Niente sesso, è Natale

 Tradizioni e divieti nella Roma dei papi

Erano particolarmente turbolenti i romani intorno al 1650, a giudicare dal numero di Editti emanati annualmente nel tentativo di evitare gli "eccessi" che si verificavano la notte di Natale. Oppure, ed è più probabile, si ebbe in quel periodo una maggiore solerzia delle autorità pontificie, che non ottenne però i risultati auspicati. Le minacciate pene, pecuniarie e corporali, (peraltro in genere non applicate) non erano assolutamente sufficienti a scoraggiare i chiassosi festeggiamenti notturni ed il desiderio di qualche ora di spensierata baldoria. E' vero, i divertimenti dell'epoca erano talvolta un po' pericolosi, ed in proposito basta ricordare che, al posto degli attuali "botti", in occasione delle festività (ma anche delle processioni religiose) si usava esprimere allegrezza con veri spari d'archibugio! Le disposizioni ed i divieti pontifici erano praticamente inascoltati; le autorità non potevano tuttavia rimanere inerti. La "Natività del Nostro Sig. Giesù Christo" è festa religiosa per eccellenza, e la città santa doveva rappresentare un simbolo di moralità, almeno in quella circostanza. Certo, gli Editti ricordavano come "in ogni tempo siano da fuggirsi li strepiti, gridi e rumori di notte, come origine di molti scandali, & occasioni a diversi peccati", ma le feste natalizie in particolare erano il momento in cui ci si doveva astenere dagli "eccessi" e più in generale dalle tentazioni terrene e dai "negotij profani". Le norme erano quindi tanto minuziose quanto disattese.

Divieti per tutti. Nella notte di Natale ad esempio era vietata la prostituzione, realtà particolarmente diffusa e tollerata per tutto il resto dell'anno, in una città in cui era elevato il numero di celibi. "S'hordina, e comanda - leggiamo negli Editti dell'epoca - a tutte le cortigiane, e Donne di dishonesta vita" di non girare per la città, neanche "sotto pretesto d'andare alle Messe" e di non ricevere uomini nelle proprie abitazioni. Se il significato di questi divieti è chiaro, più curiose risultano invece le disposizioni riguardanti le suore, che non potevano aprire i loro monasteri per far celebrare la messa "fino alla mattina di giorno": e fin qui il divieto è comprensibile, dal momento che le chiese divenivano - sono sempre gli Editti a parlare - luoghi in cui, in concomitanza con le feste, si verificavano "circoli, e colloquij", e persino "atti indecenti". Ma alle suore era anche proibito, evidentemente quale eccesso di "mondanità", allestire presepi, poiché tali occasioni favorivano un riprovevole sfarzo. Povere religiose, oggetto di numerosi provvedimenti restrittivi: per loro, che dovevano dedicare la loro vita alla preghiera, era ritenuta troppo profana anche una eccessiva luce di candele! Prostitute in casa, monache nei conventi prive di ogni contatto con il mondo esterno, ma anche osterie chiuse per legge. Qualcosa di analogo (ci sia concessa l'ironia) a quei provvedimenti che in tempi più recenti hanno colpito le discoteche: osterie ed alberghi dovevano infatti chiudere dalle due di notte alle sedici del giorno successivo. Non si trattava di un divieto di poco conto: l'osteria era, nella Roma dell'epoca, il principale luogo di incontro e di festa. E proprio per questo, nella notte di Natale, si riteneva necessario togliere ogni "occasione di scandali" in modo che "più facilmente" i romani potessero "attendere alli Divini officij". Con questo lungo elenco di divieti, rimaneva ancora qualche lecita possibilità di divertimento? La tombola era permessa, lontano dalle Chiese, a differenza del gioco dell'oca, vietato per legge perché anch'esso "occasione di molti scandali". Scandali?! Anche per i giochi leciti, si doveva comunque stare attenti a non fare troppo chiasso, sebbene le natalizie notti romane non fossero proprio silenziose. Anche nelle ore notturne infatti gli zampognari provenienti dall'Abruzzo facevano echeggiare nell'aria le loro melodie. Sicuramente una ventata di allegria, che però portava con sé dei lati negativi. Non avevano quindi tutti i torti gli stranieri che, in sosta a Roma in occasione del Natale lamentavano, nei loro diari, che i "suonatori rompessero maledettamente...il sonno". Stendhal, infastidito, annotava: "Sono quindici giorni che siamo svegliati alle quattro del mattino dai pifferari. Questa gente farebbe prendere in disgusto la musica". Sembra invece che i romani non fossero infastiditi: avevano forse il sonno più pesante? Oppure, prendevano la vita con maggiore "filosofia", come il Belli che in proposito dice: "E cquelli che de notte nu li vonno?/ Poveri sscemi! Io poi, 'na stiratina,/ e mme li godo tra vviggijj e sonno".

Il cenone e il cottio. Zampognari, tombolate, presepi (il più celebre era quello dell'Ara Coeli) allietavano dunque il Natale dei romani, oltre al tradizionale cenone a base di pesce. Ci si doveva però accontentare di pesci di piccole dimensioni, perché anche in questo campo non mancavano proibizioni e privilegi. I pesci che oltrepassavano la misura di cinque palmi erano riservati ad alcune autorità. Ammirare come spettatori l'abbondanza era però consentito non rimaneva quindi che recarsi al cottìo. La notte fra il 23 ed il 24 dicembre infatti l'attrazione era costituita dal mercato all'ingrosso del pesce, che si svolgeva a San Teodoro fino al 1927, quando fu trasferito ai mercati generali. Il rintocco di una campana segnava l'avvio della caratteristica asta, in cui vigevano convenzioni e termini noti solo agli "iniziati". La popolazione si divertiva in quella suggestiva atmosfera divenuta poi, in epoca più recente, una "moda d'élite". Un resoconto del 1922 riferisce infatti: "Dagli alberghi di lusso e dalle case signorili vengono gentiluomini in marsina, dame in abito da ballo, che hanno interrotto il giro delle danze per assistere al caratteristico mercato. E ancora oggi, da quando negli ultimi anni il cottìo è stato ripristinato, sono in molti a recarsi ai Mercati Generali ad acquistare il pesce per il cenone. Legame con le tradizioni, curiosità, o - forse - niente più che un tentativo di risparmio?

"Torturo ergo giudico"

Il sant'uffizio del papa re

A due passi da Piazza Navona, nei pittoreschi locali del Palazzo della Sapienza - l'antica Università romana oggi sede dell'Archivio di Stato - sono conservati, tra gli altri, i volumi dei processi criminali della Roma dei secoli passati. Migliaia e migliaia di fogli manoscritti, percorsi da una grafia spesso sbiadita dal tempo e comunque di difficile lettura, a disposizione di storici e studiosi: in essi sono contenuti i racconti, le storie e le disavventure di tutti quegli uomini e donne che sono capitati nelle mani della giustizia papale.

Una storia comune. Scorrendo le minuziose trascrizioni degli atti processuali molto frequentemente si incontrano le descrizioni di episodi di applicazione della tortura. Soffermiamoci su una storia simile a molte altre. Siamo a Roma, nel 1602: Flaminio, accusato di aver aiutato un gruppo di banditi a compiere un sequestro di persona, viene condotto nel luogo dei tormenti. Spogliato, legato, sottoposto alla tortura della corda l'uomo continua a negare le accuse che gli sono rivolte. Il giudice, considerando che l'imputato è giovane e robusto, decide allora di utilizzare un supplizio ancor più crudele, il tormentum vigiliae. Rassegnato, il poveretto si limita ad affermare: "Faccia VS che io sto in man sua". Trascorse sette ore di tortura ininterrotta, il malcapitato viene finalmente lasciato in pace - senza che abbia confessato - perché non dà più segni di vita. Prima di perdere i sensi, nell'arco di tempo in cui era stato sottoposto al supplizio, non riuscendo a resistere al dolore, aveva ripetutamente urlato: "Pigliate un bastone et dateme in testa, et ammazzateme". Fedelmente e minuziosamente, la trascrizione comprendeva anche tutte le esclamazioni e le urla di dolore. La tortura giudiziaria fu una pratica correntemente usata nella Roma del Cinque-Seicento. Il processo penale infatti ruotava allora intorno alla confessione dell'imputato: che fosse spontanea o estorta, vera o falsa in fin dei conti era un aspetto secondario. I giudici erano interessati in primo luogo alla conferma, da parte dell'imputato, delle accuse mossegli, nonché ad una dettagliata lista dei suoi complici.

La veglia. Ripercorrere le numerosissime storie individuali è certo impossibile, ma sfogliando i verbali del Tribunale del Governatore, autorità di fronte alla quale si svolgevano i principali processi penali della Roma dell'epoca, ci accorgiamo di come l'uso della tortura fosse generalizzato. Il supplizio più crudele era certamente quello definito tormentum vigiliae, ovvero la tortura della veglia. Le dettagliate descrizioni di due "Chirurgici della Carità" che nella prima metà dei Seicento assistevano i torturati nelle carceri romane ci illustrano nei particolari l'applicazione di tale metodo di tortura. Leggiamo, dal lungo racconto del chirurgo, come venivano effettuate alcune operazioni che precedevano il tormento vero e proprio: "Prima che li Guardiani, e Custodi delle carceri pongano il Reo a sedere, il Sig. Giudice lo fa spogliare ignudo, finche non gli resta addosso cosa alcuna, e doppo avergli fatto molte essortationi a voler dire la verità di quello, che sarà interrogato, ordina al barbiere, che lo radi tutto, cioè la testa, la barba sotto l'ascelle, delle braccia & anco le parti inferiori". La vittima viene quindi messa sopra il "scabello chiamato Veglia", la cui cima "è fatta a ponta di diamante" e viene legata con quattro corde: di esse, due sono attaccate ad una cinghia che viene stretta intorno al petto del torturato, una serve per fissare al muro il bastone al quale sono legati, divaricati, i piedi del malcapitato, la quarta è una fune, usata anche nel supplizio della corda, che passa per una carrucola appesa al soffitto e serve per legare dietro la schiena ed elevare, fino a slogarle, le braccia dell'imputato. "Dopo le prime doi, o tre hore - riferisce ancora il chirurgo - il corpo del Reo si gonfia tutto"; successivamente intervengono altri sintomi, dettagliatamente descritti dal medico, che indicano l'approssimarsi della morte; al loro manifestarsi il supplizio dovrebbe essere immediatamente sospeso. Leggendo i verbali dei processi dell'epoca ci si accorge però che nella pratica il tormento veniva interrotto soltanto quando l'imputato non dava più alcun segno di vita.

Il macabro rituale. Pur se l'uso del tormentum vigiliae era allora abbastanza frequente, nella Roma del XVI e XVII secolo il metodo più largamente utilizzato fu quello della corda tanto che il termine corda veniva talvolta usato anche come sinonimo di tortura. Praticamente in tutti i processi dell'epoca ritroviamo il macabro rituale di questo supplizio: l'imputato, o talvolta persino il testimone, condotto nel luogo della tortura, veniva completamente spogliato, ad aumentarne la prostrazione e la dipendenza psicologica. Successivamente gli si legavano le mani dietro la schiena con una fune, usata anche nel tormento della veglia, che passava per una carrucola fissata sul soffitto. Dopo essere stato ammonito a dire la verità, il malcapitato era sollevato e tenuto in quella posizione per una durata di tempo non definita che variava da un minimo, corrispondente al tempo necessario per recitare un'avemaria, al massimo di un'ora. Appena elevati, quasi tutti chiedevano di essere deposti. Ecco solo alcuni esempi di tali disperate suppliche: "Calami, calami o sig.re che mi si rompono le braccia", "calatemi Sig.re crepo", "Sono morto, ammazzatimi l'ho detta la verità io". Dopo tale richiesta, i più forti si chiudevano in un dignitoso quanto difficile silenzio, altri disperatamente urlano "Mettimi giù che voglio dire la verità d'ogni cosa" e c'è persino chi, pur di far cessare il tormento, ripete: "Io voglio dire quello che volete voi" per poi affermare, una volta a terra, di non aver nulla da dire. Con la tortura della corda le braccia si slogavano, costrette a ruotare in modo opposto a quello naturale e a dover sopportare il peso del corpo: per questo, al termine del supplizio il giudice ordinava sempre di rimettere a posto le braccia del torturato. In alcuni casi inoltre il poveretto veniva lasciato cadere di colpo più volte; gli si davano cioè quelli che erano comunemente chiamati tratti di corda. Ma non è tutto: per rendere ancora più terribile la tortura i giudici ricorrevano anche ad ulteriori espedienti: si allargavano le gambe dell'imputato con un bastone, persino apponendo a volte grossi pesi ai suoi piedi, oppure la corda veniva ripetutamente scossa, e così via. La tortura cessava quando l'imputato dichiarava di voler confessare, per riprendere qualora il giudice non si ritenesse soddisfatto della deposizione. L'accusato era poi chiamato, in genere il giorno successivo, a ratificare quanto gli era stato estorto con la tortura. Ovviamente, in assenza di una conferma, si procedeva di nuovo al tormento; esisteva però un numero massimo di "sedute" consentite al giudice per ogni imputato oltre il quale, in assenza di una confessione e qualora non vi fossero altri elementi probatori, l'accusato doveva essere assolto e liberato.

Un caso particolare. Fra i "torturati celebri" della Roma cinquecentesca vi è sicuramente il caso della giovane Beatrice Cenci. Figlia di Francesco Cenci, nobile romano noto per il suo carattere e per le sue azioni violente, la donna si pose a capo di una congiura per uccidere il padre. Fu proprio l'amante di Beatrice, Olimpio Calvetti, ad eseguire l'azione in una rocca dei Colonna, la "Petrella", dove i Cenci, in attrito con le autorità pontificie, vivevano in una sorta di esilio. Il processo sollevò numerose polemiche e schieramenti: la bellezza e la giovane età dell'imputata fecero infatti nascere una folta schiera di "innocentisti", pur se la colpevolezza della donna emergeva inequivocabilmente dai fatti. Sottoposta alla tortura della corda, forse anche a quella della veglia (che secondo alcune testimonianze dell'epoca riuscì a resistere per ben nove ore, grazie al suo carattere "virile") Beatrice rese solo parziale confessione, riconoscendo un suo ruolo del tutto passivo e marginale nella vicenda. La donna fu comunque decapitata a Roma nel settembre 1599 insieme alla matrigna Lucrezia ed al fratello Giacomo.

Tentativi di regolamentazione. I pontefici stabilirono alcune norme cui i giudici avrebbero dovuto attenersi nell'uso della tortura: nella pratica però esse non venivano rispettate e la decisione rimase sempre all'arbitrio dei singoli giudici. Come regola generale ad esempio non potevano essere sottoposti a tortura coloro che erano affetti da una malattia o da una ferita tale che un eventuale supplizio avesse potuto costituire pericolo per la vita o per l'integrità delle membra. In un processo del 1604, ed è un esempio fra i tanti, leggiamo invece che Pompeo, accusato di aver ucciso una donna, chiede al giudice: "Fateme una protesta che io son stroppio di braccia e di gambe come si vede". Il medico, chiamato per eseguire una perizia, riconosce l'infermità, affermando tra l'altro che "il braccio manco è più sottile del braccio dritto"; nonostante ciò, nel successivo interrogatorio l'imputato viene ugualmente sottoposto alla tortura della corda. Bisogna comunque ricordare che, all'epoca, nessuno metteva in discussione la giustezza dell'istituto della tortura: gli stessi scrittori e giuristi si limitavano, al più, a fornire consigli e suggerimenti affinché la sofferenza di chi vi era sottoposto fosse ridotta. Così le dissertazioni e le discordanze fra i differenti autori non si ponevano l'obiettivo di modificare il sistema esistente ma, ad esempio, riguardavano il numero delle ore di digiuno che, secondo gli intellettuali dell'epoca, avrebbe reso più umana e meno crudele la tortura. Sono ancora lontani, nella prima metà del Seicento, i tempi in cui si leveranno le prime chiare voci contro l'istituto della tortura, e perché anche fra gli intellettuali inizi a diffondersi una diffusa coscienza in questa direzione che portò il Beccaria o il Verri a notare come tali procedimenti riuscivano ad ottenere più confessioni da parte degli innocenti che dei "meno sprovveduti" colpevoli. Nel 1798, durante l'esperienza della Repubblica Romana, fu per la prima volta abolita la tortura - sia come strumento di confessione sia come pena - nello Stato della Chiesa, e furono demoliti i cavalletti che sorgevano in varie parti della città, come a Via Giulia e Campo de' Fiori. Al loro posto, furono innalzati alberi della libertà. Fra la fine del secolo XVIII e gli inizi del XIX la tortura fu abolita e vietata dalla legislazione di quasi tutto il mondo, ma il suo uso ha continuato e continua tuttora ad esistere nella prassi di numerosi paesi.

Quei beffardi riti vietati dal papa re

Intorno al 1550 un turco di religione musulmana, di ritorno nel proprio paese dopo un lungo viaggio, riferì che in un particolare periodo dell'anno i cristiani impazzivano, per poi riacquistare la ragione grazie ad una polvere che veniva loro cosparsa sul capo. Il viaggiatore si era probabilmente fermato a Roma, dove il Carnevale diveniva l'occasione dei più spettacolari e sfrenati divertimenti. La "follia" conquistava a tal punto i romani che nel 1748 Benedetto XIV arrivò persino ad emanare una enciclica sull'argomento. Il pontefice era preoccupato. Il martedì grasso i festeggiamenti proseguivano ben oltre la mezzanotte, scadenza del Carnevale. Dopo una intera nottata di baldoria, ci si recava ancora in maschera nelle chiese alla cerimonia delle Ceneri; si tornava quindi a casa a dormire per buona parte della giornata di mercoledì. Ci sia consentito essere dalla parte dei romani, cui le autorità imponevano la partecipazione al rito, ma certo è comprensibile l'inquietudine di Benedetto XIV. Immaginiamo lo stridente contrasto fra gli abiti carnevaleschi ed una funzione tanto austera, volta a ricordare a ciascun uomo la transitorietà della vita terrena! L'usanza di entrare in maschera nelle chiese era così radicata nella popolazione che le autorità, pur inasprendo sempre più le pene per i trasgressori, non riuscirono mai ad eliminarla. Nell'Ottocento, ci racconta il Belli, erano gli "schertri a ddà a li moccoletti l'urtimo soffio": gli scheletri erano i carabinieri pontifici, così chiamati dal popolo per gli alamari bianchi che avevano sulla loro divisa. E poi, dopo la mezzanotte, iniziava a suonare "er campanon de lo sconforto", teso a ricordare agli uomini la loro natura effimera e di paeccatori e la mattina dopo "pe ffa da bbon cristiano, e sscontà in chiesa/ tante scopate, tanti pranzi e ccene,/ e ttutte st'antre invanità tterrene,/ ho ppreso er cenneraccio a Ssant'Aggnesa".

Festeggiamenti al Corso. Era stato Paolo II, nella seconda metà del Quattrocento, a riportare il Carnevale romano all'antica sontuosità. Il pontefice risiedeva nel Palazzo San Marco, vicino all'attuale piazza Venezia. Il centro della festa divenne così via Lata, che prese allora il nome di Corso. Per alcuni secoli la zona rimase il cuore del Carnevale romano, il cui apogeo durò fino al termine del Settecento. Proseguirono nel secolo successivo, in genere un po' stancamente, i tradizionali festeggiamenti; nulla a che vedere però con la sontuosità e lo sfarzo del periodo precedente. Qualcuno iniziò a rimpiangere il passato e ad auspicare la completa scomparsa di una festa scesa ormai di tono. E' del 1876 questo epitaffio: "Di Roma il Carneval qui morto giace; Dorma egli alfine e Roma lasci in pace". La tradizione continuò invece a sopravvivere; rimasero però soltanto un ricordo i tempi in cui il Carnevale romano costituiva una delle maggiori attrazioni per viaggiatori e cronisti. I resoconti dell'epoca si soffermano a lungo sui palij, le corse cioè di uomini e animali. Uno spettacolo che oggi definiremmo "incivile", ma che allora costituiva forse il principale divertimento dei romani. Centro di maggiore attrazione era il palio di quei cavalli di piccola taglia chiamati barberi; si svolgevano però anche gare di bufali ed asini. Per i "bipedi" correvano ogni anno gli ebrei, spesso scherniti dalla popolazione, nonché vecchi e bambini. Numerosi e caratteristici i carri e le maschere che sfilavano lungo il Corso per tutta la durata del Carnevale: Arlecchini e Pulcinella, Rugantini e Menestrelli la dominavano su tutte le maschere. Nobili e cardinali concludevano poi le serate con quelle sontuose rappresentazioni teatrali che si svolgevano nelle abitazioni private dell'aristocrazia. Gli spettacoli divenivano l'occasione per ostentare un lusso che, per alcune famiglie ormai in decadenza, non corrispondeva più ad una reale ricchezza. E gli altri? Dovevano accontentarsi delle ben più modeste esibizioni di acrobati e funamboli ma, in fondo, l'importante era stare insieme!

Come al solito, divieti. Gli Editti vietavano alle donne di mascherarsi, ma i diari dell'epoca ci dicono che le autorità in genere "chiudevano gli occhi". Le proibizioni carnevalesche non finivano qui: vediamone alcune. Guai ad usare maschere che "in qualunque modo rappresentino persone di religione"! Per i trasgressori c'era, nel migliore dei casi, il carcere. Era inoltre proibito lanciare oggetti, come "ove con acqua guasta, melangoli, eranci, rape". Le uova ricevevano una particolare attenzione da parte delle autorità, che arrivarono ad impedirne la vendita recandosi direttamente a distruggerle nelle botteghe. Niente da fare. Gli oggetti continuavano a volare dalle finestre macchiando "vesti di valore a gentildonne e cavalieri". Non mancavano i feriti: quei bricconi di romani lanciavano di tutto... e se i confetti di gesso venivano riversati a pioggia nelle strade, vi erano anche lanci di cose che "non è lecito nominare". Per gli eccessi carnevaleschi si rischiava persino la condanna a morte. Le pene - era detto esplicitamente - venivano di volta in volta decise "ad arbitrio di Monsignor Reverendissimo Governatore". I trasgressori dei divieti furono spesso sottoposti in pubblico al supplizio della corda. Gli strumenti di tortura erano sistemati in modo stabile in molti luoghi della città; nel 1798, finalmente, furono abbattuti a furor di popolo. Come monito per la popolazione, nella seconda metà dei Seicento si radicò anche la macabra consuetudine di eseguire le sentenze capitali, soprattutto di condannati celebri, nei giorni dei festeggiamenti carnevaleschi.

I moccoletti. Ma anche gli spensierati divertimenti erano soggetti a restrizioni e divieti. La conclusione del Carnevale, il martedì grasso, era dominata dalla festa dei moccoletti. La città cambiava aspetto: le finestre si illuminavano, ed una enorme folla si riversava nelle strade. Ognuno portava il suo lume, ed il divertimento consisteva nello spegnere il moccolo degli altri, cercando di tener sempre acceso il proprio. La confusione era grande: si alzavano "infiniti clamori" ed espressioni "indecenti e scandalose". Nel 1590 fu emanato un Editto. Chiunque fosse stato trovato, il martedì grasso, con "candele, moccoli, lanternoni o fiaccole" rischiava cinque anni di carcere. Non è tutto. Chi denunciava i detentori di moccoletti avrebbe dovuto ricevere un premio pecuniario. Il condizionale è d'obbligo perché le autorità, mentre cercavano di sviluppare con incentivi materiali la collaborazione popolare, spesso non mantenevano le promesse. I viaggiatori in sosta a Roma non sempre si facevano coinvolgere dal clima di festa esistente nella città. Nel 1788 Goethe, lamentando che i romani durante il Carnevale erano autorizzati ad "essere pazzi e stravaganti quanto gli pare e piace", era pure dispiaciuto perché persino alle "classi infime" veniva ormai aperta la partecipazione al palio dei barberi e nel suo aristocratico distacco, concludeva che "bisogna averlo visto il Carnevale romano per liberarsi a pieno del desiderio di rivederlo". Su un punto gli osservatori stranieri erano concordi: la "pazzia" univa nella festa tutte le classi sociali. E nessuno vi voleva rinunciare. Soltanto alcune calamità naturali, gravi epidemie o guerre, nonché la morte di un pontefice durante il Carnevale, riuscivano a frenare la baldoria. Le restrizioni venivano accettate malvolentieri, e c'era sempre qualcuno che non voleva rinunciare ai divertimenti.

La satira del Belli. Un carnevale che si ricorda è quello del 1837, quando le autorità pontificie, temendo disordini e proteste politiche, avevano vietato le maschere. Alcuni giovani protestarono allora cercando di impedire la festa dei moccoletti e spegnendo tutti quelli che venivano accesi. Si verficarono disordini: sassate e bastonate che "li cherubbiggneri e li dragoni", cioè i carabinieri e le guardie non riuscirono a frenare, tanto che "ce fescero la parte de cojjoni".

L'intervento del diavolo. Nel 1702, anno di giubileo straordinario, il Carnevale non fu festeggiato. L'anno successivo, in seguito ad un forte terremoto che aveva colpito Roma, vennero emanati nuovi divieti. Qualcuno organizzò uno scherzo. Nella notte fra il 3 ed il 4 febbraio "si sollevò universalmente per la città un sussurro": la Madonna, apparsa al pontefice, aveva annunciato un tremendo terremoto per ore successive. In un baleno la voce si diffuse di casa in casa, e "per lo spavento molti uscirono nudi involti solo nelle coperte di letto". Scoppiarono tumulti nelle carceri e proteste nei monasteri. Le piazze si riempirono, finché il papa ed il governatore non riuscirono, con l'invio di sbirri, a far ritornare tutti nelle proprie abitazioni. I colpevoli dello scherzo rimasero ignoti, ma una spiegazione andava comunque fornita. Fu trovata una comoda soluzione: si era trattato di un "fatto diabolico". Il diavolo non poteva certo essere imprigionato, e la credibilità delle autorità papali ne usciva quindi salva.

La terrificante dieta del papa re

"In quaresima pe' ddivuzzione...se magnano li maritozzi, anzi c'è cchi è ttanto divoto pe' magnalli, che a capo ar giorno se ne strozza nun se sa quanti". Con la sua consueta vivacità Giggi Zanazzo commentava, come già aveva fatto precedentemente il Belli. l'usanza quaresimale "der zanto maritozzo". Per alcuni secoli le autorità pontificie emanarono annualmente provvedimenti volti a disciplinare il digiuno che i romani dovevano rispettare nel corso della quaresima. Uova, formaggio e carne erano consentiti soltanto per "valetudinarij ed infermi", quegli anziani e malati cioè che ottenevano un permesso scritto. Medici e parrocchiani venivano ammoniti: coloro "che sottoscriveranno dette licenze senza legittima causa oltre al partecipare, che faranno de peccati d'altri nel che si carica la coscienza loro, saranno da noi puniti ad arbitrio nostro". Gli avvertimenti - è sempre Zanazzo a parlare - restavano però inascoltati: "Cce sò bbone dispense per magnà dde grasso, che sse ponno co' ppochi sòrdi ottené ddar curato de la parocchia". Se ci si voleva attenere alle regole in quaresima si mangiavano dunque ceci e baccalà...fortunatamente c'erano i maritozzi con cui consolarsi.

Il precetto pasquale. Rigidamente disciplinata, nella Roma dei secoli passati, era anche l'osservanza del precetto pasquale. Gli Stati delle anime, liste compilate annualmente dai parroci, servivano a controllare che tutti i romani adulti e battezzati si confessassero e ricevessero la comunione. I trasgressori, oltre a commettere un peccato mortale, incorrevano "ipso facto nella pena dell'Interdetto...cioè in vita li sarà proibito entrare in chiesa e morendo saranno privi della sepoltura ecclesiastica". A certificare l'avvenuta comunione veniva rilasciato un biglietto. "Quelli che nun avevano pijiato Pasqua - è ancora Zanazzo a parlare - er 27 d'agosto, se vedevano er nome e er casato de loro scritto sopra un tabellone o cartellone de fora de la cchiesa de San Bartolomeo all'Isola" Tiberina, su una colonna ora scomparsa, rimossa nel 1867 dopo essersi spezzata in seguito al violento urto di un carro. Anche in questo caso però si ritrovava "schedato" non tanto chi aveva trasgredito, quanto coloro che non disponevano di "un scudo da rigalà ni ar sagrestano pe' ffasse procurà un vijetto, ni a quelli bbizzocchi farzi che ppijaveno Pasqua pe' lloro e ppe' le poste", ovvero chi si comunicava al posto di un altro in cambio di una somma in denaro. Nel 1834 il Belli con la sua pungente satira denunciava quella che riteneva un'ingiustizia: "Nun prenno pasqua: ebbè? scummunicato/ ho ppiù ffed'io, che un Giuda che la prenne,/ perché un bijetto se crompra e sse venne,/ e er chirico ne sa più del curato". Le autorità erano però, all'epoca, di diverso avviso e i trasgressori, oltre a commettere un peccato mortale, incorrevano "ipso facto nella pena dell'Interdetto, cioè in vita li sarà proibito entrare in chiesa e morendo saranno privi della sepoltura ecclesiastica". Gli scomunicati, per tornare in grazia di Dio, dovevano partecipare ad una funzione nella quale, tra l'altro, ricevevano in pubblico alcuni colpi di verga sulle spalle nude. C'è di più. A non rispettare alcuni obblighi religiosi si rischiavano infatti a quei tempi pene corporali e si finiva persino in prigione. I controlli erano particolarmente rigidi. Viene quindi spontaneo pensare che molti romani siano stati ligi alle regole più per evitare le conseguenze repressive che per reale convinzione. Non tutti però si lasciavano intimorire: il celebre artista Meo Pinelli finì ad esempio nell'elenco dell'isola Tiberina. Non ne fu contrariato: sembra però che non riuscise proprio a digerire il fatto di essere stato qualificato come pittore anziché come incisore!

Scherzi e divieti. Come tutte le festività religiose, anche la Pasqua diveniva, nella Roma dei papi, l'occasione per qualche ora di spensierato divertimento, che le autorità tentavano, sempre con scarsi risultati, di frenare. Gli Editti vietavano ai cittadini romani "di fare disordini, schiamazzi e scandali", e di utilizzare le cerimonie religiose a pretesto per passatempi mondani. Tradizionali erano gli scherzi di metà quaresima: si usava in quel giorno fare delle scalette di carta, "e ssenza fasse accorge, s'appuntaveno co' le spille de dietro a l'abbiti de la gente, che passaveno pe' strada", come riferisce Zanazzo con il suo consueto vivace dialetto. Poi si urlava "Acqua ", e talvolta al grido seguivano i fatti. Nel corso della quaresima alcune chiese divenivano stazioni religiose: chi vi si recava nei giorni stabiliti otteneva quindi indulgenze. Le visite si trasformavano però spesso in occasioni di incontro e corteggiamento, e questo preoccupava le autorità papali. Durante la settimana santa, come nelle altre festività religiose, le prostitute non dovevano apparire in pubblico. Era quindi loro vietato di recarsi alle stazioni quaresimali così come ai sepolcri; non potevano circolare a cavallo o sui cocchi, né ricevere uomini nelle proprie abitazioni. Sempre per evitare distrazioni mondane, le osterie dovevano rimanere chiuse di notte e alle suore era vietato allestire sepolcri, anch'essi spesso "bbrutti esempi" ci dice il Belli, per lo spropositato sfarzo degli addobbi.

La settimana santa. Aprivano la settimana santa le cerimonie della domenica delle palme. I discendenti di un certo capitan Bresca ebbero dalla fine del Cinquecento il privilegio di fornire la Chiesa di San Pietro degli ulivi necessari. Sull'origine di questo monopolio si racconta una leggenda. Era il 1586 quando, nel corso dell'erezione dell'obelisco di San Pietro, si giunse ad una situazione critica. Gli argani si erano bloccati, ed i cavalli non riuscivano a sollevare l'enorme peso. Gli ordini di Sisto V, pontefice noto per la sua severità, erano chiari. Durante i lavori al pubblico presente era vietato parlare, pena la morte. Ad un certo punto però dalla folla si alzò un grido: "Acqua alle funi ". Il suggerimento fece risolvere le difficoltà, ed i lavori furono ultimati. Arrestato, l'autore dell'infrazione fu condotto al cospetto del pontefice. Non solo non venne giustiziato, ma ottenne un premio a sua scelta. In occasione delle cerimonie pasquali Roma diveniva il crocevia di una folla ingente di pellegrini. Troviamo annotato in un diario degli inizi del Settecento: "Per la settimana santa passarono 100.000 forestieri venuti per tale effetto, e se ne raccolse il conto dai forni che convenne aprire di più et era una cosa incredibile a vedersi la quantità della nobiltà di tutta Europa, a vedere tutte le strade piene di popolo, sì che Roma pareva Parigi". Nei riti della settimana santa il lato spettacolare era spesso dominante. Una delle principali cerimonie era la Via Crucis; sontuose anche le processioni cui davano vita i nobili ed i loro seguiti. All'interno di San Pietro la sera del giovedì e venerdì santo "attaccata per aria, sopra l'artare maggiore, ce metteveno una gran croce de metallo lustro, arta un tre canne" (poco più di sei metri e mezzo) e "llarga una e mezza, illuminata da guasi un mijaro de lumini, che sbrilluccicava come un sole". Sempre il giovedì - giorno dei sepolcri - si svolgeva anche la cerimonia del mandato: il papa eseguiva la lavanda dei piedi a dodici poveri vestiti di bianco, ai quali consegnava poi alcuni oggetti simbolici ed una somma in denaro. Seguiva la cena, cui partecipavano il pontefice ed i cardinali. Principale attrazione della serata era però la benedizione papale dalla loggia di San Pietro. Il conte d'Espinchal, giunto a Roma nell'ultimo decennio del Settecento, ci descrive questa solenne cerimonia. Le strade sono gremite di popolo, "la calca è immensa e da essa si eleva un mormorio grande e rumoroso. Ma, non appena Sua Santità apparisce sulla Loggia e da essa si affaccia, d'un tratto ogni clamore si acquieta in un silenzio assoluto impressionante". Subito dopo la benedizione, da tutta la città risuonavano spari di cannone e campane a festa. Dal giovedì al sabato, le campane venivano legate. Il venerdì santo era infatti giornata improntata alla severità, pure se, deplorano i pellegrini stranieri, persino all'interno di San Pietro, una volta uscito il papa, "ricominciano un chiasso e un passeggio ed una rumorosa allegria, come se si fosse in piazza o in teatro, anziché in un luogo sacro". Anche Goethe lamentava la chiassosa baldoria che accompagnava le cerimonie religiose: il "Cristo Signore risorgeva fra un frastuono indiavolato...in tutte le vie e in tutte le piazze s'ode rimbombo di petardi, di razzi e di girandole". Con i "bòtti" si concludeva dunque la quaresima, dopo la tradizionale benedizione nelle case del sabato, anch'essa bersaglio della satira del Belli, convinto che nelle abitazioni delle belle donne la cerimonia fosse "più accurata" che altrove. La domenica di Pasqua finalmente si poteva mangiare a volontà. Tradizione non del tutto morta, la colazione era a base di "zalame e ova toste": cibi che, ovviamente, dovevano essere stati benedetti il giorno precedente, mentre per pranzo "Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa,/ carciofoli, granelli e 'r rimanente,/ tutto ala grolia de la Santa Cchiesa", dove "ingresa" sta per inglese e i granelli sono i testicoli.

Vita di Pasquino statua parlante mistero romano

Se volessimo datare la "nascita" di Pasquino, il suo compleanno sarebbe forse il 25 aprile. Ben poche sono però le certezze sulle origini della statua parlante. I racconti popolari, spesso più vicini alla leggenda che alla storia, ci hanno infatti tramandato numerose ricostruzioni discordanti fra loro. Probabilmente Pasquino è il frammento di una statua greca risalente al IV o III secolo a. C. rappresentante, chissà, un gladiatore o un soldato, Ercole o Menelao... la fantasia si è sbizzarrita in proposito.

Misteriose origini. Né vi è nulla di accertato in merito alle circostanze del ritrovamento. Si racconta che il busto fu rinvenuto nel 1501 nella Piazza di Parione nel corso dei lavori di pavimentazione, e che il cardinale Angelo Oliviero Carafa, nuovo proprietario del palazzo Orsini - dove ora sorge palazzo Braschi - lo fece collocare ad un angolo dell'edificio. Lì si trova ancora oggi. C'è chi afferma però che la statua sia stata scoperta già nel Trecento, mentre venivano gettate le fondamenta stesse del palazzo Orsini. In fin dei conti però la disputa interessa soltanto gli studiosi: la "vita" di Pasquino inizia infatti nel momento in cui al busto viene data la parola. Ancor più incerta è l'origine del nome. C'è chi sostiene si tratti di un oste chi di un barbiere, chi di un sarto e chi infine di un maestro di scuola. Le storie più "colorite" sono probabilmente le meno attendibili. Ma almeno una va ricordata. Vi era in Parione un sarto, Pasquino, che confezionava vestiti con i numerosi garzoni alle sue dipendenze. Nella sua bottega notoriamente si parlava - o meglio si sparlava - o meglio si sparlava - di nobili e cadinali, prelati e papi... "Taja e cuce" è ancora un modo di dire romanesco riferito a chi parla alle spalle: chissà se trae origine del nostro sarto di Parione! Il busto marmoreo fu ritrovato, nei pressi della bottega di Pasquino, poco dopo la sua morte. La versione più attendibile sull'origine del nome è però un'altra. Pasquino sarebbe un maestro di scuola, insegnante di latino nell'Archiginnasio. Proprio i suoi allievi, per ludibrio, avrebbero dato alla statua il nome del loro maestro e "donato la parola" al busto marmoreo. Il 25 aprile infatti, con l'occasione della festa di San Marco Evangelista e della processione che da San Lorenzo in Damaso attraversava il rione Parione, gli studenti organizzavano una festa goliardica nel corso della quale si esibivano in una gara poetica: nacque così la consuetudine di affiggere i versi, allora in latino, sulla statua di Pasquino che, in quel giorno, veniva anche ricoperto di drappi e talvolta "mascherato". Gli interessi religiosi e culturali non furono però i soli ad essere presenti nella ricorrenza annuale: essa fornì infatti "larga occasione al vizio dominante di quell'età, pel quale erano specialmente famosi i letterati e i fiorentini", la sodomia.

Satira contro la Curia. Con il passare del tempo alle composizioni degli studenti subentrò un'altra satira, scritta da poeti talvolta prezzolati che, coperti dall'anonimato, lanciavano frecciate o ingiurie contro personaggi della Curia romana, oppure screditavano taluni candidati al soglio pontificio a vantaggio di altri. Fu così che Pasquino si trasformò nella lingua che più "che fiamma coce", e giunse ad essere il tramite per le più volgari invettive contro preti "omosessuali, ladri e donnaioli", nonché contro papi per i quali venivano usati epiteti da "vera e propria latrina pubblica". Ricca produzione fu sicuramente quella di Pietro Aretino; la sua penna si espresse con toni talmente duri nei confronti del pontefice Adriano VI che quest'ultimo pensò di risolvere il problema distruggendo la statua e gettandola nel Tevere. Fortunatamente riuscirono a dissuaderlo. La satira di Pasquino era dunque rivolta contro la Curia. Nel Seicento - dopo un periodo di silenzio, in occasione dell'avvio della Controriforma - numerosi furono i versi di opposizione al nepotismo, quella pratica che portava i papi ad eleggere nelle più alte cariche pontificie i propri parenti. Nel Settecento la statua fu più loquace che mai, facendosi portavoce di "storie libertine, avventure di donne sposate e di prelati lussuriosi, di monsignori ruffiani e nobili imbroglioni". Sono le parole di Claudio Rendina, autore del libro Pasquino, statua parlante, lo studio più completo sul celebre busto marmoreo. Nessuna efficacia ebbero i ripetuti provvedimenti legislativi che minacciavano di morte gli autori delle pasquinate, né l'usanza fu fermata dalle esecuzioni capitali di presunti autori di versi satirici. Nemmeno l'uso della forza pubblica, nel 1829 - nel corso del conclave che portò all'elezione di Pio VIII - riuscì a dissuadere gli anonimi scrittori. Nel 1831 Pasquino sfoderò una vena illiberale: condannò infatti gli autori dei moti di piazza Colonna "che un popolo fedele al suo sovrano/ cercate di turbar con mali esempi". Ma circa vent'anni dopo, quando ormai il potere temporale dei papi era agli sgoccioli, anche Pasquino inizia a prefigurarne la fine. Il 12 settembre 1850, caduta la repubblica romana, sulla statua di Pasquino vengono infatti trovate due iscrizioni verticali, apparentemente schierate a difesa del potere temporale dei papi. Leggendo però i versi in senso orizzontale, il senso cambia totalmente:

Morte a

Pio IX

Mazzini

Viva lungamente

La Repubblica è

Il più dolce governo

Il più infame Governo

E' quello dei preti

Abbasso

Il Potere temporale del Papa

Il Comitato del Popolo

Regni eternamente

 

I meno noti compagni. Leader indiscusso delle statue parlanti, il busto greco sosteneva però dei veri e propri "dibattiti" con altri interlocutori marmorei, i componenti del cosiddetto "congresso degli arguti". Il più noto compagno di strada di Pasquino è certamente Marforio, colossale statua che, dopo vari spostamenti, trovò la sua collocazione definitiva nel cortile del Palazzo Nuovo in Campidoglio. E' proprio Marforio che, con la penna dell'Aretino, si scaglia contro i cardinali dopo l'elezione di Adriano VI: "Ma il popul cieco e stolto/ dovria per far vendetta d'i suoi mali/ far passar per le picche i cardinali...". Sicuramente meno noti sono gli altri partecipanti al "congresso": Madama Lucrezia, busto sfigurato riproducente forse l'imperatrice Faustina e situato in Piazza San Marco, a lato dell'omonima chiesa; il Facchino, la statua della fontanella di Via Lata; l'Abate Luigi, figura togata oggi in Piazza Vidoni e, da ultimo, il Babuino, situato nell'omonima via, il cui nome deriva dalla sua somiglianza con una scimmia.

Frammenti di storia romana. Pasquino fa ormai parte della storia, non certo dell'attualità. Di tanto in tanto, è vero, la statua "parla" ancora. Sono gli aggravi fiscali, oppure i tagli alla spesa pubblica a fornire l'occasione a chi ritiene forse così - ma solo in parte a ragione - di esprimere la propria protesta "in sintonia" con le tradizioni dei secoli passati. Il contesto che "teneva in vita" la più celebre statua parlante della Roma pontificia è ormai morto. Pur essendo assurto, nel cuore dei romani, a simbolo di critica del potere e delle ingiustizie, in realtà Pasquino non fu espressione della voce popolare. Viceversa, esso divenne di volta in volta l'inconsapevole tramite di alcune fazioni di potere in contrasto con altre. O forse è meglio dire che esistono "due Pasquini". Il primo che è, in senso lato, l'essenza stessa dello "spirito romano", quella satira contro il potere e la corruzione che non morirà mai. Il secondo, espressione di intricati giochi di potere, è invece l'espressione di un'esperienza storicamente datata e conclusa con la fine del dominio temporale dei papi. La storia di Pasquino è quindi anche una cronaca urbana che permette di ripercorrere circa quattro secoli di vita romana.

Le streghe son tornate...

La festa nella notte fra il 23 e il 24 giugno, notte delle streghe, occasione per una passeggiata serale fra bancarelle e spettacoli nella zona di San Giovanni, ha origini remote. Nel Seicento era consuetudine allestire enormi falò, mangiare lumache, trascorrere la notte cantando e ballando in strada. Erano le donne, spesso in abiti maschili, le vere protagoniste della serata. In un'osteria fuori porta, si racconta, con torce e lanterne, era possibile vedere le streghe.

La festa ci riporta alla mente uno dei più tragici e complessi fenomeni dei secoli passati. Sembra incredibile, eppure nel 1525 l'ambasciatore mantovano scriveva: "Heri el senatore di Roma fece abbrusiare in Capitolio una solennissima striga la quale...faceva gran cose per arte magica, faceva parlare uno cane et lo mandava a fare le imbasciate dove pareva ad lei et faceva molte altre cose horrende". Una vicenda simile a tante altre, tragica espressione di una società oppressiva che colpiva, in vario modo, tutti gli strati poveri della popolazione.

Il "patto con il demonio". Due documenti, pressoché contemporanei, avevano lanciato su vasta scala la caccia alle streghe. La bolla del 1484, emanata da Innocenzo VIII contro coloro che avevano "stretto alleanze carnali con i diavoli" ed il Il martello delle streghe, un trattato di due inquisitori tedeschi che spiegava "scientificamente" il fenomeno. Ma numerosi furono i provvedimenti emanati nel corso del Cinquecento dai differenti pontefici contro streghe e maghi, accusati di eresia: è invece del Seicento il testo Disquisitionum magicarum libri sex cui fecero per lungo tempo riferimento i giudici dell'Inquisizione. "Strega formale - è scritto in un documento del Seicento - è colei, ch'avrà fatto patto col Demonio, et apostatando dalla Fede, con i suoi malefitij e sortilegij, danneggiato una, o più persone, in guisa che ne sia loro seguita la morte; e se non la morte, almeno infermità, divortij, impotenza al generare, o detrimento notabile agli Animali, Biade, o altri frutti della Terra". La paura delle streghe era allora condivisa da tutti gli strati sociali. La popolazione come le alte sfere ecclesiastiche ritenevano infatti che il diavolo potesse influire sulle vicende terrene. Ognuno tentava di sfruttare la situazione: le autorità a fini di ordine pubblico, per infondere terrore e controllare quelle fasce di popolazione, in genere contadine, che mantenevano una maggiore autonomia rispetto al potere. Le classi povere nel tentativo di migliorare la propria condizione materiale; la stregoneria fu infatti un fenomeno tipicamente popolare. I processi contro le streghe sono simili l'uno all'altro. Interrogatori ripetuti e martellanti da parte dei giudici, dichiarazione di innocenza delle imputate, uso della tortura e inizio della "confessione", un racconto più o meno fantasioso di magie ed incontri con Satana, riunioni notturne e viaggi su animali volanti. Simbolo del patto con il diavolo si riteneva fosse un marchio sul corpo, che gli accusatori si accanivano a ricercare sulle imputate. A conclusione del processo il rogo, destinato alle streghe confesse. La stregoneria però non è solo l'invenzione di qualche inquisitore. Se gli incontri notturni ed i rapporti sessuali con il diavolo sono ovviamente frutto della fantasia, ciò non toglie che nella magia tentassero di cimentarsi molte donne, contadine e povere, guaritrici o levatrici. Perseguitate o idealizzate, considerate vittime o soggetti attivi, le streghe sono state anche un fenomeno reale, un tentativo, più o meno cosciente, di affermare una propria personalità fuori dagli schemi. Talvolta le donne confessano liberamente: l'obiettivo è sicuramente la scarcerazione, ma è forse presente anche il desiderio di uscire da un ruolo imposto ed il fascino di possedere doti sovrannaturali.

A bordo di un cavallo alato. Una guaritrice è la protagonista di un processo svoltosi a Fiano romano nella prima metà del Cinquecento. Il suo nome è Bellezza, anziana donna che aveva passato buona parte della sua vita a servizio degli Orsini. I suoi efficaci rimedi contro alcune malattie le saranno fatali. Fra i testimoni ascoltati nel processo alcuni affermano di essere stati guariti dalla donna, dopo aver invano consultato illustri medici. Indubbiamente è una strega, conclude il giudice, perché chi fa un maleficio contro qualcuno può rimediare dove gli altri non riescono. Le streghe finivano così per essere il capro espiatorio dei limiti della medicina. Invece, quando il malato che si rivolgeva alla presunta strega moriva, la conclusione era che fosse stato ucciso dai suoi malefici. L'infernale meccanismo della giustizia non dava via di scampo. Bellezza, nei primi interrogatori, nega di essere una strega; successivemente, dopo un fallito tentativo di corruzione del giudice, inizia via via ad "ammettere" le proprie colpe. Dichiara infatti di possedere un libro "di 180 carte dove stanno tucti li secreti del mondo boni et captivi" che promette in prestito al giudice in cambio della libertà. Era così entrata, inconsapevolmente, in un vicolo cieco. Condotta nel luogo della tortura, confessa di "aver facto tucto el male che se po far al mondo". Racconta di aver conosciuto, anni prima, una donna che le aveva insegnato a provocare la morte con una polverina composta dai resti dei bambini nati morti, a curare con un olio "miracoloso" e ad usare un unguento che rende invisibili. Credeva di poter evitare la tortura. Nulla da fare. Il giudice ordinò tre tratti di corda. La donna si lanciò allora in un lungo e fantasioso racconto. Per chiamare il diavolo, si usava l'olio fatto con i bambini morti, recitando questi versi: "Unguento unguento portaci al noce di Benevento", il luogo ritenuto, all'epoca, ritrovo notturno delle streghe. E Satana giungeva, con le sembianze di un bell'uomo vestito di nero, possedeva carnalmente la donna per poi condurla al "sabba" in volo, a bordo di un cavallo alato. Alle riunioni, prosegue il racconto, "ci sollazamo e jocamo con li diavoli con tanto gran feste soni canti e balli che non poteria mai raccontare". Il giudice, non ancora soddisfatto, induce l'imputata ad inventare sempre nuovi particolari di magie e riti, riunioni e voli. La donna si suicidò in carcere, conficcandosi un chiodo in gola.

Il rogo. E' del 1552 il processo contro Faustina Orsi, ottantenne levatrice romana. Sospettata di stregoneria per non essersi comunicata a Pasqua e per aver avuto quattro mariti la donna, condotta in carcere a Tor di Nona, viene accusata di aver provocato la morte di molti bambini. L'elevata mortalità infantile aveva anch'essa bisogno dei suoi capri espiatori. Le vittime erano in genere le donne "diverse", che non rispettavano i ruoli imposti. Avendo negato di essere una strega l'imputata viene sottoposta, benché molto anziana, alla tortura della corda. Non riuscendo a resistere al dolore inizia la "confessione", un racconto analogo a quello di tante altre donne. Come strega confessa, sarà mandata al rogo. L'arbitrio dei giudici era totale tanto che, nel Seicento, fu lo stesso tribunale dell'Inquisizione ad emanare alcune istruzioni per limitare gli "abusi": si invitavano i giudici a non basarsi, come sempre accadeva, soltanto sulle pubbliche voci, perché spesso "si leva cotal fama contro qualche donna, massimamente quando è vecchia e brutta".

Gli stregoni. Rari sono invece i casi di uomini accusati di stregoneria che, nella quasi totalità dei casi, vestono gli abiti religiosi, come il francescano Giovanni Antonio Bellinelli, quarantaduenne francescano finito al rogo nel 1587 perché "apertamente facessi professione di necromante, fabricando circoli et invocando il Demonio". Risale invece al Seicento un celebre processo, conclusosi con la condanna al rogo degli imputati, che aveva per oggetto il tentativo del nipote di un cardinale e di alcuni frati di provocare la morte del papa Urbano VIII. Nella Roma dell'epoca, i tentativi di predire (o di influenzare) la durata della vita dei pontefici erano frequenti: nel 1568 un "giudeo tentava di farlo servendosi di una fiala, in cui erano chiusi dei diavoli". Fu condannato alla pena del bastone. La stregoneria era spesso accomunata all'eresia e gli ebrei, di conseguenza, alle streghe; anche il Belli ci dice infatti che "i giudei passano per abilissimi maliardi".

Tempi più recenti. Solo alla metà del Settecento si concluse dunque questo tragico capitolo della storia, quello della caccia alle streghe, triste aspetto di una più generale politica papale contro gli eretici. In Europa, in poco più di due secoli, erano finite sul rogo circa un milione e mezzo di persone, nella quasi totalità donne. Non si esaurì però la diffusa convinzione che le streghe potessero fare "sortileggi e maggie oggni momento", come testimonia l'ironia del Belli nella prima metà dell'Ottocento e come sottolinea Giggi Zanazzo alla fine del secolo. E ancora alla fine del secolo scorso, in un libro pubblicato nel 1898, La mala vita a Roma, troviamo la descrizione di "vecchie megere che, tra una ricettazione e l'altra di muccie (refurtive), leggono l'avvenire, vendono filtri per stregare le persone o per guarirle da qualche male pertinace, che si assumono anche l'incarico di far morire, mediante l'influsso d'incantesimi, una persona odiata". E certo anche in tempi più recenti non si è esaurita la necessità di ricorso alla "magia", a giudicare dal proliferare, ancora oggi, di maghi, cartomanti, veggenti ed operatori dell'occulto di vario tipo.

La piscina dei principi nella Roma barocca

Il marciapiede non era ancora stato costruito, ed il pavimento concavo dava alla piazza una forma di conchiglia. Una struttura adatta, se riempita d'acqua, per alleviare l'afa dell'estate romana. Per circa due secoli, a partire dal 1652, nei sabati e domeniche di agosto Piazza Navona si trasformò in un lago. "S'atturava la chiavica della funtana de mezzo - ci racconta Zanazzo - e la piazza ch'era fatta a scesa, s'allagava tutta". Piazza Navona, il cui nome deriva da una volgarizzazione di quello originario, Foro di Agone, fu per alcuni secoli il centro dei divertimenti, nonché degli affari e dei commenti politici della Roma dei papi. A volte, come nel 1702, intervenne persino la forza pubblica, gli sbirri, per sciogliere i circoli di "coloro che volevano adunarsi per discorrere di novità".

Nell'antica Roma il foro era uno stadio, luogo di gare e di celebrazione di trionfi. Anche in epoca successiva però nella piazza si svolsero tornei spettacolari come la storica la giostra del Saracino, con la partecipazione di 360 cavalieri e 138 cavalli, organizzata nel Carnevale del 1634 in onore di un principe polacco. Alla metà circa del Settecento venne istituita la magistratura del governatore di piazza Navona, che controllava il mercato e l'ordine pubblico. Editti e repressioni, punizioni corporali e pecuniarie non ebbero però i risultati desiderati.

Il mercato. Dal 1477, il mercoledì la piazza divenne la sede del mercato settimanale di commestibili ed utensili, sino ad allora svoltosi in Campo de' Fiori. Frutta e verdura venivano invece vendute tutti i giorni. Il rigido regolamento del mercato era inserito nello stesso Statuto della città, e periodicamente le autorità emanarono provvedimenti per far rispettare le regole. Nel 1651 il mercato rischiò la chiusura. Era allora papa Innocenzo X, appartenente a quella famiglia Pamphilij che possedeva un palazzo nella piazza. Il pontefice decise di ristrutturare l'intera area: l'aspetto popolare del mercato strideva con la volontà di rendere la piazza un luogo di prestigio e di passeggio delle carrozze nobiliari. Si ordinò allora a "fruttaroli, regattieri, Librai, ed altri venditori di diverse Robbe... che se la cogliessero via". In molti, "per havere contravenuto in alcuna minima cosa furno mandati in prigione". Iniziarono i lavori. I costi venivano pagati con le entrate pubbliche e l'imposizione di una tassa sui proprietari di abitazioni. Il nepotismo e lo sfarzo della corte papale gravavano pesantemente sulla popolazione, il cui scontento culminava spesso in tumulti. A guardia dell'abitazione della cognata del pontefice, donna Olimpia, in Piazza Navona, furono poste alcune sentinelle. La donna subì in quegli anni anche uno storico furto di gioielli al quale seguì, a quanto si racconta, la beffa. Mentre alcuni servitori, arrestati per il fatto, venivano ripetutamente sottoposti a tortura perché confessassero, alla derubata giunse la lettera di un uomo, che si firmava Felice Felicetti e si attribuiva il furto, inviando anche un parziale risarcimento in denaro. Non sempre dormivano sonni tranquilli gli abitanti del palazzo Pamphilij. Nello stesso periodo infatti vi fu un assalto popolare, che si risolse con il lancio di alcune monete e molte promesse. La piazza stava intanto mutando aspetto, con la costruzione delle famosissime fontana dei quattro fiumi e della Chiesa di S. Agnese, considerate simbolo della rivalità fra Bernini e Borromini. I venditori, non più ammessi nella piazza, si riversarono davanti al Palazzo della Sapienza, allora sede dell'Università romana, per poi essere dispersi. Fino al 1655, alla morte di Innocenzo X, quando ritornò il mercato, la piazza fu riservata al passeggio delle carrozze e ai divertimenti dei nobili.

Il lago. Il primo allagamento di piazza Navona di cui si ha notizia risale al 1652: in precedenza, analoghe iniziative si erano svolte in Via Giulia e Piazza Farnese. Il lago si trasformò ben presto in uno dei maggiori divertimenti per chi possedeva una carrozza, una finestra sulla piazza o partecipava ai sontuosi ricevimenti che si svolgevano, in quelle occasioni, nei palazzi dei Pamphilij e degli Orsini sfarzosamente addobbati. Il popolo vi accorreva in massa, ma rimaneva sulla riva come spettatore, più o meno rumoroso. Fischiava infatti se le note provenienti dalle carrozze musicali non giungevano a "riva", oppure esprimeva ilarità se qualche nobile cadeva in acqua o quando le carrozze si scontravano. Nel 1676 il lago venne sospeso: si temeva che generasse "aria cattiva". Tornò nel 1703, in onore della regina di Polonia in visita a Roma, dopo che il medico privato del papa dichiarò che non vi erano pericoli per la salute. In quell'occasione il principe Pamphilij entrò nel lago con un maestoso calesse a forma di gondola dorata. I nobili facevano a gara nello sfarzo delle invenzioni. Carrozze a forma di imbarcazioni, con tanto di vele e rematori, di musici e ninfe erano uno spettacolo abbastanza frequente. Le cronache dell'epoca sono ricche di racconti su episodi che avvenivano nel lago. Sempre nel 1703 un uomo fu ucciso a coltellate in seguito ad una rissa e si verificò un incidente. Un cavallo del marchese Corbelli mise una zampa in una buca ed affogò: "Fatta andare via l'acqua per portarlo via morto, bisognò tagliargli la gamba, tanto gagliardamente si era conficcata nella buca". Gli incidenti ai cavalli erano abbastanza frequenti. Le cronache del 1717 ci raccontano che alcune dame "forse scaldate dal vino, spogliatisi si sono tuffate in quelle acque". Una di esse, colta da malore, fu salvata da alcune persone gettatesi vestite nel lago. In effetti, a Piazza Navona si poteva anche annegare: in alcuni punti l'acqua giungeva quasi ad altezza d'uomo. Ragazzi e monelli "se pijaveno a spinte e sse bbuttaveno nel lago", oppure erano spinti a farlo per far divertire i nobili, come nel 1730 quando il figlio del re d'Inghilterra si divertì a tirare monete nell'acqua per vedere i ragazzini romani gettarsi vestiti e litigarsi il bottino. Il 1 settembre 1753 alcuni "giovenastri travestiti", che avevano "fatte varie impertinenze alle Persone che andavano a godere il fresco di quell'acqua, già tutta disposta per il giorno seguente, furon fatti prigioni". Il lunedì mattina "4 di essi ebbero il pubblico castigo della Corda nella strada del Corso". In alcuni luoghi di Roma infatti sorgevano stabilmente, quale monito per la popolazione, apparecchiature per la tortura. Anche in Piazza Navona c'era un cavalletto sul quale veniva frustato chi trasgrediva gli ordini del governatore. In relazione al lago, era prevista la tortura in pubblico per chi si "metteva nudo o con le mutande per bagnarsi e notare". Ai bambini era invece riservata la frusta. Nella prima metà del Settecento il lago fu interrotto più volte, soprattutto in concomitanza con epidemie, perché si temeva favorisse il contagio. E così, mentre venivano preparati progetti per migliorare lo spettacolo, allagando tutta la piazza per effettuare regate su vere imbarcazioni, esso perse la sua peculiarità: la partecipazione di nobili e cardinali che, con le loro carrozze e "navi", talvolta musicali, lo rendevano caratteristico. Il lago proseguì quale spettacolo popolare, luogo di incontro e corteggiamento e comoda occasione data ai cocchieri per rinfrescarsi e lavare le proprie carrozze. Si perse la sontuosità, e rimasero soltanto gli spettacoli delle bande militari e dei pompieri. L'ultimo allagamento fu effettuato forse nel 1865. Il lago divenne anche occasione per una manifestazione politica. All'epoca dei moti liberali, alcuni giovani espressero il loro entusiasmo per Vittorio Emanuele facendo galleggiare nell'acqua tavolette tricolori. Nella Roma dei papi la piazza fu sempre il centro di giochi e divertimenti quali la cuccagna, la riffa, la tombola e di spettacoli teatrali ed esibizioni di funamboli.

In carrozza a Testaccio Casanova seduceva signore e popolane

Attiravano l'attenzione dei viaggiatori stranieri le festose scampagnate fuori porta delle ottobrate romane. Abituati ad una atmosfera più austera, i visitatori di passaggio a Roma non potevano non rimanere colpiti dal clima di festa che, dal Settecento, i giovedì e domeniche di ottobre coinvolgeva tutto il popolo, che cercava così di dimenticare, almeno per un momento, la povertà, le tasse, il malgoverno, la malaria. E' Giacomo Casanova, tra gli altri, a raccontarci una di queste gite...un cronista in verità poco interessato alla festa vera e propria, alle prese, come sempre, con le sue innumerevoli avventure che non facevano distinzione di classe. Lamentava "la troppo breve distanza da Testaccio a Roma", il tempo cioè di permanenza in carrozza che permetteva le sue avances, disturbate sempre sul più bello.

"Siccome Testaccio stà vicino a Roma - riferisce Zanazzo nell'Ottocento - l'ottobbere ce s'annava volontieri, in carozza e a piedi. Arivati là se magnava, se beveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi s'annava a ballà er sartarello o sur prato, oppuramente su lo stazzo dell'osteria der Capannone e se giocava a mora". Poche parole per una perfetta sintesi dello spirito della festa.

Gli antichi baccanali. La collina di Testaccio, accumulo artificiale di frammenti di vasi e rottami vari, aveva lungo le pendici numerose grotte, "celebri catacombe del vino". Costruite nel Seicento, formavano ambienti con struttura e temperatura ideali per la conservazione del vino, vero protagonista di una festa che riprendeva la tradizione degli antichi baccanali, riti pagani in onore del dio Bacco celebrati in occasione della vendemmia. Il vino di Testaccio era famoso, ci dice un esperto, perché "di tanta gagliardia/ che fa cantar più assai di Anacreonte", il poeta greco che celebrò il vino nei suoi versi.

Chi ne aveva la possibilità si muoveva con la carettella, carrozza tirata da due cavalli. Era consuetudine che le "minenti", popolane vestite a festa ed ornate di fiori e piume, andassero in gruppi di sette o nove, come testimoniano stampe ed incisioni dell'epoca. Suonavano, ballavano e intonavano ritornelli: "Fiore de lino/è la più bella accanto ar vitturino!". Indossavano un cappello in feltro da uomo a forma di bombetta, un abito in seta, una giacca di velluto e molti gioielli. Ogni uomo, con abiti ed ornamenti particolarmente sfarzosi, aveva con sé uno strumento musicale.

"In ottobre che se fanno le vignate, gnocchi e maccaroni a tutto spiano" ci dice un contemporaneo rispetto al menù, ma anche trippa e abbacchio erano fra i piatti preferiti. Il vino faceva i suoi effetti, ed il ritorno in città era sempre più chiassoso della partenza. E' ancora Zanazzo a ricordarci che "la sera s'aritornava a Roma ar sôno de le tamburelle, de le gnacchere e de li canti. E tanto se faceva a curre tra carozze e carettelle che succedevano sempre disgrazzie". Spesso ci scappava pure il morto..., come dire, le "stragi del sabato sera" non sono una peculiarità dei nostri tempi! I vicoli della città, illuminati da torce, si riempivano di una folla allegra e schiamazzante, che spesso tramutava la baldoria in rissa.

Se Testaccio era il luogo preferito dai romani per le vignate, le ottobrate avevano però come mete anche altre zone fuori porta, oltre Ponte Milvio, San Giovanni o Porta Pia, oppure San Paolo, Monteverde o Monte Mario. Per la festa si spendeva a volte più di quanto ci si potesse permettere: qualcuno ricorreva persino ai "gobbi", il Monte dei Pegni. Moglie e marito - ironizza una cronaca burlesca del 1860 - portavano entrambi al monte i vestiti dell'altro. Una donna, stando al suo racconto, si era spinta addirittura oltre: "O' levato li banchi e ò messo er letto pe' tera; tanto mi marito vie' a casa imbriaco sempre e nu' se n'accorge mica se sta pe' tera".

Saltarello e bagordi. Ma quando i soldi mancavano proprio e non si poteva, o non si voleva, ricorrere ai pegni, non rimaneva che una festa sottotono, nelle ville romane generalmente chiuse al pubblico, ed aperte per l'occasione dai loro proprietari. Villa Borghese - ed in particolare Piazza di Siena - era il centro di giochi e canti.

A concludere la festa il saltarello, passatempo preferito delle ottobrate. Un incontro "più morale" - riferiscono le cronache - cioè senza bagordi e vino: certo più ordinato delle vignate, ma sicuramente meno allegro. A regolamentare il divertimento dei romani intervenivano, come in tutte le occasioni di festa, le autorità con le loro regole e divieti che, anche in questo caso, venivano disattesi. Gli sbirri, inviati a controllare la zona di Testaccio, non servivano a scoraggiare le risse. La tradizione delle ottobrate, sopravvissuta alla fine del governo papale, rimase viva nei primi decenni di questo secolo, e persino in un ottobre tristemente impresso nella storia - quello del 1922 - ci fu chi non rinunciò alle scampagnate domenicali fuori porta.

Maggio romano tra sassaiole e feste di bulli

I romani dei secoli passati approfittavano di ogni occasione per abbandonarsi a qualche ora di spensierato divertimento. Tra le feste organizzate dai nostri antenati "giocherelloni" c'era il Maggio romano. Si svolgeva nel grande prato allora esistente a Testaccio, luogo riservato ai divertimenti: dalle allegre scampagnate fuori porta delle Ottobrate ai festeggiamenti carnevaleschi. A scatenarsi erano i settori popolari che, dimenticando per un attimo le difficoltà quotidiane, riuscivano a passare gioiosamente il tempo libero fra balli, scherzi e giochi. Una vivace descrizione del "Maggio romanesco" ci viene data da Gio. Camillo Peresio in un Poema epico-gioioso del 1688 che Bartolomeo Pinelli, nell'Ottocento, iniziò ad illustrare. Scomparve però senza essere riuscito a completare l'opera.

Giochi e bulli. Chiamato per l'occasione il Maggio, l'albero della cuccagna era il principale divertimento della festa. L'antica tradizione di questa allegoria pagana del Paradiso Terrestre risale forse al Medioevo: sulla cima dell'albero venivano posti i frutti proibiti difesi dal grasso che, cosparso sul palo, rendeva particolarmente ardua la scalata. I più arditi giovani dei differenti rioni - i celebri bulli energumeni attaccabrighe, smargiassi, prepotenti e galanti immortalati dagli scrittori di "cose romane" - si sfidavano per conquistare il palio, premio destinato a chi raggiungeva la meta. Urla, contestazioni ed incitamenti erano il consueto corollario della scalata, una sorta di tifo chiassoso che rendeva più divertente il gioco. Ambientato nella prima metà del Trecento, ai tempi del tribuno Cola di Rienzo, organizzatore del palio, il poema ha come protagonista Jacaccio, tipico bullo monticiano capace, a suo dire, di far fuggire "a rompicollo", con la sua fionda, gruppi interi di bulli. L'opera testimonia la storica rivalità fra abitanti dei differenti rioni, mai sopita nella Roma papale. Il poema ben presto si tinge di rosa: i versi vedono quindi alternarsi scene di amori, gelosie e risse di popolo, spettacoli consueti nella Roma dei secoli passati. La contesa si conclude, come d'abitudine all'epoca, con una sassaiola che coinvolge tutti i presenti: i divertimenti finivano spesso con feriti e teste rotte.

La sassaiola. "Movimentato" passatempo dei romani dei secoli passati, la sassaiola era periodicamente ma inutilmente vietata per legge dalle autorità papali. Ogni festività o domenica divenivano un buon pretesto per praticare questo "sport". Espressione della rivalità fra i rioni storici della Roma papale era la sassaiola fra trasteverini e monticiani, che risale forse al Trecento ed era collegata ad una sorta di "primato di romanità" che i due gruppi si contendevano. Lo scontro si svolgeva periodicamente in Campo Vaccino, l'attuale Foro romano allora sede di un mercato di bestiame, luogo idoneo anche perché ricco di rocci (sassi), le "munizioni" cioè usate nella sfida. Inoltre, "comodità" non secondaria, il campo si trovava nei pressi dell'Ospedale della Consolazione. Tra urla, invettive e tifo spesso "partecipato" si svolgevano vere e proprie battaglie fra le due squadre. I "pali" avvisavano i contendenti dell'arrivo degli sbirri che trovavano spesso vuoto il campo di battaglia, quando non erano costretti ad una fuga ingloriosa sotto il tiro incrociato delle due squadre, coalizzate contro il nemico comune. Raramente avevano la meglio, riuscendo ad arrestare alcuni partecipanti, che venivano condotti in prigione e sottoposti in pubblico alla tortura della corda. La sassaiola continuò a svolgersi in Campo Vaccino finché Pio VI, iniziando gli scavi nella zona, costrinse i "belligeranti" a spostarsi altrove. Le battaglie, estendendosi, persero la caratteristica iniziale di rivalità tra i due rioni ma il gioco si protrasse fino agli inizi di questo secolo.

Tra Sacro e Romano

Un viaggio nella festività del Corpus Domini

In occasione del Corpus Domini, importante festività religiosa la cui data, mobile, capita in genere nel mese di giugno, nella Roma dei papi si svolgeva una solenne processione che, partendo da San Pietro, attraversava le strade del rione Borgo ricoperte per l'occasione con panni bianchi. Vi partecipava il pontefice, circondato da cardinali, prelati, clero e guardie svizzere, per un totale di circa tremila persone. Il papa, scrive nel 1823 Antoine J. B. Thomas, portava personalmente l'ostensorio con il SS. Sacramento ed era condotto in sedia gestatoria, "su una macchina dove sembra stare in ginocchio, mentre in realtà è seduto". Nei giorni seguenti la processione principale ve ne erano altre, nei differenti rioni, organizzate dalle Confraternite religiose. Vista la lentezza, all'epoca, degli spostamenti, se il papa era in viaggio la processione principale si svolgeva nel luogo in cui si trovava il pontefice. Nel 1462 fu effettuata a Viterbo ed i preparativi furono talmente accurati che si arrivò persino a rimuovere le parti sporgenti degli edifici. La celebrazione del Corpus Domini fu istituita da Urbano IV nel 1264 com la bolla Sic transiturus in seguito al cosiddetto miracolo di Bolsena: si racconta infatti che, mentre un sacerdote boemo celebrava la messa con un certo scetticismo, dall'ostia consacrata iniziò a sgorgare un rivolo di sangue. Scrive Zanazzo: "A Roma, a ttempo der papa, c'ereno ppiù pprecissione che ppreti. Nun c'era chiesa, cappella, oratorio o confraternita, che ddrento l'anno nun facesse una precissione".

La processione creava spesso problemi di ordine pubblico alle autorità pontificie. Furono istituite, ma inutilmente, pene severissime. Chi turbava i preparativi, tagliando "tende, canapi ed altri oggetti" rischiava la tortura ed una pena pecuniaria: ben più pesanti erano però le pene per coloro che disturbavano lo svolgimento della cerimonia. Chi faceva "rumore, strepito, o sorte alcuna di violenza per tutto lo spatio della strada deputata per la Processione" rischiava la vita. Alle donne, anche "honestissime", era vietato affacciarsi in finestra sulle strade della cerimonia; le autorità si riservavano, persino in questo caso, "l'arbitrio di alterare, e accrescere le per anco infino alla morte". Le donne dovevano recarsi alla processione, ad esclusione delle cortigiane, alle quali era invece vietata la partecipazione. Coloro che incontravano la cerimonia, "anco Cardinali o altri Signori personaggi" dovevano "smontare di cocchio o di cavallo" e parteciparvi. Era una delle rare occasioni in cui, nella Roma dei papi, le differenti classi sociali si trovavano fianco a fianco. La popolazione, lamentavano le autorità, perdeva spesso di vista le finalità religiose, cosa frequente in una città in cui le principali occasioni di festa erano rappresentate proprio dalle ricorrenze religiose: nel 1702 il Vicario emanò allora un provvedimento affinché la processione fosse seguita con devozione e non degenerasse in oggetto di curiosità, fuochi d'artificio, colpi di fucile e sfarzo inutile. La celebrazione si era inoltre trasformata in una contrattazione fra i vari gruppi di dignitari che si contendevano onori e precedenze, ma talvolta le processioni si concludevano persino con omicidi, come ricordano il Belli e Zanazzo. Minutamente regolati gli abiti dei differenti ufficiali della Curia romana, obbligati a parteciparvi. La processione del 1783 ci viene descritta da un protestante, Meyer, di passaggio a Roma: il lastricato era coperto di sabbia bianca, fronde d'alloro e mirto, foglie e fiori, mentre le case erano addobbate di tappeti colorati ed immagini religiose. All'improvviso, "il suono a stormo di tutte le campane e il tonar del cannone di Castel Sant'Angelo diedero l'annuncio della comparsa del Capo della Chiesa". "Il bel vecchio venerando procedeva portato a spalla dai suoi sediari su una grande sedia coperta di ricche stoffe, sotto un baldacchino retto da dignitari. Il passo dei portatori era così eguale e lento che il Papa sembrava librarsi nell'aria". Al passare del pontefice, "tutti si precipitavano a terra come colpiti dalla folgore". Nei primi anni dell'Ottocento la cerimonia venne immortalata da A. Thomas nelle sue splendide litografie. Sospesa nel 1870, la processione (dopo significativi ma sporadici tentativi) è stata ripristinata stabilmente e nel pieno della sua solennità nel 1979 e si svolge ogni anno, il giovedì successivo alla celebrazione della SS. Trinità, da San Giovanni a Santa Maria Maggiore percorrendo Via Merulana.

I vicoli della memoria

tra folletti burloni e passioni d'artista

 

Il vicolo ha un suo particolare fascino, una suggestione legata al ricordo, alla storia di una Roma in gran parte scomparsa. Molti vicoli sono stati distrutti nel corso delle ristrutturazioni urbanistiche della città: Trastevere però conserva ancora diverse tracce di questo passato.

La nostra sarà una passeggiata attraverso i vicoli, alla riscoperta di ricordi e luoghi poco conosciuti: per addentrarci, da Viale Trastevere, nel cuore del rione scegliamo un vicolo dal nome particolarmente curioso. Si chiama infatti Vicolo Mazzamurelli, dalla definizione popolare dei folletti burloni. Si racconta che un tempo vi abitasse un impostore. Spacciandosi per mago, teneva lontana dalla sua casa la popolazione, all'epoca particolarmente superstiziosa, facendo credere che fosse popolata dagli spiriti.

Acquarelli di vita quotidiana

Attraverso i caratteristici vicoli dell'antico rione, oltrepassata Piazza S. Maria in Trastevere - cui non possiamo non dedicare almeno uno sguardo - arriviamo in Piazza Sant'Egidio dove decidiamo di fare una sosta al numero 2, sede del poco conosciuto Museo del Folklore e dei poeti romaneschi. I celebri acquarelli di Roesler Franz e la ricostruzione, a grandezza naturale, di alcune scene della vita quotidiana del secolo scorso ci immergono nell'atmosfera di una Roma ormai scomparsa. Gli orari di apertura del Museo sono: feriali 9-13, festivi 9-12.30, martedì e giovedì anche 17-19.30.

L'Antico Caffè del Moro Dopo una rapida visita al Museo, ormai perfettamente in tema con la nostra passeggiata, eccoci nuovamente fra i vicoli trasteverini. Imbocchiamo Via della Pelliccia: sopra il bar ancora in funzione troviamo una vecchia insegna, quella dell'Antico Caffé del Moro. Deteriorata dal tempo, ha perso molti dei suoi colori e della sua vivacità. Dobbiamo accontentarci, è già qualcosa, visto che quasi tutte le vecchie insegne sono andate perse. Risale all'epoca delle prime conquiste coloniali italiane: l'immagine, chiaramente apologetica, raffigura un idilliaco rapporto fra i civili conquistatori italiani e le popolazioni locali. Il piacere di fronte ad una traccia della Roma scomparsa è turbato dalla riflessione per una tragedia che in qualche modo ci fa pensare alla cronaca. Proseguendo la nostra passeggiata, veniamo riportati in un passato molto più remoto. Torniamo sui nostri passi; arrivati di nuovo in Piazza Sant'Egidio imbocchiamo ora Via della Scala sino all'omonima piazza.

La Spezieria della Scala Incuranti dell'afa di questi giorni, ci siamo mossi di mattina, per poter visitare un luogo particolarmente suggestivo. Nella piazza, a pochi metri dalla nostra routine quotidiana vi è ancora una delle farmacie storiche di Roma, un angolo in cui il tempo (provare per credere!) sembra veramente essersi fermato. I locali attualmente in funzione non sono quelli dell'antica spezieria, situata al piano superiore, all'interno del convento dei Carmelitani Scalzi. Un po' titubanti, citofoniamo: siamo fuori orario, per i frati è già il momento del pranzo. Ci fanno comunque entrare. La farmacia si può visitare la mattina entro le 11: è però consigliabile telefonare, prima di andare, al numero 5806233. Nei pochi secondi che separano la strada dall'ingresso negli antichi locali ci sembra di essere catapultati nel passato, in un'atmosfera certamente molto suggestiva. Aperta nel 1700, la "Speziaria de' PP. Carmelitani Scalzi della Scala di Roma" somministrò per un lungo periodo i medicinali alla famiglia pontificia. Nel 1838 Gregorio XVI confermò i suoi privilegi: rimase però soggetta, come tutte le spezierie, al controllo medico annuale. Negli scaffali settecenteschi e negli annessi laboratori ci sono ancora mortai, medicinali, ricettari ed erbari, antiche ceramiche. Tutto disposto come se la farmacia fosse ancora in funzione. Il silenzio e quel particolare odore "di passato" contribuiscono a farci sentire fuori dal tempo. Tra gli speziali rimase celebre Fra' Basilio, inventore dell'acqua della Scala, efficace antipestilenziale: oltre ad essere un antidolorifico, sembrava infatti rappresentare una protezione miracolosa per chi assisteva i malati contagiosi. Le scritte, in latino, poste all'interno della spezieria non incrementavano certo nei malati la fiducia nei medicamenti venduti. Si legge ad esempio: "Né l'erba li guarì né la miscela; sì la tua parola, Signore, la qual sana ogni cosa". La concezione dell'epoca, si sa, assegnava alla scienza un ruolo subordinato alla religione. Più conciliante è però la scritta in lettere dorate che sovrasta il bancone di vendita: "Della terra l'Altissimo creò i medicamenti; l'uomo prudente non li avrà in dispregio".

Una misteriosa figura di donna...

Torniamo in strada e ci dirigiamo verso Via della Lungara. Ci guardiamo intorno: macchine, clacson... niente paura, siamo tornati al presente!

Ancora pochi passi ed eccoci giunti all'ultima tappa di questa nostra passeggiata alla scoperta delle antiche tracce. All'angolo fra le vie di Porta Settimiana e di Santa Dorotea vi sono ancora una casetta ed una finestrella che ci ricordano una misteriosa figura di donna del Cinquecento, Margherita Luti detta la Fornarina. In questo periodo c'è bisogno di un po' di buona volontà per intravedere la finestra, coperta dai ponteggi usati per ristrutturare il palazzo. Non ci scoraggiamo. Del resto, il mistero fa parte della vita e della storia di questa donna, immortalata ed amata segretamente da Raffaello. Si dice sia stata proprio lei la modella delle celebri Madonne dipinte dall'artista. Sulle origini del nome con cui la donna è conosciuta si raccontano diverse versioni. Forse era figlia di un fornaio senese...o forse no. Fornarina, si è anche detto, potrebbe essere il "nome d'arte" di una cortigiana d'alto livello. Sono tutte supposizioni. E' certo invece che alla morte prematura del celebre artista la Fornarina divenne suora, entrando nella Congregazione di Santa Apollonia in Trastevere dove trascorse il resto della sua vita. Guardiamo meglio, cerchiamo di cogliere qualche traccia più precisa: i camerieri del ristorante che ora si trova nel palazzo ci conducono al cortile interno, anch'esso ricco di leggende sulla misteriosa storia d'amore fra il celebre artista e la popolana trasteverina. Tracce però non ne troviamo, se non nella nostra immaginazione.

Luoghi e giochi di sorella morte

Nei secoli scorsi, quando Roma era più piccola, non aveva una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri erano disseminati un po' ovunque, accanto alle chiese o all'interno dei chiostri, negli ospedali o presso le Confraternite religiose. S. Giovanni in Laterano, S. Maria in Trastevere e il S. Spirito avevano ad esempio il proprio camposanto. Fosse comuni venivano poi scavate alle porte della città durante le tragiche epidemie di peste e colera. La pratica della sepoltura all'interno della cinta urbana risale al periodo medievale. Rimase diffusa fino agli inizi dell'Ottocento anche se l'incremento demografico della città, con il conseguente aumento del numero di cadaveri, aveva da tempo provocato seri problemi igienici, anche perché le salme venivano inumate senza bara. Alcune chiese, raccontano le testimonianze dell'epoca, erano talmente invase da terribili esalazioni che molti fedeli svenivano al loro interno. La questione fu affrontata in modo radicale solo durante il periodo napoleonico, anche se le usanze erano difficili da sradicare, e quando nel 1834 si iniziò a chiudere le salme all'interno di bare prima dell'inizio del trasporto, Belli si fece interprete del malcontento popolare, affermando: "è una bbella porcheria/ st'usanza der cadavero incassato".

I cimiteri sconsacrati. Non tutti potevano usufruire dei luoghi di sepoltura ufficiali: cimiteri a parte erano infatti riservati a prostitute, suicidi e peccatori. Bastava non rispettare il precetto pasquale per essere interdetti dalla sepoltura ecclesiastica. Stessa sorte toccava, a seconda dei periodi, alle più svariate categorie: nella seconda metà del Cinquecento addirittura a coloro che morivano mentre assistevano alle lotte di tori, vietate con una Bolla di Pio V. Intorno al piccolo cimitero sconsacrato sorto lungo il Muro Torto, scomparso ormai da tempo, qualcuno tentò il business: era infatti credenza diffusa che le "povere anime" degli impenitenti favorissero le vincite al lotto. Una visita durante le sepolture e qualche preghiera di rito erano gli ingredienti necessari per ricevere i "segni" dai defunti, che un apposito libro traduceva in cifre. E' invece ancora in funzione il cimitero acattolico aperto nel Settecento presso la Piramide Cestia: tra le spoglie ospitate - circa 4 mila - vi sono quelle di Antonio Gramsci e dei poeti Keats e Shelley.

Il mese dei morti. Nella Roma di un tempo novembre era dedicato a solenni cerimonie funebri, allestite un po' ovunque in ricordo dei "defunti di Cristo": la più importante si svolgeva nella chiesa di S. Maria dell'Orazione e Morte in Via Giulia. Nella cupa atmosfera di una chiesa tappezzata di drappi neri, ceri accesi e fiori veniva esposto un catafalco composto di ossa e teschi, a simboleggiare i temi della morte e della salvezza. Come se non bastasse, due scheletri con clessidra e falce ammonivano: "Ancor noi fummo/ come voi/ che qui venite...". Queste macabre rappresentazioni colpivano la popolazione romana, che nel Sette-Ottocento si recava in massa nella sotterranea cappella della chiesa, simile al cimitero dei Cappuccini in Via Veneto. Al termine delle cerimonie la statua della Madonna del Rosario veniva portata in processione fino al cimitero del S. Spirito.

I litigi sulle sepolture. Parroci e Confraternite si contendevano spesso il diritto di sepoltura dei defunti: talvolta fu persino necessario l'intervento delle autorità per risolvere le controversie. Tanto zelo, che può sembrare strano, non era in effetti disinteressato: in materia esistevano precisi interessi economici. Mentre i poveri dovevano infatti essere inumati senza "emolumenti né mercedi", vi era una tabella di prezzi e compensi spettanti a chi effettuava le altre sepolture. Forse proprio questo motivo poco "nobile" spiega la folta partecipazione ai cortei funebri, che proprio per evitare disordini erano talvolta regolamentati per legge. Numerosi provvedimenti furono emanati, nel corso dei secoli, in materia di morti e camposanti: Bandi contro coloro che profanavano i cimiteri, asportavano reliquie o vi cavavano pozzolana, regole per il trasporto dei defunti in periodo di epidemie e norme di vario genere. Nel 1566 il card. Vicario aveva vietato, senza molto successo, di "fare costruzioni nelle chiese e nei portici delle medesime e ordinato di seppellire i morti nei luoghi adatti". Un provvedimento del 1675 proibiva invece "di seppellire i morti senza alcun indumento, specie se donne o sacerdoti". Particolare attenzione era poi dedicata alla chiesa di S. Gregorio al Celio e al suo cimitero, dove era vietato vendere "alcuna sorte di robbe" durante le cerimonie funebri. La Confraternita dell'Orazione e della Morte, istituita nel 1538 per occuparsi delle sepolture, assicurava talvolta una tomba e qualche onore funebre ai non abbienti e ai cadaveri abbandonati: nel Settecento processioni di incappucciati avvolti in lugubri sacchi neri sfilavano spesso per la città. Se è possibile trovare un lato umoristico in un argomento non certo allegro, è da ricercare proprio in queste spedizioni notturne spesso rocambolesche, fra errori di strade, smarrimenti ed incidenti vari, che si avventuravano nella campagna romana per recuperare i cadaveri. Mentre i resti di poveri ed orfani giacevano spesso nell'abbandono, soprattutto in tempi di carestie o epidemie, solenni funerali venivano riservati a nobili ed ecclesiastici. I privilegiati erano in genere tumulati all'interno delle chiese, gli altri dovevano accontentarsi, nel migliore dei casi, dei recinti esterni.

Le "città dei morti". L'ideazione del Cimitero Monumentale del Verano, allora fuori dell'agglomerato urbano, risale agli inizi dell'Ottocento, quando fu vietata la tumulazione nelle chiese e nei centri urbani; già intorno al III secolo l'Ager Veranus era stato però luogo di sepoltura. Il progetto venne affidato, nel 1811, all'architetto Valadier. Non se ne fece nulla: l'amministrazione francese cadde e Roma tornò al papa. Fu però ripreso circa vent'anni dopo da Gregorio XVI. Il problema di una idonea sistemazione dei defunti non era più rinviabile. Venne allora costruita la cappella cimiteriale e i muraglioni verso la via Tiburtina che consolidarono il Pincetto, la parte storica ricca di monumenti. Nel 1835 il cimitero fu inaugurato dal cardinal Odescalchi, vicario di Roma. Una circolare vietò allora ai parroci di concedere nuovi locali per sepolture entro la città. Ma l'usanza era dura a morire. La popolazione non accettava di allontanarsi dai propri morti; la consuetudine fu veramente abbandonata solo dopo la caduta del potere temporale dei papi. Nei lavori, che proseguirono nei decenni successivi, vennero usati i galeotti, condannati ai lavori forzati. Intorno al 1880 furono poste all'ingresso quattro statue allegoriche: Speranza, Preghiera, Meditazione e Silenzio. La "città dei morti", che fu anche colpita dal tragico bombardamento americano del 1943, si estese sempre più con il passare del tempo, includendo anche il reparto israelitico e acattolico. Divenne una vera e propria necropoli che, con le sue tombe monumentali e i loculi "distinti" (una sorta di "condominio" dell'al di là), ripropone le distinzioni di classe anche oltre la morte. L'ulteriore incremento demografico di Roma ha poi imposto l'apertura di un nuovo cimitero. Prima Porta, nato alla vigilia della seconda guerra mondiale, è divenuto negli ultimi anni il principale luogo di sepoltura, avendo il Verano praticamente esaurito le sue disponibilità.

La morte come spettacolo. Una stima quantitativa del numero dei giustiziati nella città di Roma è possibile sulla base dei dati della Confraternita di San Giovanni Decollato, l'unica allora deputata ad assistere i poveretti negli ultimi momenti della loro vita. Molti sono conservati all'Archivio di Stato, e consultabili dagli studiosi, quelli rimasti nella sede della Confraternita non sono invece consultabili. Vi furono alcuni periodi in cui le esecuzioni crebbero notevolmente, come negli ultimi decenni del Cinquecento in concomitanza con l'esplodere delle ondate di banditismo, quando superarono anche le cento unità l'anno (e certo non è poco considerando che esecuzioni avvenivano anche in altri luoghi dello Stato Pontificio). Nella Roma del Cinque-Seicento l'esecuzione della pena di morte, l'uccisione del colpevole assumevano la funzione di monito, di deterrente nei confronti della popolazione. Per questo, le esecuzioni avvenivano quasi sempre in pubblico, nelle piazza romane, e le teste dei giustiziati venivano esposte in vari luoghi della città. Una descrizione dell'uccisione in pubblico di un bandito alla fine del Cinquecento ci viene data dal segretario di Montaigne, allora in soggiorno a Roma: il fuorilegge che viene condotto al patibolo l'8 gennaio del 1581 è Catena, un famoso capo-bandito. Sul luogo dell'esecuzione vi erano circa 30.000 spettatori (su una popolazione della città che si aggirava intorno alle 150.000 unità): un "gran concorso di gente", spiegavano gli Avvisi, "perché ognuno desiderava vedere per la fama che aveva: era giovane di 30 anni e ha fatto 54 homicidij, ed è stato 12 anni fuoruscito". Precedeva il condannato un corteo aperto da un gran crocefisso e composto dai membri delle confraternite incappucciati e vestiti di sacco nero, che accompagnavano il malcapitato fra orazioni e riti religiosi. Dopo la morte, spesso avveniva lo squartamento, sul corpo di condannati che avevano commesso reati in diversi luoghi dello Stato, dove venivano poi inviate ed esposte le varie parti del corpo della vittima. In realtà, ci dice Montaigne, la spettacolarizzazione del supplizio, anziché dimostrare al popolo (come nelle intenzioni) il trionfo della giustizia, scatenava sentimenti di pietà per il condannato.

Carnevale, la sevizia vale

Le mirabili torture della Roma papalina

A Carnevale, si sa, è lecito impazzire. Lo sapevano bene i romani dei secoli passati, quando l'intera città si riversava in strada per una baldoria senza freni, coinvolta in un'atmosfera di "follia" che stupiva i visitatori stranieri, che ne lasciarono spesso un ricordo nei loro diari e opere d'arte. Alcuni divertimenti non erano però "innocui": qualcuno ne pagava il prezzo con umiliazioni, sofferenze, talvolta persino con la morte.

Le corse della vergogna. Gli spettacoli più amati del Carnevale romano erano certamente i palii, corse di uomini ed animali. Per il pubblico rappresentavano un'occasione unica di divertimento, per i partecipanti sicuramente un po' meno. Particolarmente crudeli erano le corse umane, in primo luogo lo pallio delli Judei. Nata per una questione, se così si può dire, "tecnica" - ad ebrei e cristiani erano vietate le attività comuni - la corsa divenne col tempo occasione di scherno e vessazioni. Le angherie crebbero ed i "giornalisti" dell'epoca, i menanti, si fecero portavoce dell'intolleranza antisemita. Si arrivò a far correre i partecipanti - che un cronista definì persino bestie bipedi - a stomaco pieno perché fossero più affaticati. Un resoconto del febbraio 1583 ricorda: "I soliti otto ebrei corsero ignudi il palio loro, favoriti da pioggia et vento degni di questi perfidi, mascherati di fango al dispetto delle grida". Le "grida" in questione erano i provvedimenti legislativi, quei Bandi che minacciavano tre tratti di corda a chi avesse tirato fango sui corridori. In molti continuavano a farlo. Tanto livore antisemita della popolazione non può meravigliare: erano le stesse autorità a fomentarlo costringendo gli ebrei a partecipare al palio ma anche obbligandoli, per il resto dell'anno, a portare un segno distintivo consistente in un berretto giallo per gli uomini ed in un panno dello stesso colore per le donne, oppure vietando loro di andare in carrozza, di celebrare le loro festività nonché, chiaramente, obbligandoli a risiedere nel ghetto e limitando le loro attività. Insomma, mentre le autorità di tanto in tanto emanavano provvedimenti legislativi che vietavano di molestare gli ebrei, nello stesso tempo li sottoponevano ad angherie e umiliazioni. Nel 1668 Clemente IX abolì la corsa. Avevano finalmente prevalso le ragioni umanitarie? Difficile crederlo. Il pontefice pretese in cambio una ingente somma in denaro. Ogni anno, fino al secolo scorso, la comunità ebraica continuò a pagare un oneroso tributo. Agli anziani non era però riservata una sorte migliore: in cambio di una misera (ma per molti necessaria) somma in denaro erano costretti a correre nudi. E' Montaigne, tra gli altri, a ricordarcelo nella sua cronaca della fine del Cinquecento. Nel 1633 ci si spinse, se possibile, oltre, in una - per noi incredibile - esposizione delle deformità. Ci dicono gli Avvisi, i "giornali" dell'epoca: "In strada giulia... fu corso un palio di gobbi ignudi molto ragguardevoli per la varietà delle loro gobbesche schiene, che per esser cosa nuova in questa città vi concorse molto popolo e nobiltà in carrozza". Ci è difficile pensare come ciò potesse essere fonte di divertimento!

Le sofferenze degli animali. Se le sofferenze degli uomini sono un amaro capitolo, non vanno dimenticate quelle degli animali. E qui c'è un po' meno da meravigliarsi, considerando che spettacoli di analoga barbarie sopravvivono ancora oggi. Il palio principale del Carnevale dell'epoca, che si svolse fino alla fine del secolo scorso, era quello dei barberi, piccoli cavalli adornati "con piume, cinte e polvere di similoro", come descrive un viaggiatore spagnolo assistendo alla corsa. Incitati dalle urla ed inferociti dalle aguzze punte poste sui loro fianchi, venivano lanciati in Piazza del Popolo per essere "ripresi" nell'attuale Piazza Venezia. Nobili, cardinali e frati avevano il proprio barbero ed assistevano alla corsa dai palchi e dalle tribune che, per l'occasione, erano allestiti lungo il percorso. Il vincitore riceveva il palio, uno stendardo in panno finemente decorato ma anche una somma in denaro. Incidenti agli animali erano frequenti, nessuno ci faceva caso, e sembrava in fondo normale quando i cavalli si fanno "a pezzi, inciampando negli assi delle carrozze". Talvolta però si verificavano vittime anche fra gli spettatori. Nel 1624 un uomo mascherato, spaventando i barberi con il proprio cavallo, provocò la morte di un bambino: "La Corte non hebbe ardire di far prigione detta maschera reputata per persona di qualità all'habito e al Cavallo ma per poco pratico cavaliere".

La tortura in pubblico. Anche nel divertimento i romani dovevano stare attenti; quanto a severità (se non altro minacciata) le autorità non scherzavano. Gli autori degli "eccessi" carnevaleschi rischiavano punizioni corporali. La fustigazione ad esempio, oppure i "tratti di corda". In questo caso il malcapitato veniva sollevato da terra con una fune collegata ad una carrucola, che teneva legate le braccia dietro la schiena, e poi lasciato cadere di colpo. E non si poteva far finta di nulla. Nella Roma dell'epoca infatti gli strumenti per la tortura della corda erano sparsi per le vie più frequentate della città. Nel 1692 "fu frustato per la città un ammascherato da Pulcinella perché andava scherzando per il Corso con un salame". E' solo un esempio, fra i tanti che riempiono le cronache dell'epoca. Ma, forse, di questo la popolazione non si preoccupava più di tanto. La tortura, come il carcere, erano considerati dai settori poveri quasi una sorta di "calamità naturali". Anche le prostitute sorprese in maschera - a dispetto del divieto loro imposto - venivano frustate, ovviamente in pubblico e, inutile dirlo, lungo il Corso... tutto è spettacolo!

La morte come simbolo. Al Carnevale romano è però legato un capitolo ancor più macabro. Mentre per la città si snodavano i cortei mascherati ed i carri allegorici, qualcuno moriva sotto i colpi di una "giustizia" terribile. Intorno alla metà del Seicento le autorità pontificie inaugurarono infatti la macabra usanza di eseguire sentenze capitali nei giorni dei festeggiamenti. I condannati venivano così impiccati e squartati in pubblico, spesso proprio in Piazza del Popolo, centro del Carnevale. Erano autori di reati comuni, in genere omicidi e grassazioni, gli assalti armati a scopo di rapina. Nel Settecento le autorità iniziarono invece a giustiziare durante il Carnevale i condannati eccellenti, in carcere per motivi politici. Certo, per quei poveretti poco cambiava morire in un giorno o in un altro, ma il macabro rito della punizione, trasformatasi in spettacolo, doveva servire come monito per i "malintenzionati". Nel 1737, durante il Carnevale, fu decapitato a Ponte Sant'Angelo un conte napoletano, Enrico Trivelli. Nonostante tutto, poteva considerarsi persino fortunato. La decapitazione, che provoca una morte istantanea - salvo gli errori e l'imperizia del boia - era infatti un "privilegio" riservato a nobili ed ecclesiastici. L'uomo era accusato di "composizione di scritture malediche e sedizione contro il Pontefice della Santa Sede". Accolse la notizia della morte con estrema dignità. Le cronache riferiscono che "essendogli dato la nuova, rispose già me lo immaginavo, e con superiorità disse datemi da scrivere". Compose un'ode evitando accuratamente, questa volta, la satira poi si vestì bene, "volse anche un paro di scarpe nuove con fibbie d'argento". Arrivato sul patibolo "si accomodò da sé medesimo sopra il Ciocco", dopo aver espresso in pubblico il proprio pentimento. Le autorità erano soddisfatte, era un "esempio" per la popolazione. Ma per il condannato non cambiò nulla. Al terzo tentativo fu decapitato. Aveva ventisette anni.

Il cielo sopra il presepio

Storia, leggende, tradizioni

Aneddoti, leggende e curiosità accompagnano la storia di ogni angolo della vecchia Roma. Ma c'è un presepe, quello dell'Aracoeli in cui, più di altri, "vi cantano intorno la leggenda e la storia, vi palpita la poesia e la fede del popolo di Roma". E' tuttora allestito all'interno della Chiesa, seppure in forma ridotta da quando, nel 1886, nonostante le vigorose proteste inviate all'allora capo del governo De Pretis, i lavori per la costruzione del Vittoriano portarono alla demolizione di parte della cappella.

Il leggendario bambinello. "Er più mmejo presepio de Roma". "Fino a ppochi anni so' - scrive agli inizi del secolo Giggi Zanazzo - era er più mmejo presepio che sse vedessi a Roma, e la ggente p'annallo a vvedé ce faceva a pugni". Protagonista principale il bambinello, la cui fama andava ben oltre il periodo natalizio. Sulle sue origini la storia ha lasciato il passo alla narrazione fantasiosa: miracolosamente dipinta dagli angeli del paradiso ed altrettanto miracolosamente salvatasi da un naufragio, la leggendaria statuetta sarebbe giunta a Roma nel Cinquecento, dando subito prova dei suoi prodigiosi poteri. La fantasia popolare si è veramente sbizzarrita. Si raccontano ingegnosi tentativi di furto sventati dallo stesso bambino, in grado di sfuggire ai ladri e tornare al proprio posto. Sono in molti dunque ad attendere il "miracolo": rubata all'inizio del 1994, la statuetta questa volta non ha ancora dato prova delle sue prodigiose doti, tanto da dover essere sostituita da un "sosia"! Neanche in tempi migliori però i suoi poteri gli permettevano di sventare i furti dei gioielli che lo ricoprivano. Riferisce nel 1738 il diarista Valesio: "Porgendosi a baciare ai fedeli dai frati il S. Bambino nella chiesa dell'Aracoeli, i ladri servendosi dell'occasione, hanno fatto vari furti". I preziosi erano doni dei fedeli per grazie ricevute: molti romani ritenevano infatti di essere stati guariti dalla miracolosa statuetta, e proprio confidando in queste proprietà i moribondi chiedevano spesso di poterla baciare. Con una vera e propria cerimonia il bambino veniva quindi trasportato per la città. La sorte del malato risultava subito evidente: "S'intratanto ch'er Bambino sta dda un moribbonno - riferisce Zanazzo sulle credenze popolari - je se fanno li labbrucci rossi, è ssegno de guarizzione; si ar contrario je se fanno bbianche, è ssegno ch'er moribbonno more". I suoi poteri sovrannaturali non riuscivano a preservarlo neanche dagli incidenti stradali, e nel gennaio del 1838 la carrozza nella quale veniva trasportato "pe' la salita de le Tre Cannelle/ Er Bambin d'Ariceli ha ribartato", come testimonia il Belli in vivace sonetto.

I presepi privati. L'usanza del presepio si diffuse a Roma nel Cinquecento, quando si iniziò a rappresentare la scena della natività in tutte le chiese e le abitazioni private. Scrive Padre Bresciani nel 1859: "Voi non potete immaginare come i Romani son destri, fecondi e pieni di poesia nel comporre queste rappresentazioni, che in pochi palmi vi spingono la vista a molte miglia e sanno darvi giuochi di luce, scorci, sollevazioni e abbassamenti maravigliosi!". Le famiglie nobili esibivano statuette di noti artisti, oppure acquistate nell'allora celebre negozio di Merico Cagiati. Gli altri si accontentavano dei più modesti prodotti delle fornaci di S. Maria in Cappella o di Nino La Vista in Borgo Vittorio. Il mercato che ora viene allestito in Piazza Navona precedentemente si teneva a Sant'Eustachio. Qualcuno ammetteva il pubblico a visitare il proprio presepio, allietato dal suono degli zampognari. Il più celebre, fra i presepi in abitazioni private, era quello della famiglia Forti, sulla sommità della torre, oggi scomparsa, degli Anguillara con il suggestivo sfondo naturale dei Colli Albani. Il palazzo, rifatto, ospita attualmente la cosiddetta Casa di Dante, fra Piazza Belli e Piazza Sonnino.

Alcune curiosità. Nei secoli passati le autorità ecclesiastiche intervennero ripetutamente in materia. Nel 1733 ad esempio le monache del convento di S. Silvestro in Capite furono accusate di troppo sfarzo nell'allestire il presepio, nel quale ardevano "notte e giorno circa mille lampade, ed essendo questo un consumo irregolare ed inopportuno, ordiniamo che ardano solamente sei lampade". Nel 1617 invece si verificò una rissa nella Chiesa di San Martino ai Monti, dove "havendo gli frati fatto un bel presepio, vi era gran quantità di gente a vederlo. Gli frati si erano messi sopra la porta acciò il Popolo per una parte entrasse e per l'altra uscisse. Arrivò il figlio del marchese Paluzzi con alcuni gentilhuomoni e volevano entrare per la porta che si usciva. Gli fu vietato dai frati e, volendo sforzarsi, furono dai frati maltrattati. Il Paluzzi andò pe' suoi servitori, et entrati in Chiesa cominciarono a bastonare quanti frati trovavano. Guastarono il Presepio e si salvarono in casa del card. Mazzarino". La vicenda si concluse con l'arresto dei responsabili.

C'era una volta una vecchietta

Fino a circa cinquant'anni fa, quando a Roma non era ancora arrivata la moda americana dei regali natalizi, anche gli adulti si scambiavano i doni in occasione dell'Epifania. Poi, nel dopoguerra, l'importazione di Babbo Natale ha defraudato del suo ruolo la Befana, quella misteriosa vecchietta che cattura i sogni dei bambini. A dispetto dei vari tentativi effettuati negli ultimi anni per rivitalizzarla, la festa ha però ormai perso parte del suo fascino. Un tuffo nella tradizione Citare le origini della festa. Ancora agli inizi di questo secolo la festività a Roma veniva chiamata "Pasqua Bbefanìa" perché all'epoca tutte le principali ricorrenze religiose erano definite pasqua. Giggi Zanazzo, vivace scrittore di cose romane, ci racconta, poco meno di un secolo fa, che ai bambini, "oltre a li ggiocarelli, s'ausa a ffaje trovà a ppennolone a la cappa der cammino du' carzette, una piena de pastarelle, di fichi secchi, mosciarelle, e un portogallo e na' pigna indorati e inargentati; e un'antra carzetta piena de cenere e ccarbone pe' tutte le vorte che sso' stati cattivi". Apparentemente quindi nulla di nuovo. L'usanza della calza, tutto sommato, resiste ancora oggi (carbone compreso, anche se rigorosamente dolce); spesso però - affiancata da sofisticati giocattoli - è rimasta solo come doveroso e abitudinario tributo alla tradizione. L'arrivo della Befana era ricordato dai romani con chiassosi festeggiamenti in strada. Nel secolo scorso - seguiamo ancora l'inconfondibile racconto di Zanazzo - "la bbardoria se faceva a Ssant'Ustacchio e ppe' le strade de llì intorno. In mezzo a ppiazza de li Caprettari ce se faceva un gran casotto co ttutte bbottegucce uperte intorno intorno, indove ce se venneveno un sacco de ggiocarelli, che era una bbellezza. Certi pupazzari metteveno fòra certe bbefane accusì vvere e brutte che a mme, che ero allora regazzino, me faceveno ggelà er sangue da lo spavento!". L'iniziativa si concludeva evidentemente con una sorta di "saldi", come ci spiega l'immancabile satira del Belli, scagliata contro quelli che ritiene tentativi di speculazione dei commercianti di Piazza Sant'Eustachio, che durante le feste cercano di "cacciavve l'occhi", mentre al termine della festa "la robba ve la danno pe bbajiocchi".

Le bancarelle della polemica Dopo l'unità d'Italia la festa si è spostata in Piazza Navona, ogni anno invasa dalle solite bancarelle. Incuranti dei progetti che vorrebbero vederle scomparire, continuano a proporci una "fiera-luna park" poco rispettosa dell'arte e dell'architettura di un'area che, un tempo, era luogo di gare e celebrazione di trionfi. Ma sono anche una preziosa occasione per incontrare le storiche famiglie romane di artigiani del presepio, quali gli Alferoni o i Necci, unici continuatori di un'artigianato artistico che sta scomparendo. In fondo quindi sono ormai una tradizione ed un momento di svago a cui molti romani, affezionati, non saprebbero rinunciare!

Nel segreto di San Giovanni

Nel cuore di Roma, in una solitaria stradina a due passi dall'anagrafe c'è un palazzo, quello dell'Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato detta della Misericordia che nasconde, dietro l'austera facciata, inaspettate tracce storiche ed artistiche sconosciute a molti romani. La Confraternita, che ha annoverato fra i suoi membri numerosi pontefici e celebri artisti come Michelangelo Buonarroti, nacque nel 1488 ad opera di alcuni devoti fiorentini. Oggi promuove opere di beneficenza nei confronti dei figli dei carcerati, mentre nella Roma dei secoli passati assisteva i condannati a morte negli ultimi momenti della loro vita e seppelliva i corpi dei giustiziati. Varcare la misteriosa soglia di Via di S. Giovanni Decollato 22 non è facile; l'inaccessibile palazzo è infatti aperto al pubblico un solo giorno l'anno, il 24 giugno. Attenzione dunque a non lasciarsi sfuggire questa rara occasione che consente di ammirare gli interessanti dipinti interni alla chiesa - quali la Decollazione del Battista, un olio su tavola di Giorgio Vasari - ma anche gli splendidi affreschi cinquecenteschi che ornano le pareti dell'Oratorio, luogo di riunione dei confratelli. Un senso di tranquillità pervade l'ignaro visitatore nel suggestivo chiostro, una delle rare isole di silenzio ancora esistenti nel centro della città, ma la schiena viene percorsa da un brivido appena si scopre che sotto il pavimento sono ancora ammucchiate le ossa dei giustiziati convertiti: gli altri, cadaveri "di serie B", erano invece interrati in aperta campagna. La barella con cui le salme venivano trasportate nella sede della Confraternita per la sepoltura è ancora conservata, al primo piano del palazzo, nel singolare Museo della Camera Storica, attualmente chiuso per lavori, nei cui polverosi e tetri armadi sono esposte funi per le impiccagioni, ceste per contenere le teste dei decapitati, sacchi, cappucci ed altri raccapriccianti oggetti relativi al macabro rituale della pena capitale. Qualche guida turistica riferisce erroneamente che nel palazzo sono conservati reperti riguardanti Giordano Bruno. Il filosofo, "eretico e impenitente", morì invece privo di assistenza, bruciato vivo in Campo de' Fiori il 17 febbraio del 1600 senza che i confortatori riuscissero a convincerlo ad abbandonare la sua ostinazione. Fra i condannati celebri assistiti negli ultimi momenti della loro vita c'è invece Beatrice Cenci, ricordata da un inginocchiatoio che, si dice, sia stato utilizzato dalla giovane donna. Alcuni condannati, in genere i più ricchi, riuscivano a salvarsi dalla morte. Come le altre Confraternite anche quella di S. Giovanni Decollato aveva infatti la possibilità di liberare un carcerato, il 29 agosto, nella ricorrenza del martirio del suo santo patrono. Nel Museo troviamo l'abito che veniva fatto indossare al fortunato mentre era condotto in processione per la città. Nel palazzo c'è anche un prezioso Archivio storico ma persistenti ed incomprensibili remore non ne consentono la consultazione: parte del materiale documentario, come i registri dei giustiziati, si trova invece a disposizione degli studiosi nell'Archivio di Stato di Roma in Corso Rinascimento. Il 24 giugno la chiesa e l'oratorio saranno aperti al pubblico dalle 9.30 alle 12.30; alle 18 circa si svolgerà invece la messa e poi, subito dopo, la suggestiva processione al lume delle fiaccole per benedire le ossa dei giustiziati. A chi si lascia sfuggire questa occasione non resta che aspettare pazientemente un anno, oppure provare a farsi autorizzare l'ingresso indirizzando la richiesta al Governatore dell'Arciconfraternita (informazioni al numero 06/6791890).

I briganti nei secoli, una storia da museo

E' un'idea sicuramente inconsueta quella di "inseguire" i briganti dei secoli scorsi nei musei del Lazio. Ai leggendari galantuomini della macchia meglio si addice l'aria aperta che un'ordinata sala piena di cimeli, ma dal momento che numerose raccolte romane (e non solo) conservano ricordi del brigantaggio - che per secoli turbò la tranquillità dello Stato pontificio - ci sembra un modo, piacevole ed interessante, per avvicinarsi a questi bizzarri e simpatici simboli di una protesta sociale generata dalla miseria e tipica delle società preindustriali.

Nella patria di Gasparone. Un museo interamente dedicato ai briganti esiste, nel Lazio, solo in provincia di Latina, allestito da un privato in un casale dell'Agro Pontino, ai Fienili di Sonnino. La zona fu un tempo patria e "nido dei malviventi" tanto che nel 1819 Pio VII arrivò a dare l'incredibile ordine di radere al suolo l'intero paese di Sonnino. Fortunatamente le proteste riuscirono a bloccare l'attuazione del provvedimento, ma circa venti case erano già state distrutte. Nel Museo del Brigante, singolare collezione che ha l'obiettivo di mantenere viva la cultura popolare della zona, sono conservati rari dipinti, incisioni e Bandi scovati attraverso una paziente e lunga ricerca, ma soprattutto ricordi del mitico Gasparone, leader del brigantaggio del Basso Lazio fino al 1825, quando le autorità pontificie gli promisero l'amnistia e l'esilio in America in cambio della resa. Si trattava di un inganno. Consegnatosi, il fuorilegge fu arrestato e rinchiuso per quasi cinquant'anni in prigione.

Briganti pentiti. Alcuni pugnali ormai arrugginiti, trovati nella Campagna romana intorno al 1870 e sepolti probabilmente da briganti intenzionati a tornare nella "normalità", sono esposti in una vetrina del Museo Criminologico accanto ad altri reperti - in particolare testi ed immagini - relativi al fenomeno. Celebrati dalla letteratura popolare quali giustizieri e vendicatori di torti, i briganti sono stati ritratti da numerosi pittori ed incisori. Bartolomeo Pinelli, che trascorse un periodo nei boschi insieme ai fuorilegge proprio per riprenderli dal vivo, ci ha lasciato splendide scenette delle loro azioni, ma anche di momenti più intimi di vita familiare. Nel museo è possibile ammirare alcune di queste incisioni, vivaci "resoconti" delle azioni delle bande che agivano nella Campagna romana saccheggiando le case ed i viaggiatori, uccidendo le spie ed i nemici, sequestrando mercanti e gentiluomini ed ottenendo ingenti cifre in cambio del loro rilascio. I briganti sfuggivano alla cattura soprattutto grazie alle informazioni di cui godevano: le popolazioni rurali aiutavano infatti i fuorilegge, che generalmente le rispettavano molto più delle forze impiegate per combatterli.

Gli assalti alle carrozze. Ancora agli inizi dell'Ottocento le autorità dei differenti stati italiani cercavano, senza risultati duraturi, di avere la meglio nella lotta contro i briganti. Le bande continuavano a sfuggire alla giustizia ed agivano anche nei dintorni di Roma - pittoresca componente di un paesaggio che affascinava i viaggiatori stranieri ma era un inferno per i suoi abitanti - in un'area semideserta e devastata dalla malaria che si estendeva fra la Maremma meridionale e l'Agro romano, la Ciociaria e le Paludi pontine. Alcuni luoghi, in particolare boschi e selve, pullulavano di briganti: il rischioso incontro con i fuorilegge divenne per i viaggiatori un'affascinante ingrediente del Grand Tour. Anche le carrozze postali erano soggette a frequenti assalti da parte dei briganti, e nel vastissimo Museo Storico delle Poste e Telecomunicazioni sono esposte alcune armi usate per difenderle dagli attacchi dei fuorilegge.

Dall'altra parte. Numerose tracce del brigantaggio visto dalle forze incaricate di combatterlo sono conservate nel Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, dove è anche in vendita, a 50 mila lire, un volume ricco di immagini, Carabinieri contro briganti e banditi (1814-1934). Tra i reperti esposti nel museo spicca la storica fotografia scattata dopo la morte a Domenico Tiburzi, uno degli ultimi miti del brigantaggio maremmano: il corpo del fuorilegge venne legato ad una colonna ed immortalato, armato di tutto punto, come se fosse ancora vivo. Il Re della macchia, simbolo dell'opposizione allo sfruttamento e per lungo tempo imprendibile perché aiutato dalla popolazione, fu ucciso dai carabinieri proprio cento anni fa, nell'ottobre 1896, in un casale vicino Capalbio. Un singolare contenzioso accompagnò la sepoltura di Domenichino: il popolo chiedeva che le spoglie di un uomo sempre generoso con la povera gente riposassero nel cimitero, il parroco sosteneva invece che un brigante non poteva essere interrato in un camposanto. La situazione fu risolta con un singolare compromesso. Il corpo venne seppellito, attraverso il cancello del cimitero di Capalbio, metà all'interno e metà - la parte inferiore, impura - fuori.

La rivolta antiunitaria. Nel 1861, dopo la caduta della monarchia borbonica, la mancata realizzazione delle promesse della borghesia liberale alle masse contadine aveva fatto nuovamente esplodere il brigantaggio, fomentato poi dalla collaborazione borbonico-clericale. Nel Museo Storico dei Bersaglieri sono esposti alcuni ricordi dell'azione del corpo contro il brigantaggio post-unitario. Tra i cimeli spicca il ritratto del Maggiore Franchini, che nel 1861 catturò il generale spagnolo Borjes, sbarcato nell'Italia meridionale per restaurare la monarchia borbonica.

Gli indirizzi

Museo del Brigante, Fienili di Sonnino (LT), aperto previo appuntamento tel. 0773/98039.

Museo Criminologico, Via del Gonfalone 29 (Tel. 68300234). Orario: martedì, mercoledì, venerdì e sabato 9-13, martedì e giovedì 14.30-18.30. Chiuso domenica e lunedì. Ingresso: L. 4.000.

Museo Storico delle Poste e Telecomunicazioni, Viale Europa 190 (Tel. 59582092). Orario: feriali 9-13. Ingresso: adulti L. 1.000, ragazzi L.500.

Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri, Piazza del Risorgimento 46 (Tel. 6896696). Orario: feriali 8.30-12.30. Chiuso lunedì e nel mese di agosto. Ingresso gratuito.

Museo Storico dei Bersaglieri, Porta Pia (Tel. 486723). Orario: martedì, giovedì e sabato 9-13. Ingresso gratuito.

Passeggiando intorno al lago

Girotondo di storia e musei

 

Il lago di Bracciano, oltre all'indubbio merito di offrire ai romani la possibilità di godere di un po' di tranquillità e di refrigerio dalla calura estiva ha anche quello di ospitare, proprio sulle sue rive, alcuni musei, molto diversi fra loro ma certamente interessanti. Un'idea, per tutti coloro che hanno scelto il lago come meta per una gita potrebbe quindi essere quella di dedicare, prima del ritorno in città, un po' di tempo alla scoperta di queste raccolte.

La storia di un sogno. Particolarmente importante nel suo genere è il Museo Storico dell'Aeronautica Militare, situato nel più antico idroscalo d'Italia, Vigna di Valle, sulla sponda meridionale del lago. Numerosi cartelli lungo la strada permettono di trovarlo con facilità: vi si può arrivare da Anguillara tramite il Lungolago, oppure percorrendo la Braccianese-Claudia fino al km. 18. Pur essendo a carattere militare, la raccolta è piacevole da visitare anche per chi non è un appassionato del genere. Aperta nel 1977, ripercorre la storia del volo in Italia tramite un singolare e sorprendente allestimento su più livelli. Il vastissimo itinerario espositivo si apre con la fedele ricostruzione a grandezza naturale delle macchine ideate da Leonardo da Vinci ed arriva fino ai nostri giorni, attraverso un lungo percorso in cui le riproduzioni di velivoli storici e i numerosi originali accuratamente restaurati, mentre evidenziano la notevole evoluzione della tecnica ci ricordano anche tragici episodi di guerre e bombardamenti aerei.

Il passato prossimo... Di argomento completamente diverso, ma certo non meno interessante, è la raccolta situata, dopo il recente trasferimento, nella Rocca medievale di Anguillara Sabazia. Il museo, dedicato alla cultura materiale, permette di conoscere, attraverso strumenti da lavoro ed oggetti di uso quotidiano, la vita e le abitudini delle passate generazioni di artigiani e contadini. Al Museo Storico della Civiltà Contadina e della Cultura Popolare, allestito già da alcuni anni dall'Associazione Culturale Sabate ed ora dedicato ad Augusto Montori - il suo ideatore che si è recentemente tolto la vita - il Comune ha finalmente concesso una sede idonea. Il nuovo e più caratteristico allestimento ha certamente valorizzato il materiale esposto: utensili ed attrezzi, oggetti, giochi per ragazzi e numerosi altri preziosi "documenti di vita" che testimoniano il desiderio di salvaguardare le tradizioni popolari e riscoprire le radici culturali della zona. Fino a domenica 25, eccezionalmente, il museo sarà aperto anche tutte le sere, in concomitanza con gli spettacoli organizzati dal Comune all'interno della rocca.

...e quello remoto. Ci condurrà invece molto più indietro nel tempo la raccolta in fase di allestimento a Trevignano Romano. Il Museo Civico Minore non è però al momento visitabile: per la collezione, composta dai materiali archeologici provenienti dagli scavi della necropoli romana-etrusca, non è infatti ancora stata stabilita una data di apertura.

Indirizzi e orari

Museo Storico dell'Aeronautica Militare, Aeroporto Vigna di Valle (Bracciano), tel. 99801156. Orario estivo: tutti i giorni, tranne il lunedì, 9.00-18.00. Ingresso gratuito.

Museo Storico della Civiltà Contadina e della Cultura Popolare, Rocca medievale, Anguillara Sabazia. Orario: sabato 15.00-19.00 e domenica 10.00-12.00/15.00-19.00. Ingresso gratuito. Per informazioni tel. 9968673. Museo Civico Minore, P.zza Vittorio Emanuele, Trevignano romano, tel. 9999031. In allestimento.

L'antica università romana

 

Goliardi, ma soprattutto ribelli: questo, in sintesi, il ritratto degli universitari romani dei secoli passati. Violenti tumulti scoppiavano, di tanto in tanto, nell'ateneo. Al confronto, i movimenti degli ultimi decenni possono essere considerati poco più che una protesta pacifica! Gli sbirri intervenivano, ma gli studenti avevano in genere la meglio. Tutto sommato rischiavano poco. Categoria privilegiata, godevano delle "immunità concesse ai dottori delle scienze". In pratica erano esonerati dal presentarsi "avanti la curia in Campidoglio per debiti o cause criminali, eccetto per il reato di omicidio".  

 

La ribellione

Un diario del marzo 1704 ci dice che "havendo gli scolari che frequentano la Sapienza fatte diverse insolenze, il bidello passatane parola con il Rettore condusse il caporale de' sbirri di piazza Navona, il quale disse che aveva ordine dal card. Camerlengo di condurli prigioni. Li scolari, sollevatisi, uscirono tutti dalla scuola et il caporale hebbe prudenza di andarsene, hieri vennero tutti alla Sapienza et il Bidello si ascose". Conclusione della storia, il custode venne licenziato.

Ogni anno, per alcuni secoli, i pontefici emanarono Bandi relativi all'ordine pubblico nell'università. Servirono a poco. Muri, porte, colonne, cattedre, e tutte le superfici disponibili erano tappezzati di "figure dishoneste, segni e versi". Le lezioni venivano spesso impedite da "fischi, urli, strepiti", si verificavano "dispute et circoli", quando non addirittura "risse con bastoni, sassi o altri stromenti atti a offendere". Da bravi goliardi, usavano inoltre "portare o sonare campanacci o altri simili istrumenti dietro quelli che si sono addottorati".

Inutile dirlo, nessuno rispettava i divieti stabiliti durante il Carnevale: "rumori o radunate di gente, con pretesto di scherzare, intorno o dentro delle scole", lanci di "limoni, cipolle, sassi et altre cose" erano all'ordine del giorno.

Se gli universitari erano turbolenti, i seminaristi non erano da meno, fatto che può apparire strano se rapportato a chi si stava preparando al sacerdozio. Il seminario romano si trovava nel rione Ponte, nella chiesa di Sant'Apollinare. Le cronache dell'epoca sono ricche di episodi curiosi. Quando il rettore non era gradito scoppiavano veri e propri tumulti con tanto di lanci di piatti e pagnotte e persino con lo sparo di "razzi soffioni". Ma un giorno i seminaristi si spinsero anche oltre, "serrorno in una stanza quattro maestri et ve li tennero quattro giorni dandoli da mangiare pane et acqua".

Anche le proteste per la qualità del vitto erano frequenti e non propriamente pacifiche. Nel 1648 alcuni seminaristi irruppero nella sala da pranzo del Rettore e "videro essere migliore vino di quello che davano a loro. Misero a sacco ogni cosa; buttarono il vino più cattivo che davano a bere a loro; cercarono per le camere e trovarono olive bellissime di Spagna et altre cose mangiative per i nobili che facevano colezione la sera, da loro mai viste. Dicesi facessero danno per più di duemila scudi. Fu fatta la causa, gli fu dato l'esilio e, per essere giovanetti nobili, furono presto gratiati". I soliti privilegiati!

 

Lo "Studium Urbis"

Fino al 1935 l'Università romana si trovava in Corso Rinascimento, nel palazzo della Sapienza oggi sede dell'archivio di Stato. La sua istituzione, ad opera di Bonifacio VIII, risale al 1303: il complesso architettonico ha però subito nel tempo numerose modifiche.

Nel Quattrocento lo Studium Urbis (che solo più tardi si iniziò a chiamare Sapienza) attraversò un periodo infelice: era deserto, "completamente andato in ruina per la disgrazia dei tempi e dello scisma" secondo l'analisi dell'epoca. La situazione peggiorò con il Sacco di Roma del 1527: a nulla servivano gli sforzi dei pontefici volti a dar lustro all'ateneo tramite il restauro dell'edificio o la scelta dei migliori professori. Vi erano più insegnanti che allievi. Nel 1531 Clemente VII decise di chiudere l'Università, ancora deserta, per disporre delle sue rendite. Fu riaperta quattro anni dopo da Paolo III ed iniziò una lenta ripresa.

L'edificio subì nel tempo numerose modifiche. Vi lavorò anche Borromini dando alla chiesa di Sant'Ivo, patrono dell'Università, la forma di un'ape in onore di Urbano VIII. Sul portale d'ingresso si leggeva una iscrizione: "Il principio della Sapienza è il timor di Dio". Come tutti gli aspetti della vita culturale anche lo studio era allora legato alla religione, che costituiva un potente freno per il progredire della ricerca. Dal Cinquecento, fino alla fine del dominio temporale dei papi, gli stessi professori erano costretti alla professione di fede, giurando l'osservanza dei dogmi sanciti nel concilio di Trento.

 

Alla ricerca di cadaveri

Pio V sviluppò gli studi in medicina autorizzando le sezioni anatomiche sui cadaveri di quelli che evidentemente considerava cittadini di serie B, ebrei e giustiziati. Reperire cadaveri non era però facile: venivano infatti concessi, quasi come favore, dal Papa. Gli studenti inviavano le loro richieste al Rettore che le inoltrava al pontefice. Eccone un esempio: "Avicinandose hormai il tempo di fare l'Anatomia et non ci essendo commodità per penuria delli corpi, poiché N.S. per sua bona gratia suole concedere qualche cadavere di quelli che si giustitiano, per questo la supplichano voglia fare gratia di ordinare che in caso che occorresse qualche giustitiando gli lo vogli concedere".

 

Lo sgombero del mercatino

Il cortile dell'Università diveniva spesso punto di ritrovo per i venditori ambulanti, anche se le leggi vietavano a qualsiasi "ciambellaro, caldarrostaro, pasticciero, ricottaro et altri simili venditori entrare in detto Studio". Alla metà del Seicento numerosi venditori, cacciati da Piazza Navona, si concentrarono davanti alla Sapienza ma furono dispersi dall'intervento degli sbirri. Intanto i lavori di ristrutturazione, durati un secolo e mezzo, erano conclusi. Anche la Biblioteca Alessandrina veniva finalmente aperta. Il 17 novembre 1660 Alessandro VII presenziò solennemente alla inaugurazione della nuova università. L'obiettivo rincorso da tanti pontefici era stato raggiunto: qualcuno ne aveva però pagato il prezzo. Il continuo sforzo per "dare lustro" all'ateneo aveva spesso gravato sui docenti, il cui lavoro veniva aumentato a parità di stipendio ma soprattutto, ancora una volta, sulla popolazione, che si era trovata a dover pagare pesanti gabelle per finanziare i lavori.

 

I medici nella Roma dei secoli passati  

 

Oggi può sembrare curioso, eppure nella Roma dei secoli passati le estrazioni di denti e gli interventi di piccola chirurgia venivano effettuati dai barbieri. Scrive un autore del Seicento: "Servono anco i barbieri per cavar sangue agli ammalati e per mettergli le ventose, medicar le ferite, cavar denti guasti e simili altre cose". Fino alla fine del secolo XVII formavano una Università insieme agli stufaroli, gestori di una sorta di bagni pubblici e saune ante litteram.

Ancora agli inizi dell'Ottocento la chirurgia era subordinata alla medicina: l'attività di barbieri e chirurghi - che non potevano prescrivere farmaci per via orale - era rigidamente controllata dai medici, che rilasciavano le patenti di esercizio dopo un esame a pagamento "sopra il conoscere tutte le vene di un corpo humano, cavar sangue" e sulle operazioni di primo soccorso per ferite e fratture. Nei periodi di forti tensioni sociali e di diffusione del banditismo le autorità obbligarono medici e barbieri a denunciare le generalità dei feriti soccorsi.

A dispetto delle severe pene, molti barbieri operavano senza la necessaria licenza che, dal 1824, fu sostituita dalla matricola in flebotomia. Per ottenerla, dopo un tirocinio ospedaliero, era necessaria una condotta politica, religiosa e morale irreprensibile.

Pontefici e cardinali ebbero sempre nel loro seguito un barbiere, spesso ecclesiastico, presente nelle cerimonie ufficiali. Si occupava anche dei salassi cui periodicamente il clero doveva sottoporsi. All'epoca si pensava infatti che per guarire gli organi interni fosse necessario attirare su un punto del corpo gli umori cattivi. Ancora nel Seicento, quando già la scoperta della circolazione sanguigna aveva dimostrato che era indifferente il punto del prelievo, molti medici continuarono a proporre una differenziazione a seconda delle malattie da curare.

Il barbiere di Giovanni XXII nella prima metà del Trecento si rese famoso per aver attentato alla vita del pontefice, o almeno per averci provato, visto che difficilmente i metodi adottati potevano dare i risultati sperati. Insieme al medico preparò infatti tre figurine in cera rappresentanti il papa, che trapassò con un coltello. Scoperto, riuscì a fuggire.

 

Il Collegio dei medici

Nella Roma dei papi l'attività sanitaria era controllata dal Collegio dei Medici, che oscillò da dieci a venti membri, e la cui suprema autorità, il Protomedico, emanava annualmente un bando per "provvedere agli infiniti abusi ed errori che giornalmente si commettono nella salutifera arte della Medicina". Giudicava inoltre nelle cause civili e criminali relative alla materia e faceva ispezionare annualmente le spezierie, cioè le farmacie dell'epoca.

Il 26 settembre, festa dei SS. Cosma e Damiano, si svolgeva una cerimonia nel corso della quale l'eletto offriva al Collegio quattro libbre di cera e nominava i Vice-protomedici di Roma e delle province, che pagavano la carica a se­conda dell'importanza della zona loro affidata.

Il Collegio - a cui partecipava l'archiatra pontificio, cioè il medico del papa - aveva enormi poteri e privilegi. Nel 1553 gli venne riconosciuto il diritto esclusivo di concedere la laurea in medicina. Una volta laureati, i medici - fra cui vi erano molti ecclesiastici - dovevano superare, dopo un periodo di pratica ospedaliera, un esame di abilitazione. Nel 1673 fu istituita la Matricola, albo professionale al quale si veniva iscritti in seguito ad un esame.

A volte venivano concesse licenze anche ai ciurmatori, venditori di rimedi empirici in strada in occasione di feste o fiere.

I membri del Collegio, che stabilivano anche il prezzo delle medicine, avevano un proprio abito nero con fascia rossa, ermellino e collare. Le loro entrate derivavano dalle tasse di immatricolazione e di rilascio delle patenti, dai proventi dei giudizi, dalle multe e dal pagamento della carica da parte dei Protomedici di provincia.

Singolari sono alcuni documenti relativi agli studi di anatomia. Più volte gli aspiranti medici rivolsero infatti al papa, tramite il rettore, suppliche come questa: "Avicinandose hormai il tempo di fare l'Anatomia et non ci essendo commodità per penuria delli corpi, poiché N. S. per sua bona gratia suole concedere qualche cadavere di quelli che si giustitiano, per questo...la supplichano voglia far gratia di ordinare che li sia dato qualche cadavere". Altra curiosità, relativa al Cinquecento riguarda un docente di greco della Sapienza, tal Durando Pelosi, che, avendo pochi allievi, decise di insegnare anche medicina.

Dal 1633 al 1847 esisteva a Roma una particolare carica, il Medico del Popolo Romano che, a differenza di quanto fa pensare il suo nome, curava tutti coloro che facevano parte del governo della città.

L'assistenza al parto era affidata, ancora nel Seicento, alle mammane, praticanti che non effettuavano alcuno studio. Nel 1619 il Protomedico lamentò che molte donne, improvvisatesi levatrici, "ammazzano o stroppiano le madri o le creature". Quasi nessuna sosteneva l'esame previsto che, del resto, non era molto utile per salvare i bambini, dal momento che riguardava solo "il modo di conferire il Santo Battesimo in caso di necessità". L'ostetricia fu considerata una branca specifica della medicina solo a partire dal Settecento.

Uno dei compiti più ingrati dei medici era il servizio durante le epidemie, di peste in particolare, al termine delle quali dovevano subire un periodo di quarantena.

Le autorità pontificie puntavano spesso a curare più la salute spirituale degli infermi che quella fisica. Nel 1566 Pio V emanò una Costituzione: stabiliva che i medici chiamati alla cura degli ammalati dovevano rifiutare le cure qualora costoro non si fossero confessati nell'arco di tre giorni. Sempre con lo stesso obiettivo periodicamente i pontefici vietarono ai sudditi di chiamare medici ebrei o infedeli. Il rapporto con i medici ebrei, privilegiati comunque rispetto agli altri appartenenti alla stessa religione, fu però mutevole a seconda dei pontefici. Ci si basava anche su considerazioni utilitaristiche, come leggiamo da una lettera scritta dal Senatore di Roma: "Per quanto sia da rifiutare l'infelicità degli ebrei, fatti dal Creatore del mondo, e per quanto sia da combattere, la loro conservazione è in certo modo utile e necessaria ai cristiani, segnatamente di quelli che, essendo versati nella medicina si mostrano giovevoli ai cristiani per ricuperare l'antica loro salute". Un episodio che ha avuto una forte risonanza ai suoi tempi riguarda Innocenzo VIII che, affetto da grave malattia fu sottoposto, ad opera di un chirurgo del ghetto, ad una trasfusione con sangue prelevato da tre bambini. Il risultato fu tragico: morirono, oltre al papa, anche i tre donatori.

Nonostante l'accento fosse dalle autorità rivolto spesso più alle attività spirituali che a quelle prettamente scientifiche, Roma era comunque un centro di studi, per l'epoca, molto avanzati: fama internazionale ebbe nel Seicento il Congresso che si svolgeva settimanalmente in casa di un medico ferrarese. Le malattie sembravano allora aumentare: vi era certo una maggiore bravura dei medici nel diagnosticarle. All'epoca si pensava però anche ad una punizione divina per le accresciute colpe degli uomini.

 

Le tangenti sui farmaci ai tempi del Belli  

 

Le tangenti sui farmaci, cronaca degli ultimi tempi, sono un'amara peculiarità della nostra epoca? A curiosare nella storia si direbbe proprio di no. Almeno a Roma, all'epoca dei papi, la pratica era molto diffusa. Certo, le multinazionali farmaceutiche non esistevano ma il meccanismo, più artigianale e quasi "casalingo", derivava da un sistema di controllo che provocava frequenti contrasti fra gli speziali - antenati dei moderni farmacisti - e i medici. Le spezierie erano infatti sottoposte ad un rigido controllo annuale, stabilito per legge, da parte di un Vice-Protomedico e di un suo servitore, "di costumi onesti e di buona vita". Chi effettuava le visite riceveva però, oltre al compenso per ognuna di esse, un premio per le multe effettuate: inutile dirlo, questa norma provocava una fitta rete di "commerci" non proprio leciti. C'era però qualche farmacista più audace che, non volendo pagare né multe né tangenti, passava a vie di fatto. L'insofferenza si tramutava allora in reazione violenta. Una denuncia dell'epoca riferisce: "Havendo trovato nella spetiaria di Jacomo Antonio vicino a S. Simone un barattolo in cui era appena un'oncia di lettuario e cattivo lo rifiutò e lo spetiale, irritato, gli pestò con il barattolo il capo e il viso, producendogli quattro ferite". Chi riteneva di essere stato multato ingiustamente poteva ricorrere, è vero, al Protomedico, ma i risultati erano in genere scarsi. I medici erano protetti da particolari privilegi. Ma anche allora c'era qualche eccezione e un Di Pietro ante litteram: nel 1641 un giudice osò infatti rinchiudere in carcere il Protomedico proprio per le irregolarità nelle visite. Nel 1679 gli speziali chiesero di essere esentati dai controlli: la risposta fu negativa.

 

La satira del Belli

E' del 1832 un ironico attacco contro la pratica delle "mazzette" per evadere i controlli: "L'antr'anno er mi padrone, lo Speziale,/ ebbe dar Brodomedico l'avviso/ ch'er primo luneddì de carnevale/ vierrebbe a visitallo all'improvviso./ Allora lui, ch'è un omo puntuale/ empì du' bocce o tre d'acqua de riso,/ e a me toccò 'na bucataccia ar viso,/ a tutti li barattoli e ar mortale./ Ecco er dottore er lunedì a mattina: "Tutto in regola, già...". "Tutto, rispose/ lo Speziale, ecco qua la sua brobina"./ "Bravo! accusì me piaceno le cose!". E intanto s'acchiappò la su' cartina,/ la pesò tra le mano e l'aripose".

Per diventare speziali non veniva richiesta una particolare istruzione, era però obbligatoria una pratica al termine della quale l'aspirante doveva sostenere un esame: in linea teorica non poteva essere approvato "nessuno, per capo bottega di Speziaria, se non avrà tanta cognizione di lingua latina che basti a farle intendere le ricette", che dovevano avere la firma di un medico. Nella pratica però gli aromatari preparavano e vendevano i composti - per la cui preparazione ci si doveva servire dell'Antidotario del Collegio romano - senza i requisiti richiesti.

 

Curiose ricette di un tempo

Ma diamo un'occhiata ai farmaci dell'epoca. I manoscritti giunti sino ai nostri giorni sono particolarmente divertenti. Da alcuni fogli degli inizi del Cinquecento sappiamo ad esempio che i rimedi erano spesso somministrati sotto forma di frittelle o di altre pietanze: non era raro dunque trovare capponi infarciti...di medicinali. Molto usato era allora lo sterco di animale efficace, si credeva, per angine, polmoniti e dolori di vario genere. Ecco la terapia suggerita per l'angina: "Quando il cane magna l'osse fa il sterco bianco, piglialo fanne polvere con un cannello buttalo giù giù alla gola del paziente". Per la tigna si usava invece l'urina di pecora, per il mal di fianchi addirittura lo sterco di topo. Difficile la scelta fra il dolore e la cura! Ecco, infine la ricetta per i calcoli: "Per rompere la pietra è bono il lepre ossi e san­gue insieme ben pisti farne polvere e poi beverne per dieci giorni in uno bichiero di vin bianco la matina a digiuno". Per le malattie veneree si usava invece il "legno santo", il cui decotto poteva però essere somministrato solo a chi si fosse confessato. Chi veniva colpito dalla sifilide, male allora incurabile, era rifiutato dagli ospedali ed emarginato dalla società. Si ritrovava spesso ai bordi delle strade in attesa della morte.

 

La schiavitù nella Roma dei papi

 

  Meno di due secoli fa, a Roma, esisteva ancora la schiavitù. E' un capitolo quasi sconosciuto della storia romana, che ci viene testimoniato dalla ricca documentazione conservata nei locali dell'Archivio di Stato, a due passi da piazza Navona. Si tratta di fogli manoscritti, spesso di difficile lettura, che ci consentono di ripercorrere le principali tappe della politica pontificia e di seguire numerose storie individuali.

Nel 1548 Paolo III emanò un motuproprio. "Per publico utile et bene de tutte et singule persone habitante et esistente in quest'alma città di Roma" si consente ai privati di tenere quegli "schiavi et schiave che si comperaranno per lo advenire... senza essere impediti da persona alcuna". Il provvedimento, che non modificava nella sostanza la realtà esistente, toglieva però agli schiavi l'unica, sia pur tenue, speranza di affrancamento.

La legislazione precedente - in seguito ripristinata da Pio V - autorizzava infatti il Senato di Roma a concedere la libertà a coloro che fossero andati a chiederla in Campidoglio. L'impresa non era di facile realizzazione. Se le ore notturne rappresentavano il momento più propizio per la fuga, erano anche quelle in cui gli schiavi venivano rinchiusi nelle celle e legati con grosse catene. Non è tutto. Quand'anche lo schiavo fosse riuscito a mettere in atto una rocambolesca fuga, si trovava a dover affrontare altre difficoltà. Chi voleva ricevere la libertà, doveva infatti dimostrare di essere battezzato. Certificati, all'epoca, non ce n'erano; non restava quindi che trovare dei testimoni. Nel frattempo però i fuggitivi potevano essere arrestati e riconsegnati ai rispettivi padroni. Erano certo molto scarse, per questi poveretti, le possibilità di non essere individuati lungo la strada. Gli schiavi venivano in genere bollati sulla fronte con un ferro rovente, o comunque avevano il collare e le catene ai piedi, i capelli rasati ed un abbigliamento particolare.

Ben pochi erano quindi i 'fortunati' che riuscivano ad arrivare in Campidoglio, meta agognata per gli schiavi di tutti gli stati italiani. Cercavano di raggiungere Roma, sperando nella clemenza del papa. Le loro aspettative andavano però spesso deluse. Ce lo testimonia ad esempio la vicenda di alcuni schiavi, fuggiti da Genova intorno alla metà del Seicento. Appena giunti a Roma furono arrestati. Dalla prigione scrivevano: "Beatissimo Padre gl'Infelici Oratori ritornando à loro Padroni, da quali sono fuggiti, temono non senza Pericolo d'esser puniti severamente con fatti, e Galera per dar esempio in Genova ad altri servi schiavi a non fuggire, et di perdere la vita". Si dichiaravano disponibili, in cambio della libertà, "a restituire il prezzo à loro Padroni, con il quale sono stati comprati". Nulla da fare. Il papa ordinò "che si restituissero alli Padroni" anche se - magra consolazione! - costoro avevano "l'obbligo di non maltrattarli e di non poter vendere in Galera, sotto pena di duicento scudi".

A servirsi degli schiavi non furono però soltanto i privati. Le guerre contro i Turchi erano allora frequenti: le galere, cioè le navi della marina pontificia, avevano quindi bisogno di un gran numero di rematori. Le disumane condizioni di vita portavano alla morte molti galeotti. Dal momento che nessuno si preoccupava di alleviare le sofferenze, bisognava almeno assicurare il necessario ricambio.

Le prigioni garantivano stabilmente molti rematori: i condannati avevano però spesso un'età avanzata e cattive condizioni di salute. Per ovviare alla carenza di giovani robusti da inviare nelle galere si faceva quindi ricorso agli schiavi, che erano parte del bottino di guerra nelle vittorie riportate contro i Turchi.

Si arrivò fino alla beffa. Nel 1571 Pio V spese ben tremila scudi per organizzare una sontuosa accoglienza a Marcantonio Colonna, vincitore della storica battaglia di Lepanto. Le cronache dell'epoca riferiscono che circa duecento schiavi turchi, legati con una fune a due a due, furono fatti sfilare "vestiti di nuovo di panno rosso et giallo".

In quanto merce, gli schiavi erano anche oggetto di scambio. Un esempio di permuta risale agli ultimi anni del Cinquecento. I Cavalieri di Malta consegnarono "per ogni christiano un turco"; le autorità papali ebbero cioè, in cambio di alcuni condannati fisicamente inabili, giovani adatti al pesante compito di rematori.

Se i prigionieri di guerra non erano sufficienti, i pontefici acquistavano direttamente nuovi schiavi, oppure utilizzavano a proprio vantaggio economico il desiderio di libertà dei galeotti. Un memoriale scritto da Urbano VIII nel 1628 riferisce che vi erano allora, nelle galere pontificie, quaranta schiavi prestati al governo da alcuni privati. Come rematori funzionavano bene. Il pontefice stabilì allora una quotazione per ogni singolo, dando ordine "che si comprino per il detto prezzo oppure si restituischino alli loro padroni quando non si contentino per il detto prezzo".

Fra i documenti manoscritti che ci descrivono le tristi vicende personali di questi malcapitati, numerosi sono - nel corso del Seicento - quelli riguardanti la contrattazione fra autorità pontificie e singoli schiavi, in particolare intorno alla metà del secolo, durante il pontificato di Alessandro VII. Ecco un esempio fra i tanti. Nel 1658 un galeotto, da tredici anni "ritenuto alla catena in qualità di schiavo turco" per non essere stato in grado di dimostrare di aver ricevuto il battesimo, presenta una richiesta alle autorità pontificie. "Ci ha fatto humilmente supplicare - è scritto nel resoconto - che vogliamo fargli gratia di liberarlo consegnando alle nostre galere per il suo riscatto dui schiavi turchi e di buona sanità et attitudine al servitio". Quei poveretti, alcuni in età ormai avanzata, potevano usufruire della magnanimità del governo solo quando erano in grado di versare, nelle casse pontificie, una ingente somma in denaro o di barattare, in cambio del proprio riscatto, la libertà e la vita dei propri compagni.

Nei documenti che esaminano le posizioni dei singoli schiavi, sono sempre esplicitamente menzionate considerazioni utilitaristiche. Anziani e malati portavano "più danno che utile": un documento del 1687 esorta quindi a conceder loro "libertà e scioglimento della catena" in cambio della somma "maggiore che vi si riuscirà di farli pagare". Per gli inabili che non possedevano denaro non rimaneva che la morte o la prigione.

Ancora per tutto il corso del Settecento, nelle galere pontificie gli schiavi vennero tenuti legati e, all'occorrenza, frustati. Trascorrevano la notte sotto coperta, rinchiusi in luoghi privi di aria e luce, legati con una stanga al collo. Il vitto giornaliero consisteva in "tre libbre di pane o biscotto e una minestra al giorno di fave o di riso all'olio". Erano coperti da un abito di tela e portavano un berretto rosso.

Una drammatica realtà che perdurò, nella Roma dei papi, fino agli inizi del secolo scorso. Del resto la situazione materiale non si discostava molto, quanto alle condizioni di esistenza, da quella che, nello stesso periodo, vivevano nelle fabbriche, agli albori del moderno capitalismo, uomini, donne, e persino bambini.

 

Le elezioni nella Roma dei papi: curiosità e aneddoti dei differenti conclavi

 

Nella Roma dei secoli passati, quando la popolazione non aveva il diritto di scegliere i suoi governanti, il conclave era l'"elezione politica" per eccellenza, con cui veniva nominato il capo di uno stato relativamente vasto.

Le regole del conclave sono rimaste sostanzialmente invariate nei secoli. Ancora oggi, che il pontefice non ha più un dominio temporale, il meccanismo di elezione è più o meno quello stabilito in modo definitivo (dopo varie vicissitudini) alla fine del XIII secolo, ad eccezione di alcune modifiche apportate circa 20 anni fa, come i limiti di età e di numero dei cardinali elettori.

Spigolando qua e là nella storia, talvolta tormentata, dei differenti conclavi, ci colpiscono innanzi tutto gli intrighi e i torbidi giochi politici, ma non mancano aneddoti, storie più o meno divertenti e qualche curiosità.

 

Il "bluff"

Accompagnò, secondo quanto si racconta, l'elezione di Felice Peretti nel 1585. Il collegio dei cardinali, propenso a nominare un pontefice di transizione, facilmente addomesticabile dalla Curia, cadde infatti nel tranello dell'anziano candidato che si presentò debole, infermo, sorretto da un bastone.

Eletto con il nome di Sisto V, l'astuto vecchietto si trasformò ben presto in un papa tosto (che non la perdona "manco a Cristo"), un pontefice energico e talvolta spietato che in soli cinque anni mutò il volto della città e l'organizzazione dello Stato. Ovviamente, senza tenere in alcun conto il parere dei cardinali!

 

La leggenda

Si narra che il conclave del 1623 fu improvvisamente invaso da uno sciame d'api che si posò, formando l'immagine del triregno papale, sulla camera del cardinale Barberini, sul cui stemma di famiglia comparivano tre api. Il caso ha voluto che due giorni dopo il cardinale sia stato eletto con il nome di Urbano VIII, per la gioia dei suoi parenti che ottennero cariche e donazioni di vario tipo. Meno contenta fu invece la popolazione, tanto che l'operato del pontefice portò ad una delle più celebri pasquinate, quel gioco di parole in latino che accomunava barbari e Barberini.

 

Gli scontri politici

Nei secoli passati la morte di un pontefice creava spesso un vuoto di potere che scatenava aspre contese fra diversi stati per condurre al soglio pontificio il proprio candidato.

I mezzi utilizzati dalle opposte fazioni per influenzare l'elezione non sempre erano pacifici. Nell'autunno del 1590 ad esempio circolò la voce che alcune centinaia di banditi, appoggiati dagli spagnoli, si preparavano ad entrare nella città per ricattare il collegio dei cardinali. I contrasti politici e la carestia rendevano la situazione politica particolarmente difficile. Gli spagnoli utilizzarono la circostanza promettendo, in cambio dell'elezione del proprio candidato, l'approvvigionamento della città. Conclusione della storia, i fuorilegge non riuscirono ad entrare a Roma ma l'eletto, Gregorio XIV, era uno dei candidati favoriti degli spagnoli.

Duri scontri politici si verificarono invece al conclave del 1769 fra fautori e contrari dei gesuiti. Molti stati europei li avevano espulsi perché i sovrani riformatori li accusavano di rappresentare, con la loro ricchezza ed il monopolio nell'istruzione, un baluardo della resistenza ecclesiastica contro i mutamenti sociali e culturali. Nonostante la clausura, l'imperatore d'Austria Giuseppe II riuscì ad entrare nel conclave e a conversare con i cardinali. L'eletto, Clemente XIV, cedendo ai voleri dei sovrani, nel 1773 dopo alcuni tentennamenti soppresse la Compagnia di Gesù.

L'intrigo fu dunque all'ordine del giorno nell'elezione di numerosi pontefici. La carica era ovviamente molto ambita, e qualcuno si dimostrava disposto a tutto pur di ottenerla. Sembra che molti papi siano morti avvelenati, altri invece si ritiene abbiano sborsato cospicue tangenti per essere eletti, come ad esempio Giulio II, il pontefice guerriero che combatté aspramente i francesi.

Ma i "traffici loschi" erano anche di altro tipo...

 

Gli intrighi amorosi

Lingue taglienti raccontano che Paolo III Farnese sia divenuto prima cardinale, e poi pontefice, grazie all'intervento della sorella Giulia, concubina di Alessandro VI, un suo predecessore.

Non c'è da stupirsi, visto che "scandali" di questo tipo erano pane quotidiano alla corte papale. Nel 1774 l'abate fiorentino Gaetano Sertor, nel suo Dramma del Conclave ironizzò sulla sofferenza dei cardinali che, nei 133 giorni di clausura del lungo e complesso conclave, non resistevano alla forzata lontananza dai loro amori, uomini o donne a seconda dei gusti. Viene addirittura riferita la fuga di un cardinale cui era giunta la notizia che la sua amante fosse in fin di vita.

Sono invece Pasquino e Marforio, le celebri statue parlanti, a prendere la parola durante il conclave seguito alla morte di Pio VI. Tra i candidati vi era il cardinal Caprara, che le due lingue pestifere ironicamente definiscono devoto perché "ogni momento bacia la Santa Croce", riferendosi alla voce che indicava l'uomo come amante della principessa Santacroce.

 

La magia

Quando gli intrighi terreni non davano i risultati sperati c'era qualcuno che non si scoraggiava. Siamo nel Seicento: Giacinto Centini, nipote di un cardinale, è accusato di aver tentato di provocare la morte di Urbano VIII per far eleggere al soglio pontificio lo zio. Certo, visti i notevoli vantaggi riservati all'epoca ai nipoti dei pontefici viene quasi la tentazione di credere "a scatola chiusa" ad una giustizia non certo esente da "montature" come quella papale.

L'uomo, secondo l'accusa, si era cimentato nell'impresa insieme ad alcuni frati dediti a pratiche magiche infierendo su una statua in cera, appositamente costruita, che rappresentava il papa. Ovviamente i congiurati non ottennero alcun risultato. Alla lettura della sentenza, nella chiesa di San Pietro, si verificarono pesanti incidenti: "Furno malamente feriti alcuni sbirri di maniera che uno ne morì". Il nipote del cardinale fu decapitato in Campo de' Fiori, due frati impiccati.

 

La satira

Pasquino, sempre molto loquace in tempo di "elezioni", fu particolarmente pungente nel corso del conclave del 1521-1522.

I versi, anonimi ma attribuibili a Pietro l'Aretino, lanciano questa violenta invettiva:

Non ti maravigliar, Roma, se tanto / s'indugia a far del papa la elezione, / perché fra' cardinai Pier con ragione / non truova chi sie degno del suo manto. / La cagion è che sempre ha moglie accanto / questo, e quel volentier tocca il garzone, / l'altro a mensa dispùta d'un boccone / e quel d'inghiottir pesche si dà vanto. / Uno è falsario, l'altro è adulatore, / e questo è ladro e pieno di eresia, / e chi di Giuda è assai più traditore. / Chi è di Spagna e chi di Francia spia, / e chi ben mille volte a tutte l'ore / Dio venderebbe per far simonia. / Sicché truovisi via / di far un buon pastore fuor di conclavi, / che di San Pietro riscuota la chiavi, e questi uomini pravi, / che la Chiesa di Dio stiman sì poco, / al ciel per cortesia sbalzi col fuoco.

 Insomma, non c'era che l'imbarazzo della scelta! Alla fine l'elezione di uno straniero, Adriaan Florenz, col nome di Adriano VI, provocò una violenta contestazione popolare e i cardinali, all'uscita del conclave, furono accolti a suon di fischi e sassi.

Ma la satira giunse veramente al culmine con la restaurazione del potere pontificio dopo la repubblica giacobina del 1799 quando Pasquino arrivò ad affermare: "Il conclave in conclusione, è la pesca di un coglione". L'eletto fu Leone XII.

 

Per saperne di più

RENDINA, Claudio, Il papa. Sacro e profano, Roma 1995.

RENDINA, Claudio, Pasquino, statua parlante, Roma 1991.

ZIZOLA, Giancarlo, Il conclave, Roma 1993.

 

La Casa dei Catecumeni

La Chiesa di Santa Maria ai Monti, lungo l'attuale Via de' Serpenti, ci ricorda una tragica espressione dell'intolleranza religiosa della Roma dei secoli passati. Nell'edificio della chiesa si trovava infatti la Casa dei Catecumeni, fondata dai Gesuiti, adibita alla conversione, anche coatta, di quegli ebrei che si riteneva potessero essere ricondotti sulla retta via.
Ricordiamo un episodio. Nel 1749 gli sbirri fecero irruzione, nel Ghetto, nell'abitazione della famiglia Del Monte, sequestrarono la giovane Anna e la rinchiusero, in isolamento, in una piccola cella della Casa adibita alle conversioni. Minacce e pressioni psicologiche non riuscirono però ad indurre la ragazza ad abbandonare la sua religione: dopo dodici giorni di inutili tentativi ad Anna è permesso di tornare a casa, dove è festosamente accolta dalla sua comunità.
La vicenda aveva avuto origine dalla denuncia di un ebreo convertito, che aveva inventato, per vendetta, una falsa storia, dopo aver invano tentato di imparentarsi con la ricca famiglia dei Del Monte.
Una triste vicenda simile a tante altre, spesso senza "lieto fine".

La reclusione dei poveri nel Palazzo del Laterano

Fu Sisto V, alla fine del Cinquecento, a tentare di rinchiudere i poveri in apposite strutture. L'ospizio di San Sisto risultò però un fallimento: rimase pressoché vuoto mentre Roma continuò ad essere invasa dai mendicanti.
La politica che mirava ad organizzare l'assistenza ai poveri tramite la reclusione proseguì comunque per tutto secolo successivo. Il principale fautore fu Innocenzo XII: nel 1692 fece aprire l'Ospizio apostolico in San Giovanni in Laterano, che doveva riunire i precedenti istituti sparsi per la città.
L'organizzazione dell'ospizio fu molto curata e pubblicizzata. Il 30 novembre 1692 "si fece la processione delle povere donne da racchiudersi nel nuovo Ospedale Lateranense, quali furono 340 et il giorno avanti si lavarono tutte nel lavatoio de' Pellegrini", dove ricevettero vestiti nuovi. Le reazioni furono contrastanti. Mentre le autorità dipingevano un quadro idilliaco, ma poco realistico, del funzionamento dell'istituto dove i reclusi, che si riteneva giusto abituare ad una vita di stenti, accettavano "la sottomissione a' loro superiori" ed erano aiutati a vivere "da buoni cristiani" (il rispetto dei sacramenti era condizione necessaria per l'assistenza), i diretti interessati erano tutt'altro che entusuasti. Una cronaca del 1693 ci dice che "più di trecento poveri mancano dall'hospitio, la magior parte fugiti". Per Roma sfilarono persino cortei contro il provvedimento. I mendicanti non accettavano la reclusione in ospizi molto simili a carceri. Il Seicento si stava chiudendo: i reati contro il patrimonio non erano diminuiti, "non ostante siino stati rinchiusi li birbanti nell'accennato ospitio", esiliati 3.000 vagabondi ed inviati nelle galere 400 ladri. La politica della grande reclusione era definitivamente fallita.

Il Palazzo della Scimmia in via dei Portoghesi

Non c'è forse angolo della vecchia Roma sul quale non siano stati tramandati, di generazione in generazione, curiosi aneddoti o leggende. Spesso però, nella fretta quotidiana, neanche facciamo caso a ciò che si trova un po' più in alto del nostro naso.
In Via dei Portoghesi 18 ad esempio, in cima alla torre dei Frangipane, sul palazzo un tempo popolarmente chiamato della Scimmia, si staglia una statua della Madonna sulla cui origine ci è giunta una curiosa leggenda. A parlarcene sono gli scrittori di "cose romane", ma anche chi oggi vive o lavora nel palazzo, come il cesellatore che da anni ha la sua bottega nel cortile interno. Si racconta che, un tempo, i ricchi abitanti del palazzo possedessero una scimmia. Un giorno l'animale, incline come è noto ad imitare i gesti altrui, approfittando della distrazione dei proprietari, portò la loro bambina di pochi mesi in cima alla torre cimentandosi, in quella pericolosa ed instabile posizione, nelle operazioni di fasciatura. I genitori, terrorizzati, rimasero immobili, temendo che qualsiasi intervento, spaventando la scimmia, avrebbe provocato una tragedia. Non riuscendo ad intravedere soluzioni "terrene", si rivolsero alla preghiera. Qualora la bambina fosse uscita incolume da quel pericoloso passatempo, avrebbero eretto in quell'angolo una statua alla Madonna con un lume perennemente acceso.
Forse la leggendaria scimmia non è mai esistita, ma la statua ed il lume sono ancora lì, in cima alla torre, in una collocazione certamente insolita.

Giordano Bruno

Era l'alba del 17 febbraio del 1600 quando un "eretico impenitente" fu bruciato vivo in Campo de' Fiori. Un evento normale per la Roma dell'epoca, dove numerose erano le vittime dell'intolleranza religiosa. Ma il condannato, Giordano Bruno, non era uno qualunque: oggi, dopo circa quattro secoli, il fatto continua a far discutere.
Originario di Nola, nei pressi di Napoli, il giovane frate era stato costretto a fuggire perché le sue convinzioni lo avevano posto in stridente contrasto con le autorità religiose. Gli veniva contestata, tra l'altro, l'adesione alle teorie copernicane. La disputa non era limitata all'astronomia: mettere in discussione il sistema tolemaico negando che la terra si trovi, immobile, al centro dell'universo, significava sovvertire l'interpretazione stessa del mondo. Un'eresia intollerabile.
Giordano Bruno era riuscito a trovare in giro per l'Europa un po' di tranquillità quando un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, dopo averlo invitato nella sua città, lo denunciò all'Inquisizione. Era il 1592, l'inizio del calvario: le autorità pontificie ottennero l'estradizione e l'ex-frate fu condotto nelle prigioni romane.
Gli atti del processo, che andò per le lunghe e vide la mobilitazione dei più insigni teologi, sono ora raccolti in un libro appena pubblicato di L. Firpo... Tutti i tentativi per convincere l'eretico risultarono vani: "ostinato ed impenitente" fu consegnato dall'Inquisizione al braccio secolare della giustizia, il Tribunale del governatore di Roma. "Maggior timore provate voi nel pronunziar la sentenza contro di me, che non io nel riceverla": queste le parole con cui Giordano Bruno si rivolse ai giudici al termine del processo. La sentenza colpì anche le sue opere: i libri dovevano essere "pubblicamente guasti ed abbrugiati nella piazza di S. Pietro, e posti nell'Indice dei libri proibiti". Fino all'ultimo, lungo il percorso verso il patibolo, tentarono di convincere il filosofo "allassare la sua ostinatione". Nulla da fare. Legato nudo ad un palo fu bruciato vivo. Dalla sua bocca non uscirono lamenti: la morte, aveva precedentemente affermato, è senz'altro preferibile alla menzogna.

Le liste degli scomunicati all'Isola Tiberina

Era una giornata particolare quella del 27 agosto nella Roma dei papi. Ogni anno infatti, sulla colonna posta davanti all'ingresso della chiesa di San Bartolomeo all'Isola Tiberina compariva un cartellone con un elenco di nomi: si trattava della lista degli scomunicati, quei romani che non avevano rispettato l'obbligo di confessarsi e comunicarsi in occasione della Pasqua.
A certificare l'adempimento del precetto pasquale i parroci rilasciavano un biglietto: ma il "bijetto se crompra e sse venne", scriveva nel 1834 il Belli che, con la sua pungente satira, denunciava quella che riteneva un'ingiustizia. "Nun prenno pasqua: ebbè? scummunicato/ ho ppiù ffed'io, che un Giuda che la prenne": all'epoca però le autorità erano di diverso avviso. Nella pratica si ritrovava dunque schedato non tanto chi non aveva rispettato il precetto pasquale, quanto coloro che non disponevano di "un scudo da rigalà ni ar sagrestano pe' ffasse procurà un vijetto, ni a quelli bbizzocchi farzi che ppijaveno Pasqua pe' lloro", come ci ricorda, con la sua consueta vivacità, Giggi Zanazzo, noto scrittore di cose romane.
I trasgressori, oltre a commettere un peccato mortale, incorrevano "ipso facto nella pena dell'Interdetto, cioè in vita li sarà proibito entrare in chiesa e morendo saranno privi della sepoltura ecclesiastica". Gli scomunicati, per tornare in grazia di Dio, dovevano partecipare ad una funzione nella quale, tra l'altro, ricevevano in pubblico alcuni colpi di verga sulle spalle nude.
C'è di più. A non rispettare alcuni obblighi religiosi si rischiavano infatti a quei tempi pene corporali e si finiva persino in prigione. I controlli erano particolarmente rigidi. Viene quindi spontaneo pensare che molti romani siano stati ligi alle regole più per evitare le conseguenze repressive che per reale convinzione.
Qualcuno non si lasciava intimorire: il celebre artista Meo Pinelli finì ad esempio nell'elenco dell'isola Tiberina. Non ne fu contrariato: sembra però che non riuscise proprio a digerire il fatto di essere stato qualificato come pittore anziché come incisore!
Per controllare che tutti i cittadini adulti e battezzati celebrassero la Pasqua i parroci ogni anno si recavano personalmente in case, osterie e locande per compilare quelle liste dal nome curioso, gli Stati delle anime, che sono una sorta di censimenti ante litteram, fonte preziosa per conoscere il numero e la composizione degli abitanti della Roma pontificia.
La colonna dove veniva appeso il cartellone ora non c'è più: fu rimossa infatti nel 1867, dopo essersi spezzata in seguito al violento urto di un carro.

 

 

Bevagna, un salto nel Medioevo

A capitare per caso in questi giorni a Bevagna, piccolo centro umbro vicino Foligno, c'è da rischiare di sentirsi come Benigni e Troisi nel film Non ci resta che piangere. Catapultati indietro di alcune centinaia di anni. L'ignaro visitatore si troverà infatti circondato da bambini e anziani, nobili e popolani, magistrati e artigiani in abbigliamento medievale, intenti a svolgere attività e mestieri da tempo scomparsi. Nonostante le difficoltà provocate dal terremoto che ha colpito la zona, anche quest'anno il Mercato delle Gaite propone, dal 19 al 28 giugno, la riscoperta della vita economica, sociale e politica dei secoli scorsi trasformando l'intero paese, la cui struttura urbanistica è rimasta invariata nel tempo, in una sorta di originale museo vivente, di enorme e sorprendente palcoscenico che renderà molto labili i confini tra realtà e finzione. Nelle quattro "gaite", i quartieri in cui era suddivisa la cittadina umbra in epoca medievale, si potranno conoscere antiche tecniche di lavorazione, materiali e utensili ormai desueti. I ripetitivi rumori di vecchi strumenti richiameranno l'attenzione verso le caratteristiche botteghe artigiane, fedelmente ricostruite, in cui sarà possibile assistere alla fabbricazione manuale di un foglio di carta, di una candela in cera o di un vaso in argilla, alla lavorazione di canapa, lana, pelli, vetro e ferro battuto. Ricca di suggestioni è anche la visita nella bottega dello speziale, colma di vasi, mortai e alambicchi. E poi, ancora, un corso internazionale di musica medievale, gare gastronomiche e di tiro con l'arco. Per fermare la fame, durante il giorno ci attenderanno invitanti focacce appena uscite dal forno, mentre gli amanti dei sapori dimenticati troveranno, nelle taverne del paese, specialità tratte da antichi ricettari. Il vero e proprio banchetto medievale, a base di "zucche de caso et zafrano", "fungi de monte", "crestine de frutti" ed altro, si svolgerà, su prenotazione, lunedì 21, allietato dalle esibizioni di musici e danzatori. In conclusione (sabato 27 e domenica 28), la riproposizione dell'antico mercato, spettacolare esplosione di colori, profumi e suoni antichi, animerà le strade e i vicoli di Bevagna. Per informazioni: Associazione Mercato delle Gaite, tel. 0742/361847 oppure, su Internet: www.tecnonet.it/bevagna.