità e rispetto, indossava la tuta del prigioniero e il cappello del brigante: fiero di sé e per nulla pentito, lamentava la "degradazione del brigantaggio" che, ormai strumentalizzato dalla politica, non era più un mestiere che si intraprendeva per amore o vocazione.

Rimasto orfano da piccolo, il gio­vane Antonio si era unito ai fuorilegge dopo aver ucciso a pugnalate il fratello di una bella contadina di cui era inna­morato. La famiglia della donna lo aveva infatti allontanato, impedendogli di frequentare la ragazza in quanto fratello di un "poco di buono", quel Gennaro divenuto brigante per non an­dare alla leva.

Antonio si trovò ben presto a capo di una banda che agiva pre­va­lentemente nel Lazio meridionale: i briganti fecero parlare di sé a tal punto che divennero persino una sorta di "animatori turistici": si era infatti diffusa, fra gli ec­cen­trici ed intraprendenti galantuomini stranieri, la moda di trascorrere con i fuorilegge periodi di avventurose va­canze.

Il gruppo sopravviveva effet­tuando se­questri di ricchi signori o clamorose ir­ruzioni nei conventi, portando i religiosi sulle montagne ed ottenendo in­genti ri­scatti, talvolta grazie a complici interni che aiutavano i banditi nella riuscita delle azioni. Gasparoni esaminava le "domande di ammissione" alla banda seguen­do norme molto rigide, che lo portarono ad esempio a non ac­cettare nel gruppo, in quanto indegno, un parricida. I fuorilegge si attenevano a regole da guerriglia - per­fet­ta co­noscenza del territorio e frequenti spostamenti - ser­ven­dosi di una vasta rete di appoggi e di informatori re­tribuiti che permetteva loro di prevedere i movimenti delle milizie e a volte anche di sviarli con false denunce.

Le autorità pontifi­cie provarono a catturare Gaspa­roni con mezzi più o meno leciti, dall'incentivazione del tradimento al ve­leno, ma senza risultati. Cresceva così la ta­glia sul capo di un brigante buono, inflessibile con le spie ma generoso con la sua gente, soprat­tutto con bambini ed anziani, e sempre premuroso nel ricordare che il suo intento non era quello di rubare "i denari a quelli che ne hanno pochi, ma a quelli che ne hanno troppi!".

La capacità di sfuggire alla cattura alimentava la leggenda su questo fuorilegge galantuomo che non disdegnava di ordinare una bella camicia, pagava il cibo che prendeva ai contadini ed aveva un cuore particolarmente tenero, come ci narrano alcune novelle stile fotoromanzo: si racconta ad esempio che un giorno Antonio incontrò un giovane pastore addolorato perché, dovendo partire di lì a poco per il servizio militare, si trovava costretto ad abbandonare la donna amata. Il brigante racimolò la somma necessaria per affrancarlo tramite il sequestro di un ricco prete usuraio, permettendo così al pastore di coronare il travagliato sogno d'amore.

Un'altra volta Gasparoni rapì una donna a cavallo, all'apparenza molto ricca; la poveretta, scoppiando in lacrime, disse che il marito non l'amava affatto, e non avrebbe quindi minimamente pensato di pagare il riscatto, ben contento di potersi finalmente liberare di quella scomoda presenza. Il bandito promise allora di rilasciare la malcapitata qualora la signora si fosse resa complice del rapimento di un suo parente. La donna accettò, ed anzi si prodigò nel fornire persino più informazioni del necessario, tanto che i briganti riuscirono ad effettuare ben due sequestri. Il riscatto fu pagato e gli ostaggi vennero rilasciati.

Nel 1818 quattro gendarmi pontifici promisero a monsignor Zacchia, delegato apostolico di Frosinone, che sarebbero riusciti a catturare Gasparoni travestendosi da briganti. L'astuto fuorilegge, compreso il tranello, li accolse nella banda ma dopo alcuni giorni li uccise, tagliò loro le orecchie e le inviò al monsignore, con un biglietto in cui si affermava che appartenevano ai briganti catturati. Ma la gioia del prelato durò poco, il tempo di ricevere una successiva comunicazione nella quale i banditi invitavano il religioso a riprendersi i cadaveri dei suoi uomini.

Succes­si­vamente si cimentò nell'impresa un co­lonnello dei gendarmi, tal Ruinetti, senza sospettare che il suo cuoco era un informatore dei bri­ganti. Per tutta risposta i fuorilegge gli ra­pirono il figlio insieme ad un amico ed ot­tennero, in cambio della liberazione dei due gio­vani, il rila­scio di alcuni carcerati manutengoli della banda, compresi tre condannati a morte.

Nell'autunno del 1821 monsignor Zacchia arrivò a definire Gasparoni come Tigre che divorava sia la mano che lo nutriva sia la mano che lo colpiva, ma il brigante non faticò molto per riconquistarsi la fiducia delle popolazioni, dimostrando un comportamento da vero galantuomo nei confronti di coloro che si stavano recando alla fiera di Veroli. I fuorilegge sostarono in un'osteria piena di ricchi mercanti: all'iniziale terrore subentrò ben presto la calma ed una atmosfera cordiale, dopo che Gasparoni, definitosi "uomo simile agli altri", con cortesia e galanteria offrì da bere. Seguito dallo sguardo estasiato delle donne presenti pagò per tutti, strinse la mano agli avventori ed uscì, dopo aver fatto scrivere una lettera a monsignor Zacchia in cui sfidava la forza armata in "una partita a colpi di fucile" per il giorno dopo.

Nel marzo 1822, sulla strada fra Roma e Napoli, i briganti ra­pirono un colonnello austriaco ed un suo domestico. Circondati da migliaia di sol­dati, si salvarono perché Gasparoni riuscì con un furbo stratagemma a mascherare i fuorilegge da soldati pontifici "in cerca di malfat­tori". Il colonnello, rilasciato, ringraziò i briganti per l'ottimo trattamento riservatogli.

Fe­rito più volte dalla forza armata, il capo brigante veniva cu­rato dai contadini, mentre i suoi compagni mediante azioni diversive tenevano lontane le truppe. Certo, le cure erano molto rudimentali e consistevano ricoprire la piaga di carote affettate, dopo averla lavata con una mistura di olio e vino. Quando Gasparoni fu colpito la prima volta, nel 1816, sulle montagne arrivò persino un chirurgo, mentre in seguito ad una ferita infertagli dalla forza armata nel dicembre 1822 venne condotto in una capanna costruita per l'occasione: un uomo fu quindi inviato a comprare un unguento che però, probabilmente, venne avvelenato. I banditi fortunatamente scoprirono il tranello e Antonio si salvò.

Anche il governatore (e medico) di Pisterzo, armatosi, provò a catturare i fuorilegge: riuscì ad avere fra le mani solo alcu­ni cappelli e mantelli. In compenso crebbe l'odio nei suoi con­fronti, tanto che la popolazione chiese a Gasparoni di eli­mi­narlo. La banda entrò in chiesa il giorno dell'Ascen­sione, du­rante la messa e, nonostante le precauzioni, l'uomo venne ucciso con somma gioia dei pre­senti. Dopo il fatto l'arciprete, oltre a pregare per l'anima della vittima, invitò i briganti a mangiare con lui nel pre­sbiterio. Stranezze dell'epoca!

Chi pagò ingiustamente in questa storia fu la povera guardia campestre posta all'ingresso della chiesa; nonostante i consigli dei banditi, confidando nella giustizia papale non si rese infatti latitante. Poiché i briganti lo avevano trattato con tutto riguardo, fu giustiziato perché ritenuto a torto loro complice.

 

 

Altri briganti

 

Giuseppe De Cesaris. Originario di Prossedi, operò nei primi decenni dell'Ottocento in una vasta zona che comprendeva il Basso Lazio, l'Abruzzo e la Campania.

Nel volumetto Li briganti a Roma di Carlo Tuzzi troviamo un divertente racconto a proposito di questo fuorilegge, sicuramente però più vicino alla leggenda che alla storia. Si narra infatti che Giuseppe, nel periodo in cui era accampato nei boschi del Molise, invitava cortesemente i viandanti a trattenersi un po' con lui ed i suoi compagni, convincendoli a lasciarsi andare in canti e balli; una volta che i poveretti avevano iniziato le danze erano però obbligati a continuare finché, distrutti, stramazzavano al suolo. A quel punto venivano depredati e derubati di tutti i loro averi e vestiti. Ma per i malcapitati le traversie non erano ancora finite perché gli sbirri presso i quali andavano a denunciare l'episodio non credevano al curioso racconto, ed irridendo i poveri viaggiatori consigliavano loro di limitare il consumo di vino. Solo il succedersi di numerose denunce molto simili convinse ad un certo punto i militi che sarebbe stato meglio andare a perlustrare i boschi. Gli sbirri vagarono a lungo senza trovare alcuna traccia dei fuorilegge finché, stremati, finalmente videro apparire davanti ai loro occhi un piccolo chiosco, situato proprio in mezzo alla selva, in cui venivano venduti invitanti cibi e fresche bevande. Si concessero così un meritato riposo rifocillandosi con un po' di prosciutto accompagnato da un ottimo vino, che li fece però crollare addormentati quasi all'istante. Al risveglio, nudi e disarmati, non trovarono più alcuna traccia del chiosco: non restò loro altro da fare che rientrare in paese coperti di frasche e prendere atto di essere stati beffati dai briganti.

De Cesaris, presentatosi in occasione dell'amnistia del 1814, dopo poco si era di nuovo ritrovato alla macchia; tornato nel suo paese ebbe infatti uno scontro con Vincenzo Rita, ex-brigante divenuto sbirro, protagonista di una guerra contro quegli uomini che, seguendo un'usanza molto diffusa fra i banditi, portavano i capelli lunghi intrecciati con nastri. Il milite strappò al De Cesaris alcune ciocche della sua fluente capigliatura; Giuseppe, non riuscendo a tollerare l'affronto, corse a casa, prese il fucile ed uccise l'incauto barbiere.

Iniziò così a sequestrare nobili e ricchi possidenti: si racconta ad esempio che nell'autunno 1815 irruppe, insieme ai suoi uomini, nel casino della villa della Ruffinella presso Frascati per catturare Luciano Bonaparte, principe di Canino. Ma l'assenza del nobile costrinse De Cesaris ad accontentarsi del segretario, che fu condotto nei boschi e liberato, di lì a poco, dietro pagamento di un riscatto, non proprio astronomico ma comunque soddisfacente.

Nel 1816 Giuseppe decise ancora una volta di usufruire dell'amnistia: ai fuorilegge che si fossero consegnati era infatti stata promessa la riduzione della pena ad un terzo. Le autorità non avevano però comunicato quali fossero le condanne previste ed il brigante, costituitosi, venne condannato a 90 anni di carcere che, ridotti, erano comunque troppi da passare rinchiusi dentro una prigione! Al bandito non restava allora che l'evasione; dopo un primo tentativo fallito riuscì infine nell'impresa.

Il suo odio implacabile verso i traditori lo portò nel 1818, con il pretesto di voler trattare la consegna di alcuni suoi compagni, ad attirare in una trappola e ad uccidere l'ex-capobanda Luigi Masocco che, divenuto bersagliere, aveva iniziato a combattere con abilità ed accanimento i suoi compagni di un tempo. La vendetta degli sbirri fu feroce, e numerosi familiari del brigante, dopo essere stati rinchiusi in carcere, furono ferocemente trucidati. Questa tragica sorte toccò anche alla giovane moglie incinta di Giuseppe, che venne sgozzata senza pietà.

De Cesaris fu invece ucciso nel gennaio 1819, durante un inseguimento, da un bersagliere soprannominato Ciuffotto. La forza armata festeggiò la fine di uno dei più temuti briganti, ma in molti piansero la morte di un uomo che divideva sempre il frutto dei suoi bottini.

 

Domenico Regno. Più noto come Diciannove - anche se l'origine del soprannome non è chiara - era nato a Carpineto nel 1780 ed emigrato a Bassiano per motivi di lavoro. Dopo aver trascorso un breve periodo in prigione per furto di bestiame, tornato sui Monti Lepini si diede alla lotta armata contro i francesi, con una banda composta da contadini, pastori e guardiani del luogo. Il gruppo uccise, tra gli altri, anche l'arciprete di Bassiano perché ritenuto giacobino.

In occasione dell'amnistia concessa nel luglio del 1814 al ritorno del papa, Diciannove si dichiarò prigioniero politico, affermando di essere stato costretto alla macchia per aver combattuto contro "giacobini e frammassoni" in nome di un giusto ideale. Quindi si sposò ed andò in luna di miele a Roma, ma nel 1815 venne nuovamente arrestato insieme a numerosi altri ex-amnistiati. Fu ucciso dai soldati durante un tentativo di fuga mentre veniva condotto a Frosinone.

 

Rosa Cedrone. In un mondo prevalentemente maschile quale quello del brigantaggio, in cui le donne ebbero in genere solo compiti di supporto logistico, tradizione vuole che le poche brigantesse di cui è rimasto il ricordo vengano sempre descritte come giovani e belle. Rosa, la giunonica e determinata moglie del capobandito Cedrone, combatté negli anni Sessanta del secolo scorso vestita da uomo al fianco del suo compagno. Durante lo scontro avvenuto a Veroli fra briganti e granatieri in occasione del sequestro di un possidente di Filettino cadde malamente mentre tentava di saltare un fossato. Sovrastata da un imponente milite, non poté far altro che dichiarare la resa. Lo sbirro si avvicinò allora per far uscire l'uomo dal fosso; a questo punto Rosa, raccolte tutte le sue forze, gli afferrò violentemente il collo tentando di strangolarlo, e probabilmente ci sarebbe pure riuscita se non fosse intervenuto un altro soldato che la uccise con un colpo di fucile al fianco destro. Solo dopo la sua morte i granatieri, con enorme stupore, si resero conto che si trattava di una donna.

 

Luigi Andreozzi. La storia di Luigi Andreozzi di Pastrena, abile capobanda che aveva compiuto ben 59 omicidi, ci viene descritta da Carlo Bartolini, il tenente che lo uccise, in un resoconto storico-aneddotico sul brigantaggio dal 1860 al 1870, in cui l'autore non si stanca di sottolineare i propri meriti, con una sorta di compiaciuta autoammirazione che, tutto sommato, risulta divertente per il lettore.

L'ingente taglia posta sul capo del bandito, ma anche la convenzione fra il governo italiano e quello pontificio, non avevano dato alcun risultato perché il fuorilegge si serviva di numerosi confidenti che lo aiutavano a fuggire. Ad un certo punto Andreozzi decise però di costituirsi: in cambio dell'amnistia gli venne dato il compito di aiutare le milizie, come guida, nella caccia ai briganti. La circostanza doveva ovviamente essere tenuta segreta. Per non far scoprire nulla gli fu allora ordinato di aggirarsi per le montagne, accompagnato dallo stesso Bartolini travestito da brigante, fermandosi spesso da pastori e contadini per chiedere loro, come era abitudine dei fuorilegge, cibo ed informazioni sui movimenti dei soldati. Il capobandito si era però messo al servizio delle truppe con un obiettivo ben preciso, quello di sbarazzarsi della banda di un suo nemico, tal Mazza, e si adoperò per far cadere gli uomini del gruppo in un agguato. Raggiunto lo scopo, la collaborazione di Luigi divenne quindi svogliata: le autorità decisero allora che era necessario arrestarlo insieme a cinque compagni. Il compito venne affidato ancora una volta al tenente Bartolini che, in un racconto palesemente di parte, descrive la storia accentuando, oltre all'eroismo e all'astuzia, pure la sua forza, che lo rendeva capace "con un abile colpo di ginocchio all'inguine" di far "stramazzare in terra" un brigante. Andreozzi venne ucciso dopo una violenta colluttazione; nel corso dell'azione morirono anche altri fuorilegge.

Il tenente sostiene di aver trovato, in tasca al terribile Luigi, una sorta di manuale del perfetto bandito in cui si davano tra l'altro consigli ed indicazioni su come e quando sparare, ma anche chi colpire: meglio ad esempio un solo ufficiale che molti soldati semplici. Fra gli accorgimenti che i briganti dovevano adottare, si raccomandava di far credere di essere in numero maggiore di quello reale e soprattutto, quando era necessario fuggire, di lasciar cadere lungo la strada del denaro, perché l'esperienza dimostrava che i soldati in genere si fermavano a raccoglierlo. Oltre a ricordare che un brigante deve rischiare la vita per salvare un compagno ma che, una volta che questi è stato ferito, è meglio ucciderlo piuttosto che lasciarlo prigioniero, il vademecum si soffermava nella spiegazione di numerosi dettagli tecnici, ma anche delle tattiche di combattimento consigliate per le differenti situazioni.

 

Vendetta. Descritto da Carlo Tuzzi come l'ultimo brigante romano, quest'oste di Campomorto soprannominato Vendetta, fuorilegge un po' pigro e certamente lontano dai suoi ben più eroici colleghi alla macchia, ricattava gli abitanti di Velletri chiedendo loro pochi scudi. Un giorno ebbe però un'idea geniale che avrebbe dovuto garantirgli una sopravvivenza stabile e dignitosa.

Rubò dunque un'immagine sacra, considerata miracolosa, presso il convento dei gesuiti di Velletri. Poco ci mancò che la popolazione insorse. La domenica successiva, nel bel mezzo della messa, Vendetta salì sul pulpito e dichiarò di essere l'autore del furto. Scusandosi con il popolo, si disse pronto a restituire l'oggetto trafugato in cambio della grazia per sé ed un suo fratello, di una rendita ed un impiego governativo... insomma, era proprio un brigante di serie B, se preferiva finire dietro una scrivania anziché vivere libero sulle montagne! Al bandito venne comunque comunicato che la sua proposta era stata accettata ma, appena le autorità pontificie lo ebbero tra le mani, rimangiandosi la parola data lo fecero decapitare.

 

 

Briganti dell'Alto Lazio

 

Domenico Tiburzi

 

Proprio cento anni fa, nell'ottobre del 1896, si concludeva la rivolta so­litaria di uno degli ultimi miti del brigantaggio, quel leg­gendario Domenico Tiburzi che per circa un quarto di secolo aveva agito con la sua piccola banda nell'appena costituito Stato italia­no, in una zona compresa fra il Viterbese e la Maremma grossetana.

Ormai anziano - sessant'anni all'epoca per un uomo che aveva condotto una vita così avventurosa erano quasi un record - con una gamba dolorante per i postumi di una ferita, forse anneb­biato dall'alcool dopo una lauta cena, l'imprendibile Re della mac­chia cadde nelle mani degli sbirri, a differenza del suo giovane luogotenente Luciano Fioravanti. Tiburzi fu ucciso in un casale vicino Capalbio, in una zona allora chiamata Le Forane, dove era ospite del contadino Nazzareno Franci e della sua famiglia.

Ma le peripezie, per il brigante, non erano ancora fi­nite. Il suo corpo fu infatti legato ad una colonna ed im­morta­lato come se fosse ancora vivo - con tanto di cappello, fazzoletto al collo ed armato di tutto punto - nell'unica fotografia che ci è rimasta del fuorilegge.

Il popolo si recò in massa a rendere omaggio alle spoglie di un uomo sempre ge­neroso con la povera gente; in molti tentarono di impossessarsi di un brandello del vestito del loro eroe, altri si divisero le cartucce. Ma il parroco rimaneva inflessibile: un peccatore, pur se reli­gioso, non poteva essere in­terrato nel cimitero. Per evitare una sollevazione, la situazione fu infine risolta con un singolare compromesso. Il corpo venne seppel­lito, attra­verso il cancello del cimitero di Capalbio, metà all'interno e metà - la parte inferiore, considerata impura - fuori.

Non è tutto: la sezione del cervello del brigante che non era stata distrutta dai proiettili fu inviata a Cesare Lombro­so il quale, come è noto, era convinto che la propensione al delitto sia in genere conseguenza di fattori organici costituzionali o ereditari. Dovette invece concludere che non solo Tiburzi non era un delinquente costituzionale ma, oltre ad essere un uomo normale, era addirittura un individuo molto più intel­ligente della media, una sorta di genio.

Domenichino, nato a Cellere, piccolo centro del Viterbese, nel maggio 1836, fin da giovane aveva accumulato un sentimento di ribellione a causa della estrema povertà della sua famiglia, pur continuando a svolgere con tranquillità il mestiere di pa­store e, in seguito, di buttero. Ben presto si era sposato con una donna che, morendo molto giovane, lasciò i due figli in affidamento ad alcuni parenti perché Tiburzi, al momento della scomparsa della moglie, era già latitante. Aveva infatti iniziato ad impegnare la giu­stizia papale a trent'anni, uccidendo nel suo paese d'ori­gine un guardiano con cui aveva litigato. Condannato, a Civitavecchia, a 18 anni di lavori forzati, aveva sperato di essere amnistiato con la caduta del potere temporale dei papi. Non fu così. Dovette allora ingegnarsi per trovare una soluzione differente: riuscì a fuggire con altri due reclusi dalla casa di pena di Porto Clementino, a Corneto Tarquinia, disarmando l'unica guardia presente. Rifugiatosi nella Selva del Lamone, una zona di confine ideale per i latitanti, accumulò ben pre­sto nume­rose condanne.

Tiburzi agiva in base ad un ideale molto confuso di giustizia sociale. Mentre da gio­vane aveva aderito all'attività clande­stina della Lega Castrense, di indirizzo li­berale, come bri­gante si era ritro­vato a difendere i privilegi dei signori locali, sia pure in modo certamente inconsueto. Aveva in­fatti ideato la "tassa sul bri­gantaggio", una sorta di assicu­razione che i possidenti gli pagavano in cambio della prote­zione di proprietà e bestia­me. Si racconta ad esempio che un giorno, in una tenuta nei pressi di Montalto di Castro - il cui proprietario era assicurato con il brigante - Domenichino obbligò alcuni falciatori, che si erano messi in sciopero al momento di iniziare la mietitura, a riprendere il lavoro.

Ma i soldi che prelevava ai ricchi li elargiva con genero­sità ai poveri, che in cambio fornivano al brigante in­forma­zioni e servizi preziosi, e ad alcune giovani donne che aveva­no avuto un figlio dal fuorilegge, per le quali si premurò pu­re di trovare un marito che riconoscesse il bambino.

Rigido nei suoi principi tanto da disdegnare accordi con i delinquenti, impla­cabile con i traditori e fedele con gli amici, nel corso della sua lunga carriera com­mise 17 omicidi, ma solo per difesa o per eliminare spie e compagni che non accettavano i criteri della banda, ovvero il rifiuto della violenza gratuita e la ricerca del consenso tra­mite elargizioni anziché minacce. Un componente del gruppo fu addirittura eliminato proprio in quanto violento, per aver ucciso un muratore che aveva ristrutturato per i briganti una grotta-nascondiglio. Si racconta che Tiburzi stesso si recò poi dalla moglie dell'operaio defunto per risarcirla del danno.

Domenichino si atteneva infatti ai suoi comandamenti, una sorta di decalogo che prescriveva, tra l'altro, di onorare i signori del luogo, aiutare i disgraziati e soprattutto di non fare la spia. Era inoltre contrario all'uccisione dei carabi­nieri, considerati "poveri figli di mamma" costretti dalla fame a fare quel mestie­re, anche perché provocava un aumento della repressione. Si racconta che un giorno, rivolto ai militi che volevano catturarlo, Tiburzi disse: "Fareste meglio ad andarvene che noi i carabinieri non li vogliamo uccidere". Del resto il brigante era più efficiente delle forze dell'ordine, controllando il territorio a tal punto che, da quando agiva nei dintorni di Viterbo, i delitti nella zona erano diminuiti, perché aveva allontanato i malfattori.

Il brigante, bassino, con i suoi occhi neri penetranti che facevano impazzire le donne, divenne il mito dei diseredati della Maremma, una terra in­colta e abbandonata preda della malaria e del contrabbando, in cui le speranze risorgimentali dei con­tadini - la bonifica e l'assegnazione delle terre - erano state deluse. La colossale retata effettuata da Giolitti nel Viterbese - ancora compreso, all'epoca, nella provincia di Roma - e nella zona di Grosseto per togliere so­stegno ad un brigante ormai leggendario non ebbe l'effetto spe­rato. Le carceri furono riempite, in base a "pubbliche voci", di onesti pastori e di qualche imputato eccellente. In tutto furono coinvolte 271 persone: in prigione finirono in 126, gli altri vennero denunciati a piede libero.

Il figlio di Domenichino, Nicola, era tra gli imputati del processo: secondo l'accusa, infatti, grazie ai proventi delle imprese del padre aveva accumulato un patrimonio - per l'epoca veramente ingente - di oltre 100 mila lire, e si era fatto costruire una casa da ricchi, dalle pareti finemente affrescate e ricca di comfort.

Durante gli anni trascorsi alla macchia Tiburzi aveva sempre cercato di proseguire una vita quanto più possibile normale, mantenendo ad esempio i contatti con la famiglia e tornando addirittura di nascosto a casa in occasione di avvenimenti importanti come la morte del figlio maggiore, il matrimonio di quello minore oppure la nascita di un nipote. Nell'estate del 1896, accompagnato da Fioravanti, era persino riuscito a recarsi alle Terme di Roselle, in provincia di Grosseto, per curarsi l'artrosi, ma soprattutto per cercare un rimedio ai forti dolori al ginocchio destro, postumi di una ferita infertagli nel corso dell'azione in cui aveva trovato la morte il bandito Domenico Biagini, che in realtà non venne ucciso dai militi - come afferma la versione ufficiale - ma morì a causa di un infarto. I carabinieri, per avere il merito dell'azione, avevano però sparato sul cadavere simulando l'uccisione.

Dagli atti del processone, il cui unico pregio è forse quello di fornirci notizie preziose per comprendere i rapporti fra la popolazione e i fuorilegge, sappiamo che i banditi venivano avvertiti dei movimenti delle forze dell'ordine da una sorta di telegrafo i cui pali, umani, erano costituiti dai pastori che comunicavano fra loro attraverso fischi convenzionali. Troviamo inoltre la descrizione dei nascondigli dei briganti, grotte o capanne mimetizzate rifornite di prosciutto, cacio, vino, sale, zucchero e un po' di chinino per difendersi dalla malaria. Questi rifugi erano protetti da un sofisticato sistema di fucili collegati grazie ad una cordicella mimetizzata nel prato la quale, appena urtata, provocava un'esplosione che spaventava chi si avvicinava ed avvisava i briganti della presenza estranea.

Durante il governo di Francesco Cri­spi, succeduto nel 1894 a Giolitti, la taglia posta sul capo di Tiburzi - che in molti ritenevano dotato di poteri sovrannaturali in grado di renderlo imprendibile - arrivò a 10 mila lire, cioè il valore, all'epoca, di un podere. Ma la gente era più vicina al brigante, simbolo dell'opposizione allo sfrutta­mento, che alle istituzioni.

Alla morte di Tiburzi il suo luogotenente Fioravanti fece l'errore di trasferirsi in una zona che conosceva poco, nei boschi tra Manciano e Pitigliano. Mancando il suo maestro spirituale abbassò la guardia e, divenuto sfrontato e prepotente, si alienò le simpatie delle popolazioni. Pensò allora di stringere l'amicizia con un tal Gaspero Mancini, che un giorno di giugno del 1900 organizzò persino un pranzo in suo onore. Oppure, è meglio dire, così gli aveva fatto credere. In realtà, dopo aver offerto a Fioravanti cibo e vino in abbondanza, il suo amico attese che il brigante si addormentasse sotto un albero e lo uccise con un colpo di fucile. Simulò poi uno scontro a fuoco, rubò quanto il bandito aveva nelle tasche e riuscì ad incassare i soldi della taglia.

Ormai, agli inizi del Novecento, il brigantaggio maremmano era alla sua naturale conclusione. I problemi della zona rima­nevano invece invariati ma l'evoluzione sociale aveva portato alla formazione di nuove forze politiche e sindacali, che indicavano agli oppressi e ai diseredati una strada di emancipazione diversa da quella della ribellione individuale.

 

 

Altri briganti

 

Felice Battaglia. E' opinione diffusa che l'opposizione antifrancese degli inizi dell'Ottocento abbia mirato esclusivamente a favorire il ritorno del papa a Roma. Non è così. Un significativo esempio di ribellione politica, che dai francesi fu però accomunata al banditismo, è quello di un attivissimo prete, tal Felice Battaglia. Nel novembre del 1813 il religioso lanciò, a nome della Lega italiana, un appello ai romani, affinché sostenessero la lotta per un'Italia unita, libera e indipendente. Il suo progetto era quello di provocare una sollevazione a Viterbo come premessa per arrivare alla "conquista" di Roma. L'efficiente ed ingegnoso sacerdote, che con una sorta di "ciclostile portatile" stampava volantini in cui si incitavano le popolazioni ad armarsi, era in collegamento con professori ed avvocati dell'epoca e guidava una piccola schiera di ribelli. Inseguito dalla gendarmeria, riuscì a fuggire dopo uno scontro con i francesi, nel corso del quale un uomo del gruppo venne imprigionato: l'arresto, evidenziando i rapporti di Battaglia con numerosi intellettuali, metteva inquietudine a Roma. Il 7 dicembre comunque il generale Miollis annunciò la cattura del temuto ribelle. Interrogato a Viterbo, L'attivo ribelle, per nulla pentito, mostrò coraggio, sangue freddo, e la volontà di combattere fino alla morte per una causa che riteneva giusta. Fu quindi spedito nelle carceri di Roma ma successivamente, durante un trasferimento, scomparve in circostanze misteriose, forse eliminato dai suoi vecchi compagni.

 

Le belve di Valentano. Sono tre briganti dai soprannomi coloriti - Fumetta, Bustrenga e Marintacca - meglio noti come le belve di Valentano, i più celebri fuorilegge che agirono nel Viterbese intorno alla metà dell'Ottocento.

Il loro capo, Gio. Paolo Grossi detto Fumetta, era nato nel 1805 a Valentano, nel Ducato di Castro, dove possedeva alcune pecore; Bustrenga, che si chiamava Dionisio Costantini, era originario di Villa delle Fontane; Marintacca proveniva invece dalla Toscana.

I tre, che amavano definirsi "gentiluomini della macchia", furono autori di numerosi saccheggi e ruberie. Un giorno, dopo essere stati costretti ad una fuga ingloriosa da alcuni contadini che li avevano riconosciuti quali responsabili del furto di un somaro, saccheggiarono loro la casa per vendicarsi dell'umiliazione subita lasciando un biglietto con la minaccia: "La morte vi aspetta! Fumetta".

La gendarmeria di Valentano venne allora rinforzata, ma i briganti riuscirono a dargli uno scacco dimostrando la loro audacia... o forse la vigliaccheria degli uomini dello Stato, la cui reazione non fu certo delle più gloriose. Una mattina i fuorilegge entrarono infatti armati nel centro abitato fermandosi in un bar vicino alla caserma: il governatore si rifugiò all'interno della chiesa, il maresciallo in una cantina e i gendarmi si barricarono in caserma. Per le strade del paese non girava anima viva. Un altro giorno i banditi irruppero, in un vicolo di Tessennano, nella bettola di Totarone, piena di gente intenta a giocare a carte, ed uccisero un uomo accusato di essere una spia. Saccheggiarono quindi il paese violentando anche alcune donne, e poi si diressero verso la Toscana. Ancora una volta il comportamento tenuto dagli sbirri non può proprio essere citato quale esempio di coraggio: la polizia di Pitigliano, paese di frontiera, aveva infatti deciso di catturare i fuorilegge, ma solo dopo l'arrivo di consistenti rinforzi furono i banditi a fuggire anziché gli sbirri.

Ormai, da provetti briganti, Fumetta, Bustrenga e Marintacca indossavano abiti in velluto nero adatti al loro ruolo. Per un po' di tempo però non fecero parlare di sé, e vennero quasi dimenticati. Ma un giorno lungo la Corriera, la strada che da Viterbo va ad Acquapendente passando per Bolsena, tre uomini mascherati assaltarono una carrozza e i dragoni che la scortavano. Le belve di Valentano erano tornate sulla scena.

Il capobanda, Fumetta, fu il primo a morire. La sua uccisione viene in genere collegata ad un... tradimento, un po' diverso però da quelli consueti per i briganti! La moglie di un fiancheggiatore dei banditi si trovava infatti una sera in casa con un tenente il quale, all'arrivo improvviso del marito della donna, si nascose sotto il letto, da dove riuscì a rendersi conto che l'uomo stava preparando una scorta di viveri da portare ai briganti. Dopo aver chiamato i rinforzi, riuscì quindi a scovare il nascondiglio di Fumetta. Il fuorilegge fu ucciso, ed il suo cadavere venne esposto in pubblico, poi trasportato su una carretta della nettezza urbana e sepolto nella calce viva. Gli altri due briganti, rimasti soli, non riuscirono a superare il disorientamento. Marintacca fu trovato con la testa fracassata, trucidato dal suo compagno Bustrenga, che poteva così per ottenere la grazia; quest'ultimo venne invece ucciso da alcuni contadini.

 

Fortunato Ansuini. Fra gli ultimi banditi dell'Alto Lazio, che agirono nel giovane Stato Italiano della fine del secolo scorso, Fortunato Ansuini era noto per la sua ferocia tanto che un brigante DOC quale Domenico Tiburzi aveva più volte rifiutato le sue offerte di alleanza, considerandolo null'altro che un comune malvivente.

Ansuini, nato a Norcia nel 1850 da una famiglia contadina che lo aveva costretto a diventare muratore, fu protagonista insieme a tre suoi compagni di cella di una clamorosa evasione attraverso una fogna, che lo condusse fuori dal carcere di Roma dove era rinchiuso, condannato ad 11 anni per aver ucciso un uomo in un'osteria. Era il maggio del 1886. Ritrovatisi finalmente all'aria aperta sulle rive del Tevere, gli evasi si allontanarono velocemente dalla città, diretti verso la maremma grossetana, individuata come rifugio adatto per la latitanza.

Iniziarono così ad effettuare furti e grassazioni per reperire ciò di cui avevano bisogno: in primo luogo armi, munizioni e denaro. Le forze dell'ordine, pur costringendoli a continui spostamenti, non riuscivano ad acciuffarli. In aiuto dei militi arrivò però una spiata, ed i banditi furono sorpresi mentre banchettavano tranquillamente in una grotta. I fuorilegge ebbero il sangue freddo di non reagire, arrendendosi subito, mani in alto, ai carabinieri: la loro esperienza dimostrava che mentre da una prigione era possibile fuggire, una volta morti nel corso di una sparatoria non c'erano più speranze!

Rinchiuso nel Forte Filippo di Porto Ercole, nell'aprile del 1890 Ansuini riuscì ancora una volta, insieme ad altri reclusi, a mettere in atto un'evasione. Dopo aver rotto le catene che li tenevano legati ai tavolacci e l'inferriata della finestra, i carcerati si calarono tramite la classica corda confezionata con alcune coperte tagliate. Scavalcato il muro di cinta Ansuini era di nuovo libero. La notte successiva i banditi irruppero in una capanna di pastori vicino Capalbio e, dopo averli legati, razziarono alimenti, denari, fucili e munizioni. Fra gli evasi c'era anche Damiano Menichetti, losco figuro di Bassano particolarmente sanguinario, con cui Fortunato strinse subito un'alleanza, mentre gli altri si separarono ben presto da loro.

Sembra che uno dei passatempi preferiti di Ansuini fosse quello di beffare le forze che dovevano combatterlo, tanto che amava mangiare nei ristoranti accanto ai carabinieri premurandosi sempre, al momento di andarsene, di lasciare un biglietto firmato con i suoi saluti. Ma un giorno superò se stesso. Si racconta infatti che si recò, ben vestito, nella caserma dei carabinieri di Bassano presentandosi come un viaggiatore di una casa commerciale di Milano che, temendo i banditi, avrebbe avuto bisogno di due uomini per essere accompagnato nel suo viaggio. Fu quindi scortato e, al termine del percorso, nel ringraziare i carabinieri, chiese loro di consegnare al premuroso brigadiere un biglietto in cui rivelava la sua vera identità. Ovviamente il militare, dopo aver letto il messaggio, non era in sé per la rabbia.

Ma si trattava ormai degli "ultimi fuochi" del brigantaggio: dopo uno scontro armato Ansuini si dileguò, e non si seppe più nulla di lui, mentre Menichetti morì in carcere, catturato dopo aver ucciso un carabiniere.


Il Novecento: gli ultimi epigoni

 

Tramontata, insieme alla società contadina, anche l'epoca del brigantaggio, la protesta dei settori popolari ha avuto la possibilità, nel nostro secolo, di esprimersi attraverso strade più politiche. Eppure anche il Novecento ha prodotto alcuni isolati epigoni del "banditismo sociale", novelli Ro­bin Hood di città che, individuando come nemico il sistema dei ricchi, hanno agito in base ad un confuso senso di giustizia popolare e ad un primordiale orientamento politico, tentando di operare una redistribuzione della ricchezza a tutto vantaggio delle classi più povere. Tipici in questo senso sono stati i casi della banda di Pietro Cavallero nel nord dell'Italia - che fu certamente la più politicizzata - e precedentemente, a Roma, quella del Gobbo del Quarticciolo.

 

La banda del Gobbo del Quarticciolo

 

Giuseppe Albano, soprannominato il Gobbo per una deforma­zione alla spina dor­sale conseguenza di una caduta, fu principalmente un caratteristico esempio di "giustiziere urbano" che operò nell'estrema periferia romana, ma anche un singolare protagonista della Resistenza e di una so­litaria guerra contro nazisti e profittatori vari. Nato in provincia di Reggio Calabria il 23 aprile 1926, era approdato con la fa­miglia al Quarticciolo all'età di dieci anni. Noto per il suo coraggio - da giovanissimo era riuscito a disarmare due avanguardisti che lo avevano minacciato con un pugnale - appena diciassettenne si era unito al gruppo di partigiani capeggiato dai fratelli Ferracci, partecipando valorosamente a diverse operazioni come il sabotaggio di treni tedeschi, l'assalto ai forni per distribuire farina alla popolazione, l'agguato a militi fascisti.

Nella primavera del 1944, dopo l'uccisione in una trattoria di tre sol­dati tedeschi, fu sca­tenata una massiccia caccia all'uomo che lo portò a cadere nelle mani delle SS. Qualcuno, volendo insi­nuare una presunta collaborazione del giovane con i nazisti, ha affermato che Giuseppe uscì pochi giorni dopo da via Tasso stranamente incolume; altri, ed è la versione a nostro avviso più proba­bile, ricordano invece che riuscì a resi­stere alle torture e si salvò miracolosamente dall'esecu­zione fuggendo al momento dell'ar­rivo degli Alleati a Roma.

Si tratta di una tra le tante circostanze oscure che circondano la vita (e la morte) di un personaggio discusso ed inquietante, soprattutto perché esigenze politiche di vario tipo si sono spesso insinuate nei tentativi di rico­struzione storica. Fra le ragioni che hanno impedito, all'epoca, di fare chiarezza sulla vicenda, c'era sicuramente la necessità di parte della sinistra, soprattutto dei gruppi non ufficiali, di doversi difendere da una campagna denigratoria che accomunava la loro azione, e spesso persino la lotta di classe, a fenomeni di banditismo. Per il Gobbo, ingenuo rivoluzionario mancato che aveva anche aderito per un breve periodo al gruppo Bandiera Rossa, i partiti e le organizzazioni politiche dell'epoca non indicavano una strada politica percorribile e convincente. La sua rabbia non trovò quindi altro sbocco che quello di una confusa rivolta prepolitica in grado di aggregare il sotto­proletariato delle peri­ferie romane, insoddisfatto perché la fine della guerra aveva lasciato la situazione pressoché immutata.

Dopo l'arrivo degli Alleati sembra che Giuseppe Al­ba­no decise di porsi al servizio della questura, ed in effetti consegnò alcuni componenti della famigerata banda del torturatore nazista Koch: la veste di poliziotto gli era in quel momento particolarmente congeniale, permettendogli di portare con sé tranquillamente, senza rischiare guai con la giustizia, anche armi da guerra, che si rivelavano molto utili nelle sue azioni, ed in particolare nei furti (soprattutto di pezzi di ricambio per auto) e nelle estorsioni ai danni dei fascisti. La questura decise quindi ben presto di liberarsi di questo personaggio scomodo, emettendo contro di lui un mandato di cattura.

Al Quarticciolo, do­ve era amato e protetto dalla popolazione, il fuorilegge aveva intanto or­ganizzato una banda che arrivava a contare oltre 60 membri, fra militanti e simpatizzanti. Nino er boia, Mario er burino, Pippo er gatto, Giovanni er zozzo, questi banditi dai coloriti soprannomi, erano imprendibili come il Gobbo - che certo per le sue caratteristiche fisiche non passava inosservato! - perché la borgata era con loro. E i banditi ripagavano l'affetto di cui erano circondati perché non agivano per avidità personale (pur se tenevano spesso parte dei bottini per sé), distribui­vano farina ai poveri, organizzavano festose tavolate in piazza, elargivano denaro alle giovani donne che la miseria costringeva alla prostituzione. Insomma in un periodo in cui il crimine si stava ormai internazionalizzando, questa singolare banda continuava a mantenere uno stretto legame con il proprio territorio di origine.

Convinto ormai di essere inafferrabile, il Gobbo arrivò persino a provocare un maresciallo dei carabinieri. Recatosi in un convento nella borgata Gordiani dove il milite si trovava insieme ad alcuni colleghi, il bandito esordì con un provocatorio: "Visto che volevate parlarmi, sono venuto!". Ma i suoi compagni, che lo aspettavano fuori, si erano intanto trovati a dover ingaggiare un conflitto a fuoco nel corso del quale trovò la morte un carabiniere. In seguito a questo episodio, e all'uccisione di un caporale inglese durante l'assalto ad un autoparco alleato - azione che venne attribuita alla banda del Gobbo - le forze dell'ordine trasformarono il Quarticciolo in "zona di guerra", arrivando ad impiegare carri armati leggeri e cen­tinaia di carabinieri e poliziotti, che non trovarono di meglio da fare che rastrellare la zona e riempire Regina Coeli di abitanti della borgata. Il leggendario bandito, anche se ormai braccato, era riuscito an­cora una volta a fuggire.

La sua situazione si era però fatta particolarmente complicata: Giuseppe cercò allora aiuto dagli ex-amici partigiani, senza minimamente immaginare che costoro fossero sotto il controllo dalla polizia. Cadde così in un'imboscata: riconosciuto in via Fornovo, nell'androne di un palazzo che ospitava una sede politica, al suo primo movimento venne ferito a morte. Fu ucciso da un colpo in fronte in seguito ad una reazione, dissero le forze dell'ordine; raffica alle spalle, sentenziò invece l'autopsia. Insomma, uno dei primi misteri della futura Repubblica. Ciò che è certo è che quando venne assassinato non aveva ancora com­piuto 19 anni e che indosso non gli furono trovate armi. Era il 16 gennaio 1945: il Gobbo moriva quindi mentre Pietro Koch, di cui il giovane bandito aveva fatto arrestare alcuni uomini, continuava nel nord dell'Italia a torturare i partigiani.

Lo stesso giorno nella villa di Beniamino Gigli in via Serchio furono anche catturati dai carabinieri - su segnalazione del tenore - tre uomini della banda che si erano recati a riscuotere una rata del ri­catto all'artista, obiettivo dei banditi perché legato al regime fa­scista ed accusato dai fuorilegge di aver presenziato alle tortu­re nel famigerato carcere nazista di via Tasso. Nei giorni successivi vennero invece arrestate decine di persone con l'accusa di far parte del gruppo, il Quarticciolo fu milita­rizzato ed un uomo, soprannominato Er Cipolletta, rimase uc­ci­so mentre stava tentando la fuga. Si racconta inoltre che la madre e l'amante del Gobbo furono arrestate, pistola in pugno, pronte a ven­dicare la morte del loro caro. Nelle osterie popolari si continuò a lungo a parlare con simpatia di questo ragazzo un po' basso, dolce e dai bei lineamenti, che combatteva con determinazione i nazisti ma era sempre generoso con la povera gente.

Nel 1960 il regista Carlo Lizzani dedicò a Giuseppe Albano un film, Il Gobbo, in cui Pier Paolo Pasolini interpretava la parte del Monco. Più recentemente, nel 1979, nel luogo in cui il bandito fu ucciso venne depositata una corona di fiori per ricordare questo discusso protagonista della Resistenza, mitico personaggio della malavita romana che taglieggiava gli ex-collaborazionisti del fascismo per divide­re con il popolo i loro profitti.


Appendice: I briganti nei musei del Lazio

 

Se un vero e proprio museo dedicato ai briganti esiste solo, per iniziativa di un privato, in provincia di Latina, altre raccolte romane conservano tracce del fenomeno visto "dall'altra parte", ovvero dalle forze incaricate di combatterlo.

 

Museo del Brigante.

Questa singolare ed interessante collezione, allestita con l'obiettivo di mantenere viva la cultura po­polare in una zona che fu patria di celebri fuorilegge, si trova in un suggestivo casale ai Fienili di Sonnino, nell'Agro Pontino. Aperto al pubblico gratuitamente ma solo previo appuntamento, il museo conserva rari dipinti, incisioni e Bandi scovati qua e là, durante alcuni anni di paziente ricerca effettuata anche fra le bancarelle dei mercatini delle pulci. Vi è inoltre raccolto tutto ciò che, più o meno direttamente, riguarda il brigantaggio, da locandine cinematografiche a biglietti di risto­ranti con nomi di banditi. Numerosi sono i cimeli relativi al mitico Gasbarrone, di cui è ancora vivo il ricordo fra i pastori di Sonnino. Particolarmente divertenti sono i disegni dei bambini del luogo, ovviamente in tema, mentre colpiscono per la loro vivacità le celebri ac­quaforti ed incisioni di Pinelli, realizzate nel periodo che l'artista trascorse con i fuorilegge. Per informazioni ed appuntamenti è possibile telefonare al nume­ro 0773/98039.

 

Tracce di briganti nei musei romani.

Museo Criminologico. Nella raccolta situata in via del Gonfalone 29 (Tel. 68300234) si trovano anche reperti relativi al brigantaggio: oltre a stampe, testi e fotografie, vi sono conservati, fra le armi, certi pugnali che vennero trovati nel 1870, sotterrati da alcuni "briganti pentiti" nella campagna laziale.

Museo Storico dei Bersaglieri. Al primo piano del museo, situato a porta Pia (Tel. 486723), sono esposti, tra gli altri, significativi ricordi delle campagne contro il brigantaggio, con particolare riferimento all'azione dei battaglioni di bersaglieri. Tra i cimeli spicca il ritratto del Maggiore Franchini, che nel 1861 catturò a Tagliacozzo il generale spagnolo Borjes, sbarcato nell'Italia meridionale per restaurare la monarchia borbonica.

Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri. Nel museo, che si trova in piazza del Risorgimento 46 (Tel. 6896696), oltre a numerosi reperti sul brigantaggio è in vendita anche un libro ricco di immagini dedicato proprio all'argomento.

Museo Storico delle Poste e Telecomunicazioni. Nella sezione dedicata al servizio postale degli stati preunitari del vastissimo museo situato all'EUR, in viale Europa 190 (Tel. 59582092), troviamo, tra l'altro, alcune armi usate per difendere le carrozze postali dagli assalti dei briganti.

 


Indicazioni bibliografiche

 

Oltre che nei numerosi libri pubblicati sull'argomento, del brigantaggio si parla in quasi tutte le opere sullo Stato della chiesa dal Cinquecento all'Ottocento.

Per coloro che hanno la possibilità di approfondire l'argomento attraverso la lettura delle fonti archivistiche, i verbali dei processi del Tribunale del governatore, così come altri interessanti atti relativi al banditismo e al brigantaggio, sono conservati all'Archivio di Stato di Roma in Corso Rinascimento 40. Nello stesso archivio, ma anche nelle principali biblioteche della città, si trovano invece collezioni di Bandi ed Editti in cui sono raccolte le "leggi speciali" contro i banditi, ed è possibile anche consultare un elenco ed una sintesi dei principali provvedimenti legislativi dai primi decenni del Duecento alla seconda metà del Seicento, che specifica anche il luogo in cui possono essere consultati: tali indicazioni sono contenute nei 7 volumi, a cura del Comune di Roma, dei Regesti di bandi, editti, notificazioni e provvedimenti diversi relativi alla città di Roma ed allo Stato pontificio.

 

AAVV, Bande armate, banditi, banditismo e repressione di giustizia negli stati europei di antico regime, Roma 1986.

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