Banditi e società. Lo Stato pontificio agli inizi del Seicento

 

1. Il problema e la storiografia

L'analisi dei fenomeni di opposizione collettiva e violenta alla legge nella prima età moderna è stata solo negli ultimi decenni al centro dell'interesse storiografico, nel quadro di quel processo di rinnovamento che ha condotto gli studiosi, tra l'altro, ad ampliare positivamente i propri campi di indagine. I notevoli progressi della storia sociale, lo sviluppo della storia criminale (1) hanno fornito preziosi elementi per una comprensione del modo di vita e della cultura delle popolazioni urbane e rurali, nonché dei loro rapporti con le autorità statali. A tutt'oggi però la mancanza di studi organici su numerose situazioni specifiche pone ancora in primo piano la necessità di proseguire l'indagine non soltanto nel tentativo di approfondire i temi ed i problemi generali, ma anche nella direzione di una ricostruzione degli avvenimenti e delle concrete manifestazioni di tali fenomeni. E proprio nel tentativo di approfondire tale ricostruzione, questo contributo sarà limitato ad alcuni aspetti di un fenomeno e di una situazione specifica, il banditismo nello Stato della Chiesa nei primi decenni del Seicento, come prima sintesi di uno studio che si propone di approfondire la ricerca sulla storia del crimine e della giustizia criminale nei domini pontifici del XVII secolo, nelle sue manifestazioni urbane, oltre che in quelle tipicamente rurali.
E' evidente che la peculiare uniformità (sia pure solo fenomenica) del banditismo in differenti periodi e luoghi - sottolineata da tempo da E. J. Hobsbawm (2) - rende ripetitivo ed ovvio ogni studio che si limiti ad una mera ricostruzione delle azioni o delle figure "tipiche" di banditi in una determinata epoca: più interessante risulta invece ancora oggi una analisi problematica dell'atteggiamento che i vari settori sociali ebbero nei confronti dei fuorilegge e della risposta che le classi dominanti diedero, nel XVII secolo, a coloro che si posero fuori e contro la società "legale".
Per gli inizi del Seicento mancano totalmente studi riguardanti il banditismo nello Stato della Chiesa, dal momento che solo recentemente la storiografia ha posto in dubbio l'affermazione, precedentemente condivisa dalla totalità degli studiosi, che riteneva che il banditismo, esploso in modo dirompente negli ultimi decenni del Cinquecento, debba considerarsi esaurito alla fine del secolo, o comunque che, se esso fu in qualche modo presente anche nel Seicento, assunse una forma endemica e, quindi, non rilevante per l'indagine storiografica.
Una più approfondita analisi delle, pur lacunose, fonti archivistiche sull'argomento smentisce tale affermazione. Certamente è vero che i primi decenni del secolo XVII non videro agire, nello Stato della Chiesa, banditi paragonabili a Marco Sciarra o ad Alfonso Piccolomini, cioè fuorilegge la cui figura è stata tramandata nel tempo, avvolta da quell'alone leggendario corrispondente più che alla reale vita degli uomini descritti al simbolo di giustizia che essi rappresentavano per la popolazione povera. Non per questo però si può affermare che il banditismo, nello Stato pontificio, sia scomparso alla fine del Cinquecento. Sicuramente vi fu una notevole riduzione del numero di fuorusciti operanti nel territorio dello Stato ma, nonostante tale diminuzione - le cui cause immediate possono essere ricercate nell'arruolamento di fuorilegge per la guerra d'Ungheria e la conquista di Ferrara, nella, seppur temporanea, efficacia degli strumenti usati nella repressione del fenomeno e nell'attenuarsi, per alcuni anni, delle carestie che avevano pesantemente colpito la popolazione negli ultimi anni del XVI secolo - il banditismo fu, ancora nei primi decenni del Seicento, significativamente rilevante dal punto di vista quantitativo e, quanto all'aspetto qualitativo assunse, nonostante le sue multiformi e spesso contraddittorie caratteristiche, i caratteri di quel fenomeno che comunemente viene definito banditismo sociale. Ci riferiamo in particolare alla provenienza sociale del bandito e al diffuso appoggio che i settori poveri della società fornirono ai fuorilegge.
Per questi motivi riteniamo che, anche nel Seicento, in uno studio dello Stato pontificio, ed in particolare in una ricerca sulle classi ed i conflitti sociali, l'analisi del banditismo assuma un ruolo importante e sicuramente non trascurabile.
Allora, le ragioni del silenzio degli storici vanno ricercate altrove. Innanzi tutto forse in quella tendenza, egemone nella storiografia fino a tempi relativamente recenti (ed in essa si inseriscono quelle classiche e monumentali opere sullo Stato della Chiesa, a tutt'oggi punti di riferimento obbligati della storiografia dei domini pontifici), che ha portato ad una liquidazione, fra i fatti privi di interesse storico, dei movimenti e delle proteste popolari della prima età moderna. Tendenza che ha condotto a studiare soltanto, o prevalentemente, quei fenomeni di protesta - quali il banditismo degli ultimi decenni del Cinquecento - che videro una vasta partecipazione dei signori feudali. Proprio a causa di tale visione - che tende a interpretare le rivolte del XVI e XVII secolo in chiave di contrasti fra nobiltà e Stato, descrivendole come movimenti in difesa di quei consolidati privilegi feudali che si presume siano stati incrinati dal progredire del processo di accentramento e di assolutizzazione - è stata sopravvalutata la partecipazione dei nobili a movimenti che, nella sostanza, furono invece popolari e contadini. (3)
In tempi più recenti, la storiografia ha mostrato interesse per una indagine maggiormente accurata sia del banditismo della fine del Cinquecento sia delle rivoluzioni e dei movimenti popolari della prima metà del XVII secolo. Nonostante ciò, manca del tutto una ricostruzione del fenomeno del banditismo nello Stato pontificio del Seicento, ed una sua interpretazione in rapporto alla struttura sociale nel quale esso si è manifestato. (4) Se dunque riteniamo importante tentare di colmare questa assenza, una precisazione ci sembra però doverosa. La parzialità della limitazione temporale di questa prima ricerca (che cronologicamente abbraccia i primi due decenni del XVII secolo) appare evidente. Una completa comprensione del fenomeno, delle sue caratteristiche permanenti e delle sue modificazioni, può infatti discendere solo da una indagine che si occupi di un arco di tempo più vasto, "mediamente lungo", che abbracci cioè l'intero Seicento, e si soffermi ad analizzare anche le altre forme di criminalità, urbana e rurale. Viceversa, la brevità del periodo studiato dalla presente ricerca potrebbe rischiare di non far comprendere le peculiarità del fenomeno, e di farlo apparire esclusivamente come un residuo ed uno strascico di ciò che avvenne nel secolo precedente.
Nonostante tale limite però, ci è sembrato comunque importante sintetizzare i risultati della ricerca relativi ai primi decenni del XVII secolo, perché da essi emerge il quadro di un fenomeno sicuramente molto più rilevante di quanto finora la storiografia non abbia sottolineato, e degno comunque anche di una trattazione autonoma. Se è vero infatti che il banditismo del Seicento fu per numerosi aspetti analogo a quello del secolo precedente, è anche vero che se ne differenziò per alcune caratteristiche determinanti.
La principale differenza fra il banditismo del Cinquecento e quello del secolo successivo è rintracciabile proprio nella composizione dei partecipatiti al fenomeno. Seppure con obiettivi diversi, questo aspetto fu sottolineato già da J. Delumeau, il quale affermò che il banditismo, "dans la mésure où il survécut" anche nel Seicento, divenne "surtout le fait de petites gens, et par là méme, somme tonte, moins dangereux; car il ne bénéficia plus des appuis qu'il avait eus auparavant jusque chez les princes et les cardinaux". (5)
Nei primi decenni del Seicento quindi il banditismo fu un fenomeno che coinvolse quasi esclusivamente i settori più poveri del mondo rurale. La vasta ed attiva partecipazione dei signori feudali che, pur se non va sopravvalutata, fu sicuramente una caratteristica del banditismo della seconda metà del Cinquecento, era venuta meno alla fine del secolo. Riacquistate le posizioni precedentemente perdute - in quel processo che generalmente viene chiamato di rifeudalizzazione e che, più recentemente, è stato definito come "processo di aristocratizzazione legato ad un nuovo sviluppo della proprietà terriera" (6) - la nobiltà, come classe sociale, non aveva più motivazioni sufficienti per passare attivamente dalla parte dei ribelli e porsi alla loro guida. E' noto comunque che, pur se la nobiltà nel suo complesso, come classe, non aveva perso potere e prestigio, né il governo papale adottò mai una costante ed incisiva politica antisignorile, (7) molte famiglie nobili si trovarono in una situazione di estrema difficoltà finanziaria, mentre emersero nuove famiglie il cui successo aveva, tra le sue cause principali, la politica del nepotismo. In questo contesto il ribellismo di alcuni signori feudali va ricercato più nelle vicende e nelle vicissitudini dei singoli e delle famiglie che non in una analisi generale della posizione nella società della classe cui appartenevano.
Pur se la transizione dal feudalesimo al capitalismo avvenne in un arco di tempo molto ampio, e fu un complesso processo che marciò tra flussi e riflussi, già nel Seicento si possono individuare alcuni paesi (come l'Inghilterra) in cui venivano poste le prime basi perché la forma economica capitalistica si avviasse a divenire progressivamente dominante nelle relazioni economico-sociali: lo Stato della Chiesa permaneva invece in una situazione di ristagno economico e di arretratezza politica. In questa situazione il banditismo (tipica espressione di protesta rurale delle società pre-capitalistiche) riacquistò la sua vera impronta popolare: ad esso non parteciparono "uomini di spicco", e perse quindi l'attenzione degli storici, che solo negli ultimi decenni -rivalutando la "quotidianità" e rifiutando una ricostruzione meramente "evenemenziale" - si sono interessati alla vita di quei milioni di uomini e donne che dopo la loro morte lasciano ben poche tracce si sé. E infatti, per i banditi del Seicento, le principali (quasi uniche) tracce che ci sono giunte sono reperibili negli atti della burocrazia dell'epoca, in genere solo nei verbali degli interrogatori del Tribunale del governatore durante i quali -spesso nel corso delle terribili torture cui venivano sottoposti - i fuorilegge ricostruiscono la propria vita e le proprie azioni.
Questa ricerca vuole essere un tentativo di analisi comparata delle manifestazioni e caratteristiche del banditismo agli inizi del '600 e dell'immagine e dell'atteggiamento che i vari settori sociali (ed in particolare le classi dominanti e le popolazioni, urbane e rurali) avevano dei fuorilegge. E' chiaro però, come più volte è stato sottolineato negli studi di storia sociale, che la ricerca è limitata dal fatto che le fonti utilizzabili sull'argomento ed i documenti esistenti sono tutti prodotti in ambienti estranei a quelli del bandito. I banditi infatti non hanno scritto una loro storia, non hanno spiegato le motivazioni delle loro azioni, così come non ci hanno lasciato alcun documento quelle popolazioni contadine, quel mondo rurale al quale i banditi sono collegati, e dal quale vengono talvolta considerati eroi, simboli di giustizia. Il mito del bandito si tramanda tra il popolo, di generazione in generazione, tramite quella comunicazione orale che entro alcuni decenni si affievolisce, fino a svanire. Le fonti utilizzabili per uno studio del banditismo sono quindi solo quelle prodotte dalle istituzioni statali le quali, considerando il banditismo esclusivamente come problema di ordine pubblico, fenomeno da reprimere, non possono darci un quadro esauriente delle sue reali caratteristiche e delle cause che lo generano. E' vero che nei processi contro i banditi, celebrati dal Tribunale del governatore, sono raccolte testimonianze, interrogatori che possono evidenziare numerosi tratti del modo di vita dei poveri e della cultura popolare contadina. Ma è anche vero che ci si trova a dover rispondere alle domande di una istituzione giudicante: l'appoggio delle classi rurali ai banditi, lo stretto legame fra fuorilegge e mondo contadino, pur evidente, non potrà mai emergere fino in fondo, così come rimarranno nell'ombra tante altre caratteristiche del banditismo, che pure sarebbe interessante conoscere per analizzare a fondo il problema. La "verità processuale" non può ricostruire un fenomeno sociale che riguarda un mondo oppresso e sfruttato perché una classe al potere, tesa a perpetuare lo status quo per difendere la sua posizione, si serve della giustizia come instrumentum regni ed esprime, nella legislazione come nei processi, i suoi valori, la sua cultura, così lontani da quelli delle classi più povere. E proprio perché negli archivi giudiziari non troviamo la storia della criminalità, ma solo quella della giustizia criminale, è impossibile condurre una compiuta analisi seriale/quantitativa del banditismo. (8) Ma i limiti delle fonti disponibili, ed in particolare degli atti del Tribunale del governatore, sono dovuti anche alla incompletezza dei documenti: tale frammentarietà sembra sia generata soprattutto dalle procedure stesse del Tribunale, che spesso non arrivava neanche alla conclusione dei processi.

2. La società e i banditi

1. La risposta delle istituzioni

Le classi al potere considerarono il banditismo esclusivamente sotto l'aspetto punitivo e, quindi, della politica penale e della repressione militare. Del resto, agli stessi teorici politici fu estraneo il tentativo di ricercare le origini e le cause del fenomeno, di indagare quel complesso di fattori - dal peggioramento delle condizioni materiali di vita dei settori poveri al mutamento dell'organizzazione sociale delle campagne - che aumentavano il malcontento della popolazione. Essi si limitarono a suggerire quelli che, a loro avviso, erano i migliori rimedi, dal punto di vista repressivo, per eliminare il fenomeno. (9)
Nella prima metà del Seicento, il banditismo fu ancora il fenomeno che maggiormente preoccupò il governo papale, anche se oggi per noi è evidente che non vi erano allora nello Stato della Chiesa le condizioni oggettive (né quelle soggettive, cioè la coscienza di classe) perché i settori poveri e oppressi della popolazione potessero incidere realmente e mettere in pericolo la stabilità stessa del sistema. Ma, seppure non politicizzato, certamente non rivoluzionario, privo persino di un programma di rivendicazioni immediate (e, dunque, facilmente disgregabile con la forza militare), il banditismo rappresentava una forza organizzata fuori della legalità: per questo, i pontefici tentarono con ogni mezzo di annientarlo.

1.1. L'uso dei reati politici e la "apoliticità" del banditismo

Un primo elemento da sottolineare nella risposta data dalle istituzioni papali al banditismo è relativo all'utilizzo dei reati politici per colpire un fenomeno che, nel suo complesso, non si configurò come un movimento politico cosciente. La legislazione degli inizi del Seicento, dichiarando i banditi "ipso facto ribelli, e rei di lesa Maestà" (10) equiparava ogni infrazione violenta della legge, soltanto perché collettiva, ad una ribellione politica organizzata contro il potere politico. Nello Stato pontificio quindi il reato politico, ed in particolare il crimen lesae maiestatis, cogliendo l' occasione della lotta al banditismo, diviene uno strumento più generale di cui le classi dominanti iniziano a servirsi per reprimere ogni disobbedienza", conservare il proprio dominio politico e perpetuare così la sottomissione delle popolazioni. Per questo il reato di lesa maestà arriva a coprire "aree sempre maggiori di comportamenti criminosi comuni nei quali si cerca minuziosamente un "minimo politico", che inevitabilmente essi contengono,onde farne argomento della loro intera "politicità". (11) L'accusa di lesa maestà tende dunque a diventare il corollario di ogni altra accusa, perché - se il processo è alle intenzioni - è ovvio che "ogni infrazione dell'ordine, ogni violazione della legge contiene in sé quel tanto di "sfida allo Stato" che può essere visto come un affronto al sovrano". (12)
Ed anche se fra i giuristi non vi era unanimità circa l'applicazione nei confronti dei banditi del reato di lesa maestà, le motivazioni del disaccordo erano sempre di natura "tecnica" e non riguardavano le radici del problema. Si discuteva infatti se i fuorusciti, in quanto colpiti dal bando, potessero mettere in atto il reato, perché, non dovendo più essere considerati sudditi di quel sovrano, non dovevano neanche essere soggetti alla sua giurisdizione.
Si rende allora necessaria una precisazione sul significato e sull'uso del termine bandito (che riteniamo più appropriato, per descrivere la realtà degli inizi del Seicento, rispetto a quello di brigante): (13) mentre infatti tecnicamente con il termine bandito si definiva, negli Stati del Cinque e Seicento, soltanto colui che, in seguito ad un reato commesso, veniva colpito dal bando, comunemente il termine viene utilizzato (ed anche nel nostro lavoro è usato in tal senso), in una accezione più ampia, che comprende anche i latrones, i grassatori, ecc. pur se non colpiti dal bando.
Come abbiamo visto dunque, le autorità papali utilizzarono il reato politico contro un fenomeno a cui mancò un, seppur vago, orientamento politico. I banditi dei primi decenni del Seicento, come si è detto, erano accomunati dall'appartenenza ai settori più miseri del mondo rurale: la loro ribellione violenta però, a differenza di quanto accadde in altri paesi nella prima metà del XVII secolo, fu priva persino di obiettivi o rivendicazioni immediate. Per questo il fenomeno, nella sua peculiarità, rimase l'espressione dell'arretratezza economico politico sociale dello Stato ecclesiastico dell'epoca. E' interessante notare come -nello Stato della Chiesa come in altri Stati di Antico Regime - si ebbe un processo inverso a quello che si verificherà in numerosi paesi in tempi più recenti quando le autorità, anziché considerare "politici" alcuni comportamenti soltanto perché collettivi, viceversa tenteranno di equiparare tutte le azioni politiche commesse fuori della legalità a crimini comuni.
In relazione al reato di lesa maestà va ancora detto però che la prassi concretamente adottata dalle autorità papali nel XVI e XVII secolo non corrispose ai principi stabiliti dalla legislazione: nei processi celebrati dal Tribunale del governatore infatti tale crimen viene contestato solo in rari casi. Fra questi, quelli di Alfonso Piccolomini e di pochi altri capi banditi celebri, a conferma del compito di "esemplarità" che il governo papale assegnava alla pena. (14) La mancanza di una diffusa applicazione del reato di lesa maestà induce a pensare che le classi dominanti intendessero servirsi di questo strumento come monito, come minaccia nei confronti dei fuorilegge e di tutto il mondo rurale: infatti, la sua previsione nella legislazione - seppure la sua applicazione non fu frequente - faceva sì che esso potesse essere in qualsiasi momento contestato dai giudici agli imputati.
In genere quindi i fuorilegge venivano giudicati e condannati per i reati che, presumibilmente, avevano commesso. E solo per i reati specifici, dal momento che agli inizi del Seicento, nello Stato pontificio come negli altri Stati dell'epoca, la dottrina non prevedeva la criminalizzazione di fattispecie analoghe a quella che oggi, negli Stati contemporanei, viene definita "banda armata". Mancava totalmente cioè la previsione dei reati associativi: ovvero, l'unirsi in gruppi al fine di commettere azioni catalogate come reati non era allora, di per sé, un crimine, quando non si commettevano anche azioni specifiche. (15) Certo, tale specificazione può sembrare meramente astratta e priva di influenza nella pratica, in un sistema in cui era prevista la pena di morte anche per reati non gravi ed in cui i processi venivano istruiti su un castello accusatorio spesso del tutto privo di elementi probatori (fondato su ipotesi, convinzioni di giudici e testimoni), ma è sicuramente utile per comprendere la politica del governo papale nei confronti del banditismo.

1.2. La criminalizzazione del mondo rurale

Il provvedimento legislativo del 25 aprile 1608 è estremamente severo e ferocemente repressivo anche nei confronti di tutti coloro che, in qualsiasi modo, abbiano favorito un bandito. La severità di tali misure mirava a rompere il forte vincolo di solidarietà che univa il bandito al mondo rurale, alle classi più povere alle quali quasi sempre apparteneva. Si doveva impedire ciò che frequentemente accadeva: i lavoratori poveri, invece di perseguitare i banditi, "li celano, nascondono, favoriscono, sovvengono di cose necessarie al vitto, o vestito; e alle volte di monitioni, o armi, e ben spesso gli fanno la spia per poter commettere qualche delitto, o per salvarli dalla Corte, o per altri loro disegni". Per evitare ciò, nel Bando si dichiara che chiunque "darà aiuto, favore, o consiglio a detti delinquenti, direttamente o indirettamente, incorra ipso facto nelle medeme pene di ribellione, e lesa Maestà". Chi aiutava i banditi incorreva dunque in pene severissime, ma le autorità pretendevano ancora di più. Non bastava rimanere neutrali, non favorire i banditi: in linea con la via energicamente sostenuta da Sisto V infatti si esigeva una collaborazione ed una partecipazione attiva di tutti i sudditi nella repressione del banditismo. Ognuno doveva "farsi sbirro" e collaborare con le autorità, pena la morte. Le disposizioni nei confronti dei parenti e di tutti coloro che hanno aiutato i fuorusciti proseguono minuziose nel provvedimento esaminato, cercando di prevedere tutti gli eventi possibili. Tra l'altro, i familiari di banditi "fino in quarto grado, secondo il Ius Canonico, e più oltre ad arbitrio del Presidente, o Superiore" sono tenuti "alla refettione, e restitutione di tutti li danni che tali delinquenti, ancorché non fossero giuditialmente condennati, daranno a qual si voglia loco publico, o privato con scacciamenti de lavoratori, ammazzamenti d'animali, devastationi de beni, o altra simil sorte di sceleratezza; et similmente siano tenuti al resarcimento e restitutione di tutte le spese che in qualsivoglia modo farà la Rev. Camera Apostolica per l'estirpatione, e persecutione di tali delinquenti".
Nell'analizzare il contenuto del provvedimento colpisce la severità delle norme stabilite per coloro che aiutano i banditi. Rischia la morte persino chi non denuncia o informa le autorità di ogni notizia, relativa ai fuorusciti, di cui è venuto a conoscenza. Certo, nella realtà tutte queste disposizioni non furono applicate alla lettera - anche perché il rispetto di tali norme avrebbe portato ad un vero sterminio delle popolazioni - ma deve far riflettere il rigore e la minuziosità di quanto disposto. Si può anche notare che in questo Bando, emanato per combattere i banditi, la parte dedicata a costoro è minima. Questo induce a ritenere che le autorità volessero esercitare una più generale azione repressiva contro le popolazioni: si voleva diffondere il terrore, colpire alcuni come "esempio" per tutto il mondo rurale che, sicuramente, era più vicino al mondo dei banditi che a quello delle autorità. Si volevano "educare" con mezzi terroristici tutti coloro che, più facilmente, potevano unirsi ai banditi, aiutarli, o comunque esprimere in qualche modo la protesta. Destinatarie di questi provvedimenti erano dunque -oltre ai banditi - le classi più povere, oppresse.
Il tentativo di spezzare il vincolo familiare, tramite questa politica ricattatoria che non considera personale la responsabilità penale, era stata una delle caratteristiche dell'azione di Sisto V, di cui il Bando del 1608 segue in pieno la strada. Ma Sisto V si era adoperato nella persecuzione dei familiari dei banditi non soltanto come "misura di rappresaglia": la famiglia era infatti "il nucleo fondamentale dell'organizzazione interna del mondo contadino, la base più solida e resistente della difesa delle comunità rurali di fronte a minacce e pericoli provenienti dall'esterno e dell'aiuto reciproco nei bisogni della vita quotidiana". (16)
I risultati dell'azione papale volta a recidere il profondo legame di solidarietà esistente fra il mondo contadino e i fuorusciti furono però irrilevanti per le autorità pontificie, e i fuorilegge continuarono a godere dell'aiuto dei propri familiari e compaesani.

1.3. Mancanza di omogeneità fra teoria e prassi

Quanto abbiamo finora detto in relazione all'azione del governo papale nei confronti del banditismo ha messo in luce un elemento fondamentale tipico dello Stato della Chiesa agli inizi del Seicento, cioè di un paese in cui il processo di accentramento e assolutizzazione fu più lento e contraddittorio che altrove. Uno studio dello Stato pontificio nel Seicento evidenzia infatti l'esistenza di uno squilibrio fra i principi stabiliti dai provvedimenti e la loro applicazione concreta da parte dei tribunali e delle altre autorità competenti. In una ricostruzione storica degli aspetti giuridici della criminalità collettiva del XVII secolo vi è quindi la necessità di condurre uno studio comparato della legislazione e della struttura giuridica da un lato, e della concreta azione dei governi di Antico Regime dall'altro. Nello Stato pontificio infatti, mentre i provvedimenti esprimono, più che una realtà concreta, una linea di tendenza delle istituzioni statali anche quando - soprattutto a causa della persistente inefficienza degli organi dello Stato nonostante il seppur lento e contraddittorio progredire dell'accentramento - non furono applicati per intero, per comprendere appieno la situazione è necessario analizzare anche la prassi concretamente adottata, spesso non coincidente con i principi.
Nei primi decenni del Seicento, come è noto, lo Stato della Chiesa si trovava in una situazione di estrema arretratezza rispetto alle monarchie assolute dell'epoca. Dal punto di vista economico la fase di sviluppo si era ormai conclusa, lasciando il passo ad una profonda depressione che, accentuando le contraddizioni e gli squilibri sociali, alimentava il malcontento popolare. A livello politico il processo di centralizzazione e di sviluppo dell'assolutismo pur avendo subito, dagli ultimi decenni del XVI secolo, un notevole impulso (soprattutto ad opera di Sisto V) fu indubbiamente contraddittorio e di certo non portò, come invece taluni autori hanno affermato, ad un controllo effettivo, e non solo nominale, di tutti i territori dello Stato.
Nella lotta al banditismo e alla violenza organizzata gli esempi di tale mancanza di omogeneità sono numerosi: la difformità fra previsione ed applicazione del reato di lesa maestà, la confusione nelle competenze dei tribunali, l'arbitrio dei giudici nell'uso della tortura sono soltanto alcuni esempi di tale discordanza, che caratterizzò per tutto il secolo lo Stato pontificio.
Ci siamo già soffermati sull'uso dei reati politici e sulla criminalizzazione del mondo rurale, in cui le ragioni dello squilibrio derivavano dalle caratteristiche stesse impresse dal governo papale alla lotta al banditismo. Ci soffermeremo ora brevemente sulle funzioni e competenze del Tribunale del governatore, ovvero l'autorità competente nei giudizi contro i banditi. Teoricamente vi era una struttura organizzata di Tribunali centrali e periferici: oltre al governatore di Roma esistevano i governatori di provincia - coadiuvati da alcuni funzionari minori - con competenze analoghe a quelle dell'alta magistratura romana. Ma tale organizzazione raramente trovava applicazione nella pratica: i funzionari locali infatti persero progressivamente la loro autorità, con l'avanzare del processo di accentramento dello Stato. Il governatore di Roma riusciva ad avocare a sé i processi riguardanti i reati particolarmente gravi commessi in tutto il territorio dello Stato: secondo il diritto di prevenzione infatti il giudice che iniziava la causa aveva il diritto di continuarla. La migliore organizzazione del Tribunale di Roma faceva sì che esso potesse assicurarsi il maggior numero di cause. (17)
Ma, mentre è evidente l'esistenza di una differenza fra principi teorici ed organizzazione pratica, più difficile risulta, dall'analisi dei verbali dei processi, comprendere in base a quali criteri venisse stabilita, nella pratica, la competenza territoriale. Infatti, mentre in via di principio il governatore di Roma poteva giudicare soltanto i reati commessi nel distretto di Roma (che si estendeva per 40 miglia intorno alla città) nella pratica esso istruiva processi anche per reati commessi in altri distretti o, quantomeno, proseguiva i procedimenti iniziati dai tribunali locali.
Altro esempio di discordanza fra legislazione e prassi riguarda, come si è detto, l'uso della tortura. In questo caso però non si tratta di una peculiarità dello Stato pontificio, ma di una pratica corrente ovunque venga praticata la tortura. "Priva d'un preciso fondamento nelle leggi, debolmente regolata dai giureconsulti, essa aveva la sua norma nella consuetudine giudiziaria, molte volte nell'occasione e nell'opportunità, spesso nell'arbitrio degli esecutori o degli inquirenti". (18) Così, mentre lo Statuto di Roma elencava le condizioni necessarie perché i giudici potessero sottoporre l'imputato alla tortura (19) e la Bolla di Paolo V Reformatio Tribunalium Urbis, eorumque officialium stabiliva i principi generali che i giudici dovevano osservare nell'applicare il tormentum vigiliae (20), nella pratica i giudici agirono sempre a loro arbitrio, sia in relazione alle modalità di applicazione dei vari metodi di tortura, sia ignorando i presupposti che le disposizioni legislative ponevano come discriminanti perché un imputato potesse o meno essere sottoposto al supplizio.

1.4. Legislazione ordinaria e "speciale"

Nell'analizzare i metodi e gli strumenti con cui le autorità pontificie risposero al banditismo bisogna ricordare che, accanto alla legislazione ordinaria, esse si servirono anche di strumenti eccezionali. Contro il banditismo infatti -come spesso accade in materia di reati politici - vennero nella pratica sospese molte delle leggi e delle procedure ordinarie, così come le, seppur minime, garanzie previste per chi infrangeva la norma.
Quanto alla legislazione ordinaria, per tutto il periodo di cui ci occupiamo rimase in vigore a Roma lo Statuto pubblicato nel 1580: (21) per la quasi totalità dei reati generalmente commessi dai banditi in esso era prevista la pena di morte: ciò spingerebbe a ritenere che i fuorilegge, rischiando comunque la morte, siano stati spinti da tale severità a commettere reati più gravi, ma non vi sono tracce di una siffatta consapevolezza da parte dei banditi. Lo Statuto prevedeva la pena di morte per impiccagione per gli autori di un latrocinium (ovvero qui per vin furatur) (22), per gli assassini (cioè coloro che "pretio vel pecunia aliquem quomodocumque occiderit, aut occideri tentaverit, vel occidi fecerit, aut mandaverit"), (23) per i fures (coloro che occulte rubano) solo in caso di recidiva e persino, in talune circostanze, per gli autori di incendi. Nello Stato della Chiesa degli inizi del XVII secolo il supplizio rimaneva dunque la forma principale per colpire chi non rispettava le "regole del gioco" e, quindi, il corpo dell'imputato era ancora il principale bersaglio della giustizia. La funzione più importante della prigione rimaneva dunque quella - tipica della società pre-capitalista - di custodire temporaneamente gli accusati, prima del processo e dell'esecuzione della pena. Accanto alle punizioni corporali nel sistema delle pene adottato nello Stato pontificio assunse un ruolo importante - a causa della sua massiccia applicazione - l'istituto del bando. "Exilium, prout est, simplex eiectio è Civitate...in absentes dicitur bannum, in praesentes exilium, secundum communem usum loquendi". (24) Tale diffusa applicazione, se dimostrava l'inefficienza dell'apparato repressivo, contemporaneamente alimentò il fenomeno del banditismo.
Bisogna però specificare che, nell'analisi della risposta statale al banditismo non è possibile limitare l'indagine alle leggi ordinarie dello Stato: per i fuorusciti esisteva infatti anche una "legislazione speciale", molto più severa di quella ordinaria, oltre che, come vedremo in seguito, un modo di procedere di fatto, militare e non legislativo.
Abbiamo già detto che negli ultimi decenni del Cinquecento e nei primi del Seicento vennero emessi numerosi provvedimenti legislativi specifici contro i banditi. Essi erano di due tipi: i Bandi generali, che stabilivano i reati, le pene e le misure da adottare contro i fuorusciti, e i provvedimenti riguardanti singoli banditi, nei quali si stabilivano premi per chi li avesse consegnati, vivi o morti, alle autorità.
La severità di tali provvedimenti, come si è detto, era indirizzata oltre che contro i fuorusciti, contro l'intero mondo rurale, anche se la reiterazione legislativa, tipica del periodo in esame, evidenzia l'inefficienza dell'apparato repressivo, per diventare spesso solo l'espressione dell'incapacità del potere di controllare realmente il proprio territorio.
Nei confronti dei banditi il Bando del 26 giugno 1608 stabiliva persino che "per una sola crassatione, cioè robbare alla strada, senza ferire, o ammazzare alcuno, habbia nondimeno luogo l'ultimo supplitio, ad arbitrio de gl'Illustriss. Legati, o Presidenti, e Governatori delle Provincie del detto Stato Ecclesiastico e così debbano li giudici esseguire". (25) Ed anche per i nobili, i quali come ricorda P. Farinacci "puniuntur mitius, etiam quod lex, seu statutum mandet delinquentes nullam misericordiam consequnturos"(26) nel caso dei reati politici - ed in particolare del crimen lesae maiestatis - veniva sospesa ogni garanzia o privilegio.
Ma I "'eccezionalità" non è rintracciabile soltanto nella legislazione: nella repressione dei crimina atrocia (o atrociora) infatti -e fra questi vi erano il crimen lesae maiestatis e il latrocinium - gli Stati di Antico Regime fecero uso di una lunga serie di specialia anche nella procedura penale, con l'obiettivo di togliere all'imputato anche quelle minime garanzie previste per chi infrangeva la norma. (27)

1.5. Il tentativo di disgregare le bande dal loro interno

Caratteristica dell'azione del governo papale contro i banditi e, dunque, anche della "legislazione speciale" contro il banditismo, fu il tentativo di disgregare le bande dal loro interno, promettendo premi ed impunità a tutti quei banditi che avessero consegnato, vivo o morto, un loro compagno. Adottata in altri Stati dell'epoca e inaugurata nello Stato della Chiesa dai predecessori di Sisto V - ma solo da quest'ultimo pontefice attuata, con spietata energia, in modo più organico ed efficiente - tale politica fu seguita anche da Paolo V agli inizi del Seicento.
E mentre, come si è detto, l'azione del governo papale volta a recidere il vincolo di solidarietà fra fuorilegge e mondo rurale non produsse gli effetti sperati nella lotta al banditismo, il sistema di premi ed impunità costruito per distruggere dal loro interno i gruppi di banditi produsse risultati non irrilevanti per le autorità pontificie. Fra i banditi si insinuò la paura del tradimento, che ruppe in parte quella solidarietà presente fra i fuorilegge. I risultati furono notevoli, nel breve periodo, soprattutto perché la mancanza di un programma, di una motivazione politica o di rivendicazioni immediate rendeva più fragile il vincolo e, quindi, più disgregabile il movimento. Gli effetti dell'azione repressiva non potevano però essere durevoli, in assenza di radicali mutamenti della struttura sociale.
Per i primi anni del Seicento il principale provvedimento nel quale si notificano i premi e le taglie per la cattura dei banditi è il Bando Delle nominationi, e Taglie contro Banditi, e altri facinorosi, emanato il 26 giugno 1608. (28)
In esso vengono stabiliti consistenti premi - oltre alla grazia -per coloro che consegneranno un bandito, perché "per esperienza [si è visto] che il premio facilita l'estirpazione de scelerati". Se colui che consegnerà un bandito (vivo o morto) è bandito, otterrà la grazia, per sé e per un altro a sua scelta, oltre al premio pecuniario (maggiore se il bandito consegnato è vivo), differente a seconda del "grado" di colui che viene consegnato. Capi sono "quelli i quali notoriamente guidano compagnie d'altri banditi, e sono famosi, o altramente ad arbitrio di sua Signoria Illustrissima". Il provvedimento è valido anche - e qui si arriva veramente alla legalizzazione dell'arbitrio! - per coloro i quali, pur non essendo condannati, "notoriamente sono homicidiali, ladroni, sicarij, crassatori, e facinorosi", ovvero coloro "che vanno in conventicola, taglieggiando, svaligiando viandanti, depredando e guastando la roba d'altri, li quali ex nunc si dichiara, che s'habbino per nemici publici"

Bisogna però ricordare che tali provvedimenti legislativi prevedevano premi anche per coloro che, pur non essendo banditi, avessero consegnato, vivo o morto, un bandito. Sulla base delle fonti disponibili non sembra che tali misure abbiano prodotto risultati notevoli nella lotta al banditismo. Quando non esisteva un interesse immediato, diretto, legato alla propria vita (ovvero la possibilità di ottenere la grazia), pare che, nonostante la miseria della popolazione, nessuno si adoperasse per guadagnare le ingenti taglie sui banditi, anche se 200 o 300 scudi - tale era l'ammontare medio delle taglie - avrebbero risolto molti problemi a chi aveva, a malapena, di che sopravvivere.
Al momento della presentazione delle teste emergeva anche un problema più generale degli Stati dell'epoca: in una società in cui l'identificazione degli individui (e quindi anche dei banditi) era incerta, per l'assenza di metodi univoci di riconoscimento, non si poteva certo escludere il rischio di frodi nel macabro "mercato".
Insieme al premio pecuniario era un bandito, la possibilità di ottenere la remissione per uno o più banditi. Considerando che la maggioranza della popolazione rurale aveva almeno un parente bandito, con il quale rimaneva legata, tali disposizioni erano sicuramente allettanti. I premi pecuniari per la cattura dei banditi erano previsti anche per soldati e sbirri, pure se costoro già ricevevano una paga per il proprio mestiere: evidentemente si voleva incentivare chi non si sentiva altrimenti motivato a difendere l'ordine pubblico. Si deve però aggiungere che non sembra che lo Stato abbia sempre mantenuto le promesse, pagando le somme previste dalle taglie sui banditi.

1.6. Prevalenza della repressione militare su quella penale

Fin qui si è detto della repressione del banditismo condotta all'interno della legalità: bisogna però ricordare che nel combattere i fuorilegge le autorità pontificie utilizzarono anche, e nei periodi di maggiore espansione del fenomeno forse in modo prevalente, l'annientamento militare, di fatto, sottratto dunque a qualsiasi norma e legge. Se molti furono i banditi condannati a morte e giustiziati, un numero notevolmente maggiore di fuorusciti moriva nel corso degli scontri militari, le "scaramucce" con i soldati, senza neanche aver subito un processo ed una condanna.
Le spedizioni contro i banditi furono numerose, negli ultimi decenni del XVI secolo così come nei primi del secolo successivo: nonostante ciò, come si è detto, il contraddittorio processo di riorganizzazione dello Stato allora in corso non riuscì, nel periodo in esame, a rendere effettivo il controllo su tutti i territori. I verbali dei processi sono ricchi di esempi in relazione alla libertà di azione di cui godevano i banditi a causa della mancanza di organizzazione delle forze che avrebbero dovuto combatterli.
Mentre è possibile, sulla base della documentazione archivistica utilizzabile, stabilire quanti furono i banditi giustiziati a Roma agli inizi del Seicento (29), sulla base delle fonti disponibili è sicuramente impossibile fare una valutazione quantitativa del numero di fuorilegge uccisi nel corso degli scontri militari. E, come si è detto precedentemente, il bandito poteva essere ucciso anche dai privati: bannitus potest impune occidi, sottolineano i giuristi secenteschi, (30) ed anzi, come sappiamo, era previsto anche un allettante premio per gli uccisori.

3. I signori feudali

Mentre per le autorità papali il banditismo fu esclusivamente un problema di ordine pubblico, un fenomeno da reprimere ed annientare militarmente con ogni mezzo, ben diverso fu, agli inizi del XVII secolo, l'atteggiamento dei nobili dello Stato Ecclesiastico i quali, pur non partecipando attivamente al banditismo, si servirono talvolta dei fuorusciti nelle loro inimicizie o per motivi di difesa personale. Le motivazioni di ciò vanno probabilmente ricercate nel fatto che essi preferivano scegliere uomini d'azione, esperti nel combattimento. I banditi, in questo senso, erano i più "fidati". Del resto, la mancanza di motivazioni ideali nei fuorusciti spingeva costoro - magari per essere protetti, o soltanto per sopravvivere - a mettersi al servizio dei potenti. La posizione sociale del bandito rimase dunque sempre ambigua: infatti, pur appartenendo alle classi più povere, il fuorilegge è attratto dalla ricchezza e dal potere. "E' insomma "uno dei nostri" che ad ogni istante rischia di passare dall'altra parte, con "loro", di entrare "a far parte del sistema dei ricchi". (31)
La vasta partecipazione di nobili al banditismo degli ultimi decenni del XVI secolo è stata fin troppo sottolineata e sopravvalutata, a scapito di altri aspetti e caratteristiche del fenomeno: le figure del ribelle duca di Montemarciano, Alfonso Piccolomini o, in misura minore, di Ramberto Malatesta e di altri signori feudali sono descritte in studi specifici, e ricordate in tutti i lavori sul banditismo. (32) Gli autori che hanno sopravvalutato il ruolo dei nobili nel banditismo inoltre sono spesso gli stessi che interpretano la politica delle autorità pontificie come un costante e coerente intervento - tra la metà del XV secolo e la metà del XVII - volto allo smantellamento del potere feudale: il banditismo è infatti interpretato come l'espressione della resistenza dei baroni feudali all'accentramento dello Stato.
E' chiaro dunque che in un tentativo di analisi del banditismo dello Stato pontificio e dell'atteggiamento delle diverse classi sociali nei confronti dei fuorusciti è fondamentale comprendere quale fosse allora la posizione della nobiltà e, più in generale, la struttura sociale dello Stato, e ripercorrere le tappe principali della politica papale nei confronti dei nobili.
Un attento studio della politica dei pontefici evidenzia che, se è vero che negli ultimi anni del Cinquecento il processo di centralizzazione subì una notevole accelerazione nei domini papali, è anche vero che in tale periodo il potere ed il prestigio della feudalità rimasero incontrastati, né il governo papale si impegnò coerentemente e costantemente per mutare la situazione. Esisteva invece - anche se finora non è stato analizzato a fondo dalla storiografia - un diffuso malcontento della popolazione nei confronti delle vessazioni e dei soprusi ad opera dei signori feudali che certo furono allora, rispetto alle popolazioni, più tirannici del governo centrale.
Significativo a questo proposito un processo celebrato dal Tribunale del governatore nel 1604, (33) che raccoglie le testimonianze di decine di abitanti di Vacone (una comunità considerata "irrequieta") delineando un quadro interessante della vita di questa cittadina, sottoposta ad ogni sorta di angherie ad opera del suo proprietario, il conte Gaspare Spada. Dalle testimonianze raccolte nei verbali è chiaro infatti come i fratelli Spada - i quali, circa dieci anni prima del processo avevano acquistato Vacone, al prezzo di 10.000 scudi, dai signori Caetani - "simpre hanno tiranneggiato, et turbata l'antica pace, et quiete di tutto il popolo, trattandolo alla peggio con modi iniqui" ovvero, ad esempio, facendo ricadere sulla popolazione (non pagando né la manodopera nè i materiali) il peso della costruzione del proprio palazzo, pubblicando bandi il cui contenuto danneggiava seriamente i più poveri, rinchiudendo numerosi uomini in prigione "senza motivo", non contribuendo, come era consuetudine, alle spese del maestro di scuola. Ottavio Bertollo, un bandito del luogo che - come viene riferito da numerosi testimoni, abitanti di Vacone - si premurava sempre di rassicurare i suoi concittadini, con le parole ma anche con il suo modo di agire,del suo "rispetto a questa Communità", ferì un capitano che si trovava con il conte Spada e minacciò di morte il conte stesso, prima di essere catturato, condotto a Roma ed impiccato.
Emerge chiaramente in questo processo (come in altri dei primi decenni del Seicento, in cui traspare il malcontento della popolazione verso i signori feudali e le loro vessazioni) quella componente antifeudale del banditismo, che sicuramente fu molto generica e non rappresentò una delle caratteristiche principali del fenomeno, ma che non va assolutamente trascurata, come invece è stato fatto dalla quasi totalità della storiografia.
Agli inizi del XVII secolo, come si è detto, non vi fu una attiva partecipazione dei nobili al banditismo; unica eccezione significativa la figura di Fausto Massei, signore di Ascoli postosi a capo di una formazione composta da alcune decine di banditi suoi seguaci, con i quali "andava scorrendo la campagna nel territorio di Ascoli senza stimare quei pochi soldati corsi che altrimente gli furono mandati contro".(34) La vicenda di questo capo bandito, ai cui seguaci dava stipendio di 30 scudi il mese", (35) viene ampiamente documentata negli Avvisi, fino alla sua conclusione, nel giugno 1608, quando "s'hebbe aviso dalla Marca della morte di Fausto Massei, ammazzato nel territorio di Fermo co 7 compagni, et dui presi le cui teste erano state portate a Macerata et di là si portarà quella di Fausto in Ascoli per poter riscotere le taglie". (36)
I menanti, questi proto-giornalisti redattori degli Avvisi, davano molto risalto, nei primi decenni del Seicento, alla vita delle famiglie nobili e, dunque, alla loro partecipazione al banditismo o, comunque, ai rapporti dei signori feudali con i fuorilegge, prendendo spesso posizione a favore dei nobili. (37)
Si è detto precedentemente che nel XVII secolo i signori feudali non parteciparono attivamente al banditismo. Ciò non significa però né che essi commettessero meno reati rispetto al secolo precedente (l'uccisione dei propri nemici era infatti all'ordine del giorno nella società secentesca) né che vi fu, da parte di costoro, una condanna del fenomeno (infatti, come si è detto, nei momenti in cui ne avevano bisogno per la propria difesa personale, i nobili utilizzarono senza scrupoli i banditi). Semplicemente, i contrasti fra autorità pontificie e membri dell'aristocrazia si attenuarono, dal momento che la nobiltà aveva riacquistato, dopo le scosse del Cinquecento, un ruolo dominante nella società.

4. Il clero

Negli ultimi anni del Cinquecento, come è noto, l'apporto del clero al banditismo fu rilevante. Numerosi autori hanno tentato di spiegare le cause del forte e diffuso legame creatosi fra ecclesiastici e banditi negli ultimi anni del XVI secolo: le conclusioni non sono unanimi. Mentre alcuni hanno individuato nella corruzione del clero la motivazione principale che spinse un numero consistente di ecclesiastici dalla parte dei fuorusciti altri, ritenendo tale giudizio insufficiente e, dunque, incapace di far comprendere il reale significato di questa partecipazione, affermano che tale legame vada interpretato nel quadro della "resistenza interna all'indirizzo della Controriforma". (38) Per i primi anni del Seicento non ci sembra si possa concordare totalmente con tali interpretazioni. Se infatti la prima è da respingere, in quanto non spiega le ragioni sociali del fenomeno, la seconda sembra attribuire all'azione degli ecclesiastici passati nelle file dei banditi un fine cosciente che essi, nello Stato pontificio agli inizi del XVII secolo, non avevano. Non ci risulta infatti che si ebbero,nello Stato della Chiesa (alla fine del Cinquecento come agli inizi del secolo successivo) episodi di resistenza, analoghi a quelli verificatisi nei due conventi napoletani - la cui vicenda ci è stata riferita nei particolari da R. Villari - ma non si può certo negare che la profonda e diffusa solidarietà fra banditi ed ecclesiastici sia stata, oltre che l'espressione dell'appartenenza ad uno stesso mondo di oppressi, anche "la spia di un malessere diffuso e profondo nella chiesa locale". (39)
Nei primi anni del Seicento, pur mancando una diffusa partecipazione del clero alle azioni dei banditi - anche se vi sono significativi esempi a tale proposito - parte di esso fu interno al mondo dei fuorusciti, con i quali solidarizzò, soprattutto fornendo loro consistenti aiuti materiali. Generalmente inoltre il clero rurale non si adoperava nel tentativo di convincere i fuorusciti a cessare le loro azioni; tutt'al più gli ecclesiastici tentavano di far concludere la pace fra gli autori degli omicidi ed i parenti delle vittime. Ci riferiamo ovviamente ai settori più poveri del clero, a quegli ecclesiastici che condividevano il modo di vita e la cultura del mondo contadino. Le alte gerarchie ecclesiastiche ed il clero romano - la cui vita era caratterizzata da quello sfarzo e quel lusso tipici dei nobili e delle famiglie più ricche - erano completamente esterni a questa realtà. L'aiuto del clero ai banditi si concretizzò in varie forme: innanzi tutto, i conventi continuavano a praticare il diritto di asilo; inoltre gli ecclesiastici fornivano cibo e denaro ai fuorilegge. Va detto poi che i preti - come tutta la popolazione povera - finivano spesso in carcere e, oltre a commettere numerosi reati, avevano frequentemente in loro possesso armi proibite.
I banditi dunque restavano spesso legati al proprio paese, a quella gente che si sentiva unita, da un vincolo di solidarietà, al proprio "paesano", anche se condannato: nei piccoli centri parte del clero era interna a questo mondo. E anche nei casi in cui mancava il concreto appoggio degli ecclesiastici nei confronti dei banditi, tale assenza non sembra si sia mai trasformata in persecuzione nei loro confronti, in collaborazione con le autorità pontificie.

5. Sbirri e soldati

Fra sbirri, soldati e banditi esisteva, nei primi anni del Seicento, un rapporto sicuramente contraddittorio. Se da un lato troviamo spesso menzione, nelle fonti archivistiche, di feroci scontri fra banditi e soldati, allo stesso modo non accade raramente di leggere che un soldato passi dalla parte dei banditi. In effetti, pur servendo lo Stato ed affrontando anche con molta crudeltà i banditi, non sembra che i soldati fossero realmente interessati alla difesa del paese dai fuorilegge. Il soldato, "legato temporaneamente al suo capitano da un rapporto assai tenue che non esitava a spezzarsi se solo mancavano o ritardavano le paghe", (40) abituato a combattere,poteva facilmente, una volta terminata la sua condotta,ritrovarsi fra i banditi. La mancanza di prospettive di lavoro, la difficoltà di reinserirsi nella società facevano sì che molti ex-soldati si unissero ai fuorilegge. Questa mutevolezza di ruoli non deve meravigliare: non dobbiamo stupirci del fatto che gli ex-soldati si trovassero, a distanza di poco tempo, al fianco di coloro che avevano perseguitato ed ucciso. Tra gli stessi banditi infatti non era assente tale crudeltà - caratteristica di tutta la società dell'epoca - che portava ad uccidere un proprio compagno o a combatterlo.
Talvolta inoltre sbirri e soldati, anziché combattere i fuorilegge, li aiutavano, come risulta da numerose testimonianze dell'epoca: (41) ma il fatto che non sempre i soldati combattessero i banditi dipendeva anche dalla mancanza di organizzazione delle forze che dovevano difendere lo Stato e dalla assenza di un controllo effettivo del territorio. In un processo del 1612 leggiamo che un uomo, Settimio, pur essendo bandito, si recava spesso nella sua casa a Tivoli. Un giorno il bargello del luogo, pur sapendo che il bandito si trovava lì, non lo catturò perché "non li bastò l'animo a andare in casa sua per pigliarlo perché stava con molti altri compagni". (42) Così, a volte, quando i banditi si organizzavano in gruppi numericamente consistenti, non vi era nessuno disposto ad andarla combattere.
Non bisogna però dimenticare l'aspetto opposto del rapporto fra sbirri e banditi, quello dello scontro militare, e delle conseguenze sulla popolazione. Nel corso di un interrogatorio un imputato, parlando di un bandito famoso, Santi di Poggio Paganello, riferisce di averlo "sentito nominare dalli Corsi quando venevano ad allogiare a cartella a casa mia che andavano contro banditi". (43) Sappiamo che negli ultimi anni del Cinquecento e nei primi del Seicento, con il pretesto della lotta al banditismo, si verificarono vere e proprie occupazioni militari di interi villaggi. L'obbligo per la popolazione di alloggiare a cartella le truppe -ovvero a spese delle comunità - rientrava nel tentativo di troncare il forte legame di solidarietà che univa i banditi alla popolazione, di bloccare gli aiuti che il mondo rurale dava ai fuorilegge. Tale strategia, nonostante la brutalità con la quale veniva applicata, non provocava comunque i risultati sperati. In alcuni casi, forse per non creare problemi di ordine pubblico, si cercava di evitare gli eccessi dell'azione repressiva e i soprusi dei soldati contro il mondo rurale. In una relazione da Viterbo del 1610, relativa alla lotta al banditismo, leggiamo infatti: "...sentendosi in cotisti parti rumori di banditi che vanno infistando li paesi, non mancareti d'ogni opportuna diligenza nel far guardi e nil mandar ginti attorno per dar loro la caccia e per pigliarli potindo, valendovi dove sia necessario de soldati delli Militij. Ma pir esir hora le faccinde dilla vindimia havirite risguardo di non travagliar cotisti ginti fuori di nicissità". (44) La protesta della popolazione nei confronti di operazioni repressive che colpivano interi paesi si esprimeva in varie forme; a volte veniva usata anche la forma legale, come risulta ad esempio da un esposto, di cui riportiamo il testo corredato dalle considerazioni aggiunte dai giudici:
"La Corte et homini del Varco della Badia S. Salvatore humilmente espongono a VS. Ill.ma et R.ma che il Governatore della Badia già 20 giorni senza citatione mandò li sbirri con corsi a far pregioni molti huomini et donne di d.o luogho, et li retiene sotto pretesto habbino dato da magnare alla Vecchia bandito di Regno et perché il Varco è Villa aperta, situata tra montagne et boschi, et esposta a tutte ingiurie, et se è vero che alcuno gli habbi dato da magnar è stato per paura et no per male, ricorrono a supplicar humilmente VS. Ill.ma et R.ma che no siano così maltrattati, et consumati nelle pregioni no havendo commesso delitto alcuno, che lo riceveranno per molta gratia da VS. Ill.ma et R.ma quale nostro S.re Dio feliciti.
Se fusse vero che la Vecchia fusse bandito del Regno solamente si potrebbe haver consideratione delle cose esposte, ma essendo capitalissimo bandito anco del Stato Ecc.co no meritano l'oratori scusa che sebene il Varco è villa se può quando se vedono banditi gridare all'Arme et darne notitia alla Corte et no accarezzare et recettare questi scelerati come si fa in d.o luogho, et però il V. Govern.e faccia la giustitia ma no agravi nisuno fuor di ragione". (45)

6. La popolazione povera

Si è detto che quasi tutti i banditi che agivano nello Stato della Chiesa nei primi decenni del Seicento appartenevano alle classi più povere, ed in particolare ai settori rurali senza una occupazione fissa, ovvero i lavoratori giornalieri e stagionali. Fra i banditi e la totalità della società rurale esisteva una profonda solidarietà e uno stretto legame, che le severissime disposizioni legislative e la repressione militare non riuscivano a recidere.
I banditi erano dunque interni al mondo rurale: per questo, intorno alla figura di alcuni di essi si è creato nella società contadina un alone leggendario, una sorta di mito che ha fatto sì che il ricordo di tali fuorilegge sia rimasto legato, nella memoria popolare, all'idea di giustizia e di libertà. Nei primi anni del Seicento, come abbiamo detto, non hanno agito banditi le cui azioni sono rimaste celebri fino ai nostri giorni. Ciò non significa però che in quel periodo siano mancati banditi che hanno colpito i sentimenti e l'immaginazione delle classi povere: si ha quindi una conferma di quanto sia effimera la gloria del bandito. L'immagine dei fuorilegge viene infatti tramandata da quella comunicazione orale che in poche generazioni sfuma, diviene sempre più vaga, fino a svanire. Così, mentre gli eroi delle classi dominanti rimangono impressi nei libri di storia gli eroi popolari, tranne rari casi, sono destinati all'oblio. E' il caso, ad esempio, di un capo bandito, Francesco Marocco, catturato nel 1607 in un campo vicino Tor San Lorenzo. I numerosi testimoni ascoltati nel corso del processo esprimono una profonda ammirazione per quest'uomo, ormai anziano ma ancora pieno di energie - tutti si meravigliano di come ancora "gli fusse bastato l'animo a fare tanto gran cose tenendo lui il capo dentro la fossa" (46) - "che ne haveva fatte tante, che no ci era stato mai nesuno che ne haveva fatte più di lui, né Marco di Sciarra né Battistella né Pacchiarotto né altri banditi famosi". (47) L'uomo, che dagli ultimi decenni del Cinquecento si era reso protagonista di azioni clamorose, (48) viene presentato con poteri quasi soprannaturali. In un'epoca in cui molto spesso, data l'assenza di cure efficaci, si moriva in seguito a ferite anche leggere, l'anziano capo bandito, tutto "corvellato d'archibusciate per la vita", capace "di togliersi da se stesso un pugnale dalla gola", sembra essere circondato da un alone di invulnerabilità.
Ma, mentre alcuni banditi divennero gli eroi degli oppressi, gli altri, e si tratta della grande maggioranza, furono soltanto una parte del mondo dei poveri, ed in particolare quel settore perseguitato dalla legge ufficiale per azioni che la società rurale non considera reati. Per questo vi fu, ancora nei primi anni del Seicento, un diffuso appoggio della popolazione ai banditi, che emerge chiaramente anche nei verbali dei processi, nonostante le severe pene previste e, quindi, la necessità di doverlo negare di fronte ai giudici. La forma principale tramite la quale si concretizzò la solidarietà della popolazione rurale nei confronti dei fuorusciti fu quella degli aiuti alimentari, di cui troviamo menzione in tutti i processi esaminati. (49) A volte poi l'aiuto si concretizzava anche in altre forme, ed in particolare nelle informazioni fornite ai banditi per sfuggire alla cattura e per compiere le loro azioni. In genere erano i più poveri (garzoni, guardiani, contadini) ad appoggiare i banditi. Ma in taluni casi le bande di fuorilegge venivano aiutate anche da persone che, pur non essendo ricche, sicuramente avevano un tenore di vita superiore alla media.
Innanzi tutto i banditi ricevevano l'aiuto dei propri familiari. E si tratta di un aiuto generalizzato ed incondizionato, come risulta da numerosi processi specifici istruiti contro parenti di banditi i quali, pur essendo a conoscenza delle pesanti pene nelle quali si incorreva aiutando i fuorusciti, non intendevano lasciare senza appoggio i propri congiunti: "lui è mio fratello bisogna che io l'agiuti", risponde ad esempio un uomo a tutti coloro che gli ricordano che si può rischiare la morte favorendo i banditi. (50)
Se l'appoggio dei parenti ai fuorusciti è evidente, altrettanto chiaro appare dai processi che essi non erano dispiaciuti di avere un familiare bandito, né risulta che tentassero mai di dissuadere i fuorilegge dal compiere reati.
Mala solidarietà nei confronti dei banditi andava oltre il vincolo di parentela, per essere estesa ai propri compaesani, o persino a tutti coloro ai quali ci si sentiva legati da una comune miseria. Va detto però che, se la solidarietà della popolazione nei confronti dei propri compaesani appare evidente in tutti i processi esaminati - nonostante le già citate esigenze di difesa personale degli interpellati - il rapporto fra mondo rurale e fuorilegge "forastieri" appare più contraddittorio. Infatti, anche se non mancano numerosi e significativi esempi di aiuto, da parte dei più poveri, nei confronti di banditi di altri luoghi, va ricordato che la popolazione talvolta era diffidente nei riguardi degli estranei. Non bisogna però dimenticare che, se i fuorusciti "stranieri" venivano talvolta trattati con diffidenza, non si può certo affermare che i soldati e gli sbirri trovassero, da parte della popolazione, una migliore accoglienza. Frequentemente i banditi vivevano fuori dei centri abitati, quindi il cibo era loro offerto da quei lavoratori che abitavano o si trovavano in campagna: ad esempio, "per quelli contorni della Tolfa" i banditi si facevano "dar da magnare, et da bere dalli pecorari, cavallari, et altri". Anche i mulini venivano molto spesso frequentati dai banditi, evidentemente sempre perché, essendo fuori dai centri abitati, erano ritenuti luoghi sicuri.

7. Il mondo dei banditi

Non sempre però l'immagine che i differenti settori della popolazione hanno dei banditi corrisponde alla realtà: per comprendere appieno il significato del fenomeno è necessario quindi esaminare il banditismo anche nelle sue manifestazioni concrete, senza dimenticare il contesto economico e sociale nel quale esso si manifestava. In primo luogo non può essere tralasciato un, seppur schematico, accenno alla struttura sociale dello Stato pontificio agli inizi del Seicento.
Se è vero infatti che quasi tutti i banditi che agivano nello Stato della Chiesa nei primi anni del XVII secolo appartenevano alle classi più misere, è anche vero che non tutti i settori poveri della popolazione parteciparono nella stessa misura al banditismo: le diverse condizioni materiali generavano infatti modi di vita in parte differenti, seppur analoghi per molti aspetti.
Vediamo dunque, schematicamente, il panorama delle classi oppresse nello Stato per poi indicare quali furono i settori che più attivamente parteciparono al banditismo.
A Roma, lo sviluppo esteriore della città e l'aumento del lusso, tipici dei secoli XVI e XVII, avevano evidenziato una serie di contraddizioni, rendendo più forti gli squilibri sociali ed accentuando la povertà. Per tutto il secolo XVI era infatti cresciuto, insieme al numero di abitanti, anche il numero di vagabondi e mendicanti presenti nella città. La sede dei papi sembrava forse il luogo più adatto per poter vivere elemosinando, o "accattando", come si diceva allora. Ma il drammatico panorama della povertà nella capitale non si esauriva certo con le figure dei vagabondi e dei mendicanti: infatti, se il vagabondaggio ne era l'aspetto esteriormente più eclatante, la maggior parte della popolazione, nell'ombra, incontrava enormi difficoltà. Non bisogna infatti dimenticare che a Roma, accanto ai proprietari delle botteghe esisteva una enorme massa di apprendisti e di sfruttati.
Quanto alle condizioni di vita della popolazione rurale è impossibile, allo stato attuale delle ricerche, fornire una descrizione esauriente. Mentre infatti, pur con enormi lacune, esistono studi sulla nobiltà, sulle classi ricche o, magari, sulla popolazione romana, vi è un vuoto totale rispetto agli abitanti delle campagne, sui quali però sono contenute interessanti indicazioni nei verbali dei processi del Tribunale del governatore.
Nell'Italia centrale permaneva ancora nel '600 una vasta area occupata da una struttura poderale su base familiare. Accanto ad essa vi era una estesa superficie dove "i tempi della storia rurale sono stati scanditi principalmente dalle vicende del latifondo feudale e del suo processo di trasformazione in latifondo borghese". (51) Le terre intorno alla capitale erano nelle mani dei mercanti di campagna, ovvero dei ricchi "affittuari di grandi proprietà terriere, mercanti di grano e di bestiame": (52) nella Campagna romana era dunque in corso un processo di diffusione del Bracciantato. Il numero di contadini che coltivava il proprio terreno diminuiva progressivamente: l'estensione dei pascoli, la presenza di vasti terreni paludosi faceva sì che, intorno a Roma, le possibilità di trovare una occupazione nell'agricoltura diminuissero sempre di più. In una campagna ormai quasi deserta, e infestata dalla malaria, la popolazione era raccolta nei villaggi che circondavano i castelli feudali, e diminuiva sempre di più con il passare del tempo.
Nel resto dello Stato permanevano invece numerosi contadini più indipendenti perché proprietari di un piccolo terreno: anche sui colli laziali "molti "paesani" hanno un pezzetto di terra", così come numerosi " non contadini hanno un orticello o un vigneto o un oliveto per uso familiare". Ma anche qui la maggioranza "della proprietà terriera è in mano ai nobili o ai conventi". (53) Le numerose testimonianze rese dalla popolazione nel corso dei processi contro i banditi confermano questo quadro generale. Accanto a coloro che possedevano un piccolo terreno o "un poco de vigna", vi era una massa di uomini che, non avendo propri terreni, lavorava a giornata nei periodi dell'anno nei quali trovava una occupazione. Vi era poi chi, pur avendo un proprio lavoro, per riuscire a vivere era costretto ad arrangiarsi anche in altri modi. (54) La maggioranza di coloro che venivano ascoltati, come testimoni o imputati, dichiara di "attendere all'arte del campo". C'è poi chi - e si tratta dei più poveri - riferisce: "L'essercitio mio è di attendere a tutti li mestieri di fuori". Ci si adattava quindi a qualsiasi lavoro (zappare la terra o vendemmiare, fare il guardiano di animali o di vigne) spostandosi da una zona all'altra dello Stato a seconda dei periodi dell'anno. Numerosi erano dunque i lavoratori a giornata o stagionali, i quali, fra i lavoratori poveri, erano sicuramente i più sfruttati, e quelli con le peggiori condizioni di vita. Inoltre, per molti periodi dell'anno non trovavano lavoro, e anche una breve malattia poteva avere conseguenze molto gravi per costoro, che vivevano soltanto con il frutto del proprio, saltuario, lavoro.
Furono proprio i più giovani, di questa fascia del mondo rurale, che si unirono maggiormente ai banditi. Meno legati al proprio paese d'origine, i lavoratori stagionali e i braccianti, costretti a spostarsi da una zona all'altra, soggetti a lunghi periodi di disoccupazione e quindi di maggiore miseria, erano infatti coloro che vivevano nelle condizioni più drammatiche. I lavoratori romani dunque, anche se poveri, più difficilmente si univano ai banditi: evidentemente, avendo un lavoro più stabile, erano poco propensi ad abbandonarlo per unirsi ai fuorusciti. Il banditismo quindi mantenne anche nei primi decenni del Seicento il suo carattere rurale, e solo indirettamente interessò i grandi centri urbani. Come in numerosi altri periodi storici inoltre, molti banditi sono soldati o ex-soldati: riferiscono di aver combattuto in Ungheria o di essere stati a Ferrara. Altri, infine, dichiarano di aver servito, sempre come soldati, le principali famiglie nobili.
Quanto all'origine geografica dei banditi, va detto che esistevano alcune zone dalle quali proveniva un numero maggiore di fuorusciti: fra queste, in particolare, il territorio di Ascoli. E' chiaro che tale circostanza non è da far risalire - come invece si usava fare all'epoca - alla proverbiale bellicosità degli ascolani, quanto alla situazione economico-politico-sociale di tale zona, caratterizzata, fin dal '500, da forti tensioni interne. Le aspre lotte fra fazioni, il progressivo immiserimento di larghe fasce del mondo rurale, la politica fiscale del governo erano state, evidentemente, alcune cause dell'inasprimento della tensione nel territorio di Ascoli.
Ma vi erano anche altri fattori - geografici ad esempio - che determinavano una differente sottomissione delle varie regioni al governo centrale, che incontrò sempre notevoli difficoltà nell'esercitare un reale controllo su alcuni "comuni montani di forte consistenza economica e demografica, quali Norcia e Visso, posti alle spalle di Spoleto, tra Abruzzo, Ascolano e Camerte";tali territori infatti subivano l'influenza degli Stati confinanti e, tra questi, in particolare del ducato di Camerino. (55)
Dall'analisi dei processi contro i banditi emerge dunque una conferma di quella uniformità (nello spazio e nel tempo) della figura del bandito, definita da Hobsbawm nel noto studio sul banditismo sociale: anche nei primi anni del Seicento infatti nello Stato della Chiesa la figura tipica del bandito è quella di un uomo abbastanza giovane, di età compresa fra i venti ed i trent'anni, interno al mondo rurale che, dopo essere stato colpito dal bando e condannato, in genere per un omicidio (bannito), o comunque dopo aver commesso un reato (latro), si unisce ad altri fuorilegge, stringendo un vincolo non duraturo nel tempo. Le bande infatti si disgregano molto facilmente: spesso i banditi che le compongono vengono uccisi; dagli sbirri o dai loro compagni, oppure riescono ad essere reintegrati all'interno della società. Nell'analizzare la composizione dei gruppi di fuorusciti, va precisato innanzi tutto che essi sono composti esclusivamente da uomini: ciò non significa però che le donne fossero estranee al mondo dei banditi. Pur non essendo attivamente partecipi delle azioni dei fuorilegge infatti, costoro molto spesso aiutavano i fuorusciti, soprattutto fornendo loro il cibo di cui avevano bisogno. Per questo appoggio dunque finivano talvolta in carcere: ma la maggioranza, fra le donne che subivano processi, era accusata di reati connessi alla morale. (56)
Una volta condannati, i fuorilegge si organizzano fuori della società "legale". Si è detto precedentemente che i gruppi di banditi sono in genere composti da pochi uomini ed hanno una durata molto breve: ogni bandito infatti non trascorre tutta la sua vita nella stessa formazione, e neanche tutto il periodo che va dalla condanna alla cattura o al reinserimento nella società.
Molto spesso i banditi alternano periodi in cui agiscono insieme ad altri fuorusciti a periodi durante i quali, pur essendo condannati a morte, vivono e lavorano normalmente, anche se fuori dal loro paese, nel quale più facilmente rischierebbero di essere riconosciuti e catturati. Come abbiamo visto precedentemente infatti, l'assenza di metodi certi di riconoscimento, rendeva a volte difficoltosa l'individuazione dei banditi, favorendo la loro libertà d'azione.
Nel corso degli interrogatori cui, spesso sotto tortura, vengono sottoposti, i banditi riferiscono le azioni compiute dai gruppi di fuorilegge: oltre a furti ed omicidi, vi sono numerosi racconti di assalti ai viaggiatori, soprattutto in occasione di mercati e fiere, (57) e di rapimenti di "gintil huomini", al fine di ottenere ingenti riscatti. (58)
I banditi inoltre erano soliti recarsi a raccogliere la frutta di notte, o a danneggiare i campi ed i vigneti dei propri nemici: si trattava comunque di un'abitudine molto diffusa non solo fra i fuorilegge ma, più in generale, fra tutta la popolazione, come risulta da numerose testimonianze, oltre che dai ripetuti provvedimenti legislativi emanati contro coloro che danneggiavano vigne, frutteti, ecc. (59)
Chi abitava fuori dei centri abitati dunque veniva spesso a contatto con i banditi: i più poveri, in genere, aiutavano i fuorilegge, gli altri erano spesso vittime delle loro azioni. Generalmente infatti i banditi non effettuavano furti nei confronti di persone povere, anche se non mancano alcuni esempi che smentiscono tale affermazione: a volte il bisogno spingeva i fuorilegge a prendere tutto ciò che riuscivano a trovare, chiunque ne fosse il proprietario. La mancanza di motivazioni politiche, la miseria e le disumane condizioni di vita nelle quali le classi oppresse si trovavano a vivere, facevano quindi sì che quella solidarietà, pur presente fra i banditi, nei confronti dei più poveri, fosse molto fragile, soprattutto nei momenti di bisogno. Così, quando non avevano neanche di che vestirsi, i banditi rubavano persino indumenti e scarpe ai più poveri, e anche ai propri compagni. Ma se, generalmente, i più poveri non erano bersaglio dei banditi, bisogna dire che non lo erano, di solito, neanche i più ricchi. Le classi medie, i piccoli proprietari erano dunque i più colpiti (forse perché era più facile rubare a costoro) sia durante i viaggi, sia nelle loro case. A volte però i viaggiatori, quando venivano assaliti dai banditi, si fingevano poveri per essere lasciati andare. Così, ad esempio, nel 1610 un uomo, circondato da alcuni banditi armati nel territorio di Orte, dopo aver finto di essere un guardiano di animali, porse ai fuorilegge alcune monete, affermando di non avere altro. Come l'uomo stesso riferisce ai giudici, i banditi rifiutarono dicendo: "Lasciamolo questo povero homo lasciamolo".(60)
Il banditismo sociale non assunse mai, anche in altri paesi ed epoche storiche, il carattere di movimento rivoluzionario: al massimo si propose, in alcune situazioni, l'obiettivo di vendicare gli eccessi, raddrizzare i torti. I banditi infatti non misero in discussione la struttura generale della società, lo sfruttamento, l'oppressione, l'esistenza di forti squilibri sociali; il fenomeno rimase sempre una forma di protesta in negativo, senza precisi obiettivi o strategie politiche, senza idee o programmi per una diversa organizzazione della società. I banditi "sociali" raramente acquistano una coscienza antagonista, quasi mai assumono la guida di movimenti rivoluzionari, eventualmente vi partecipano come uomini d'azione. Così, nella maggioranza dei casi essi si pongono come difensori dell'ordine esistente o, al massimo, come fautori di riforme che non mettono in discussione la struttura della società. F Braudel, accennando ad alcune caratteristiche generali del banditismo, afferma che esso "convoglia in sé le acque più diverse", è "jacquerie latente, figlio della miseria", ma è anche "brigantaggio puro e semplice, feroce avventura dell'uomo sull'uomo". (61) Anche agli inizi del Seicento i banditi dello Stato pontificio non sono certo rivoluzionari. I fuorilegge condividevano allora il modo di vita ed i valori del mondo contadino, innanzi tutto la religiosità. La lettura delle fonti dell'epoca evidenzia una moralità difficilmente comprensibile per un uomo del nostro tempo: i banditi infatti, come il resto della popolazione, erano religiosi, ma contemporaneamente avevano una scarsa considerazione del valore della vita. Ad esempio in un processo del 1610 emerge, dalle dichiarazioni di un bandito (confermate dai testimoni) che l'uomo, dopo aver commesso insieme ad altri un omicidio si recò con il suo gruppo da alcuni pecorari. Il bandito ricorda: uno di essi "ci fece carezze dandoce del coscio et della ricotta, sebene io no ne magnavo che facevo il giorno della Madonna".(62) I fuorilegge inoltre, pur essendosi posti fuori della società "legale", ne rispettavano o ne accettavano l'impostazione generale ed i valori dominanti, anche i più crudeli. Spesso quindi gli imputati, per dimostrare la veridicità delle loro dichiarazioni, arrivavano persino a chiedere di essere torturati, per poter confermare, "alla corda et in altro luogho" quanto già detto. Più in generale, i banditi accettavano di essere giudicati, non disconoscevano l'autorità del giudice, né le procedure adottate.
E' chiaro che, per comprendere i fenomeni dei secoli XVI e XVII non possiamo fare riferimento a termini quali "conservatore" o "rivoluzionario" nella loro accezione contemporanea: bisogna infatti ricordare che, all'epoca, anche i movimenti che noi oggettivamente possiamo oggi definire rivoluzionari o riformatori, guardavano con diffidenza il progresso, auspicando invece il ritorno ad un antico e più felice passato. Il banditismo dei primi decenni del Seicento rimase comunque un fenomeno peculiare e, anche se oggettivamente popolare (in relazione alla posizione sociale dei suoi partecipanti), sicuramente non portò ad un avanzamento, dal punto di vista soggettivo, della coscienza di classe dei settori più poveri del mondo rurale. E non solo perché al suo interno vi parteciparono anche nobili o settori non poveri della popolazione (era infatti impensabile allora, nella prima età moderna, un movimento popolare autonomo, del tutto privo di collusioni - o in qualche modo strumentalizzato - con altre classi o Stati) quanto perché mancarono completamente non solo un programma ed una strategia dei suoi partecipanti, ma anche obiettivi o rivendicazioni parziali e immediate (il caso di Marco Sciarra è sicuramente unico in questo senso). Così, non è neanche possibile accostare il banditismo alle rivolte della prima metà del XVII secolo, ed in particolare alle rivoluzioni che scoppiarono in numerosi paesi negli anni 1647-1648. In questi paesi infatti (ed in particolare nelle lotte che si svilupparono in Francia per tutta la prima metà del Seicento) (63) la ribellione, seppur confusa e priva di strategia politica, aveva comunque alcuni obiettivi che meglio mettevano in luce la natura di classe del conflitto (scontro con la nobiltà feudale e lotta contro l'inasprimento della pressione fiscale, caratteristica degli Stati assoluti).
Nello Stato della Chiesa - che rimase per tutto il Seicento come nel secolo successivo una delle zone economicamente e politicamente più arretrate e fu completamente emarginato dallo sviluppo capitalistico -esisteva un profondo e diffuso malcontento della popolazione, anche in relazione all'aumento della pressione fiscale nelle campagne.
Il rapporto diretto fra banditismo sociale e rivoluzione è dunque limitato ad un contributo militare di singoli banditi, esperti combattenti. Più in generale il banditismo, espressione del malcontento diffuso fra la popolazione rurale, "rientra nelle rivoluzioni contadine soprattutto come uno dei tanti aspetti di una mobilitazione multipla di forze e con la consapevolezza di esserne un aspetto subordinato, tranne in un senso: in quanto fornisce alla rivoluzione uomini capaci di combattere". (64)
Espressione violenta di una protesta incapace di trovare sbocchi politico-sociali, il banditismo evidenziò dunque l'arretratezza e le contraddittorie tendenze presenti nel '600 nello Stato della Chiesa, dove la lotta politica e sociale si svolgeva in un contesto in parte diverso da quello degli altri Stati italiani, per l'intrecciarsi dei motivi religiosi con le questioni del governo temporale.
L' appartenenza della quasi totalità dei fuorusciti ai settori poveri della popolazione fa sì che uno studio del mondo dei banditi sia uno studio sulla vita e sulla cultura di tutto il mondo contadino. La prigione, la galera, l'esilio erano parte della vita delle classi oppresse: i banditi furono soltanto i bersagli principali di una società oppressiva, che colpiva tutto il mondo rurale.
I fuorilegge, quando non riuscivano o non intendevano reinserirsi nella società - tramite l'arruolamento nell'esercito o la grazia, ottenuta generalmente in cambio dell'uccisione di un proprio compagno o ad opera di una Confraternita (65) - morivano quasi sempre molto giovani. Dimenticati a lungo dalla storia ufficiale (tranne i rari e mitici casi dei banditi "famosi") essi sono quindi caduti nell'oblio :eppure si tratta di un importante capitolo di storia sociale.

1. Essendo impossibile elencare i più significativi contributi sulla storia sociale del crimine pubblicati negli ultimi anni, ci limitiamo qui a ricordare il numero monografico di "Quaderni storici", LXVI(1987), dedicato a: Fonti criminali e storia sociale e per una sintesi sullo stato attuale delle ricerche di storia criminale, il saggio di M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche. Riflessioni sulla fase attuale degli studi di storia del crimine e della giustizia criminale, in "Studi storici". XIX(1988), pp. 491-501.
2. E. J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna, tr. it., Torino 1971. L'Autore è tornato più recentemente sull'argomento nell'Introduction al Convegno veneziano del 1983, i cui atti sono pubblicati in G. Ortalli (a cura di), Bande armate, banditi, banditismo e repressione di giustizia negli Stati europei di antico regime, Roma 1986. Di recente è stato sottolineato come "il latrocinium, solo in apparenza e alla luce di dati formali, può presentarsi in maniera ripetitiva; perché le tensioni interne, le motivazioni profonde, i suoi numerosi "percorsi" ne fanno ogni volta una espressione "nuova" (L. Lacchè, Latrocinium. Giustizia, scienza penale e repressione del banditismo in antico regime,Milano 1988,pp.9-10).
3. Per questa interpretazione, cfr. le notissime opere di J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du XVI siècle, Paris 1957-59; di J. A. Von Hübner, Sixte Quint, Paris 1882; di L. Von Pastor, Storia dei papi, tr. it. Roma 1942-55; di G. Carocci, Lo Stato della Chiesa nella seconda metà del secolo XVI, Milano 1961.
4. L'unico contributo edito sull'argomento è il mediocre saggio di A. Ademollo, Il brigantaggio e la Corte di Roma nella prima metà del secolo decimosettimo, in "Nuova Antologia", XV(1880), pp. 454-472. Il lavoro, poco approfondito rispetto all'analisi delle caratteristiche e delle cause del banditismo, si occupa di due figure di banditi notevolmente diverse fra loro: Pietro Mancino, il quale diventò in seguito "uomo di guerra e capo di insorti" e Giulio Pezzola, che "fini sgherro politico al servizio della tirannide".
5. Delumeau, op. cit., p. 565.
6. P Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna 1982, p. 152.
7. La tesi opposta è stata di recente ribadita da Prodi nel citato Il sovrano pontefice, in cui l'Autore sostiene l'ipotesi dello svuotamento del potere politico e giuridico della feudalità (tra la metà del XV e la metà del XVII secolo) ad opera di una continua e coerente azione del governo papale.
8. Cfr. M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche cit. in cui l'Autore ricorda tra l'altro che "per riempire di fascicoli un archivio di tribunale vale molto di più una giustizia efficiente che una società trasgressiva" (ivi, p.493).
9. Botero, ad esempio, allo scopo di difendere lo Stato dai banditi, suggeriva di rimediare "con lo star bene co' vicini, col tor la commodità de' boschi, e de' ricettacoli a sì fatta gente", ma soprattutto di alimentare il tradimento fra i banditi, seguendo "la via tenuta da Sisto V e da Clemente VIII che ne hanno sgombrato affatto la razza" (G. Botero, Discorso intorno allo Stato della Chiesa, Venezia 1611, p. 37).
10. Il più significativo provvedimento legislativo emesso contro i banditi nei primi decenni del XVII secolo, il Bando del 25 aprile 1608 del sopraintendente generale dello Stato pontificio card. Borghese, stabiliva infatti "che tutti li banditi, sicarij e altri scelerati di qual si voglia Stato, grado, ordine, e conditione si siano, e loro seguaci, e fautori, li quali, o hanno armato, infin'ad hora nello Stato Ecclesiastico, ò per l'avvenire armaranno, o in qual si voglia altro modo infesteranno la pubblica quiete de sudditi di esso Stato siano ipso facto ribelli, e rei di lesa Maestà in primo capite, e incorsi in tutte le pene, & pregiuditij, che nelle leggi, Canoni, Statuti, Bolle, e Constitutioni de Sommi Pontefici sono contenute, & espressamente contro li ribelli, e rei di lesa Maestà" (ASR, Bandi, 25 aprile 1608, Vol. 10).
11. M. Sbriccoli, Crimen lesae maiestatis. Il problema del reato politico alle soglie della scienza penalistica moderna, Milano 1974, p. 263.
12. ibidem.Dello stesso Autore cfr. anche Brigantaggio e ribellismi nella criminalistica dei secoli XVI-XVII, in Bande armate, banditi, banditismo cit, pp. 465-486.
13. Sul dibattito per una definizione terminologica del fenomeno, cfr. gli atti del convegno veneziano, in Bande annate, banditi, banditismo cit.
14. Un processo contro Alfonso Piccolomini per il reato di lesa maestà è in ASR, Trib. Gov. proc., 1581, Vol. 173, proc. 15.
15. Bisogna infatti arrivare all"'associazione di malfattori" del codice penale napoleonico del 1810 per trovare una compiuta previsione della fattispecie associativa.
16. R. Villari, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), Bari 1967, pp. 87-88.
17. Per una analisi delle funzioni del governatore di Roma, ed in particolare per ciò che riguarda la competenza nelle cause criminali si rinvia a J. Spizzichino, Magistrature dello Stato pontificio (476-1870), Lanciano 1930 e N. Del Re, Monsignor governatore di Roma, Roma 1972. Per una analisi dei processi contro i banditi nella seconda metà del Cinquecento, cfr. invece I. Polverini Fosi, La società violenta. Il banditismo dello Stato pontificio nella seconda metà del Cinquecento, Roma 1985.
18. P Fiorelli, La tortura giudiziaria nel diritto comune, Milano 1953-54, p.192.
19. Lo Statuto del 1580 stabiliva tra l'altro: "Publici latrones e viarum violatores, homicidae, falsarij monetarum, maiestatis rei, incendiarij, violatores mulierum, sodomitae, Status Romani Populi turbatores, e proditores, ac de praedictis, seu aliquo praedictorum infamati vel descripti, e nominati in infrascriptis libris infamatorum pro praedictis, si fama praecedente per tres saltem idoneos testes probata, ad manus Curiae devenerint, ne tanta scelera impunita remaneant, pro veritate eruenda, prout dictaverit discretio Senatoris, e suorum Iudicum, ad tormenta contra eos procedatur" (Statutta almae urbis Romae authoritate Gregorij PP. Xlll a Senato populoq. Romano edita et reformata, cum glossis D. Leandri Galganetti, Roma 1611,1. II, c. XIII).
20. Rispetto alla tortura della veglia la Bolla del 1612 stabiliva: "Tormento vigiliae iudices non utantur, tisi in delictis atrocissimi, et in quibus etiam urgentissima praecedant indicia; et tunc, nonnini voto congregationis illius tribunalis, quo proceditur contra reum, nec unquam reus subiiciatur huic tormento vigiliae eodem quo die agio genere tormentorum fuit tortus; minusque reus, qui tormento vigiliae positus, deteneantur, ne ultra vigiliae tormentum patiatur etiam tormentum funis; sed in omnibus modus adhibeatur, quo, vel innocentiae reus, vel supplicio reserventur, et iudices, tam in hoc quam in aliis tortnentis, ipsi assidue, contineque assistant omnino nec eorum locum notarium, vel substitutum fiscalem dimittant" (Paolo V, Bolla CXCIV, Reformatio Tribunalium Urbis, eorumque officialium,in Bullarum diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorumm Pontificium, Augustae Taurinorum 1860).
21. Dello Statuto di Roma abbiamo consultato l'edizione del 1611; un elenco delle differenti edizioni degli Statuti è nel Catalogo della raccolta di Statuti, consuetudini; leggi, decreti, ordini e privilegi dei comuni, delle associazioni e degli enti locali italiani dal Medioevo alla fine del XVIII secolo, Roma 1943-63.
22. Così lo Statuto descrive le pene previste per gli autori del latrocinium: "Insidiatores viarum, e itinerum frequentatorum e piratas impune occidere unicuique permittitur; pro primo autem latrocinio, in loco ubi reperti sunt (si in fragranti crimine deprehendantur) furca suspendantur, itaut moriantur: sed si in fragranti crimine deprehendi non sint, e in potestate habeantur, causa cognita, similiter pro primo latrocinium furca suspendantur ad mortem". (Statuta cit., 1. 11, c. LVIII). Per una analisi del crimen di latrocinio e degli altri reati tipici dei banditi, cfr. M. Sbriccoli, Brigantaggio e ribellismi cit. e L. Lacchè, Latrocinium cit.
23. Statuta cit.,1. II, c. XXIIII.
24. G. B. Scanaroli, De visitatione carceratorum libri tres, Roma 1655, p. 160.
25. ASR, Bandi, 26 giugno 1608, Vol. 10.
26. P. Farinacci, Praxis et theorica criminalis amplissima, Roma 1605, p. 219.
27. Per una analisi degli specialia, cfr. L. Lacchè, "Ordo non servatus". Anomalie processuali, giustizia militare e "specialia" in Antico Regime, in "Studi storici",XIX (1988),pp.361-384 e, dello stesso Autore, il già citato Latrocinium, p.205 sgg.
28. ASR, Bandi, 26 giugno 1608, Vol. 10; di questo provvedimento legislativo troviamo menzione anche negli Avvisi. Il 28 giugno leggiamo ad esempio: "E' uscito un altro bando più rigoroso del p.o contro li banditi et lor fautori promettendosi alli uccisori grosso premio et all'istessi banditi ancor che capi l'impunità in occasione che ammazzassero il compagno" (BAV, Avviso dei 28 giugno 1608 in Cod. Urb. Lat. 1076, fol. 474).
29. Una stima quantitativa del numero dei giustiziati nella città di Roma, ma non nette altre zone dello Stato, è possibile sulla base dei dati della Confraternita di S. Giovanni Decollato, che assisteva i condannati a morte negli ultimi attimi della loro vita. L'elenco dei Nomi dei giustiziati assistiti negli ultimi momenti dalla Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato detta della Misericordia conservato all'ASR non fornisce però indicazioni sui reati commessi dai condannati; alcune notizie sono comunque contenute nella documentazione della Confraternita.
30. Cfr. P Farinacei, op. cit., p. 339. Anzi, "a poena immunis sii non solum occisor, sed etiam qui mandavit ipsum uccidi". E ancora, "liceat bannitum ne dum occidere, sed etiam suspendere", oppure "in privato carcere detinere, e ibidem torqueri", ma su questo non tutti i doctores erano concordi.
31. E. Hobsbawm, l banditi cit., p. 82.
32. Su Alfonso Piccolomini cfr. in particolare la monografia di L. Grottanelli, Alfonso Piccolomini. Storia del secolo XVI, Firenze 1892 e i più recenti studi di E Benadusi, A. Piccolomini duca e bandito del XVI secolo, in "Ricerche storiche", VII(1977), pp. 93-118, di A. Vanzulli, Il Banditismo, in G. Spini (a cura di), Architettura e politica da Cosimo I a Ferdinando I, Firenze 1976, e il citato studio di I. Polverini Fosi.
33. ASR, Trib. gov proc., 1604, Vol. 35, proc. 2, da fol. 74.
34. BAV Aiviso del 22 luglio 1606, Cod. Urb. Lat. 1074, fol. 394.
35. BAV,Aiviso del 12 aprile 1608, Cod. Urb. Lat. 1076, fol. 282.
36. BAV Avviso del 21 giugno 1608, Cod. Urb. Lat. 1076, fol. 473.
37. E' il caso della vicenda del signor Filiberto della Bordisiera, arrestato con l'accusa di aver ricettato un bandito. Per questo episodio, cfr. in particolare gli Avvisi del 13 e del 20 ottobre 1607, Cod, Urb. Lat. 1075.
38. Per una esplicitazione di questa interpretazione cfr. R. Villari, op. cit., pp. 71-81 e, dello stesso Autore, Ribelli e riformatori dal XVI al XVIII secolo, 2^ ed., Roma 1983.
39. I Polverini Fosi, op. cit., p. 111.
40. ibidem, p. 168.
41. Nelle fonti archivistiche non capita raramente di trovare notizie analoghe a quelle contenute in una relazione del 1604 in cui si riferisce che un capitano "non fa altra professione che di recettar banditi, fumentarli, et aiutarli" (ASR, Trib. gov proc., 1604, Vol. 35, proc. 2, da fol. 74).
42. ASR, Trib. gov proc., 1612, Vol. 112, proc. 11, da fol. 190.
43. ASR, Trib. gov proc., 1610, Vol. 87, proc. 18, fol. 601.
44. ASR, Trib. gov: proc, 1610, Vol. 88, proc. 18, fol. 670.
45. ASR, Trib. gov: proc., 1612-1613, Vol. 116, proc. 8, fol. 268.
46. ASR, Trib. gov proc., 1607, Voi. 56, proc. 12, fol. 1147.
47. ASR, proc. cit., fol. 1146.
48. Ad esempio, "una mattina s'accordò co quattordici altri banditi che fu la mattina della festa del Corpo di Cristo, entrò in Vicalvi mentre se diceva messa et entrorno in Chiesa cioè esso Francesco et m.ro Gio., et l'altri aspettorno fora, et tagliorno la fune delle campane et caporno quelli volevano et li legorno co quelle fune delle campane et li menorno fora et lì fora della porta della Chiesa l'amazzorno che furno dieci li morti, et tra l'altri ci fu un not.o co tre figlioli et così cominciò andare in campagna con banditi...che questo fu cinq o sei anni innanzi l'anno santo di Papa Gregorio" (ASR, proc. cit. fol. 1109).
49. Un capo bandito riferisce ad esempio: "Quanto al magnare lo levavamo dove lo trovavamo ...ma veramente la magior parte ce ne dava amorevolmente" (ASR, proc. cit., fol. 1120).
50. ASR, Trib. gov. proc., 1608, Vol. 74, proc. 1, da fol. 1.
51. G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell'Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi, Torino 1974, p. 15.
52. Per informazioni sui mercanti di campagna, cfr. oltre alle opere generali, Piscitelli, Un ceto scomparso nello Stato della Chiesa: i mercanti di campagna, in "Studi romani", XVI (1968), pp.446-457.
53. M. Petrocchi, Roma nel Seicento, Bologna 1970, p. 64.
54. Tale situazione era molto diffusa, come risulta dalle testimonianze rese at processi: "Il mio essercitio è di calzolaro et da un anno in qua... quando io ho lavorato, quando sì et quando no, che alli volti quando è stato tempo di vendemmia andavo a vendemmiare et quando era tempo di spigolare spigolavo" (ASR, Trib. gov. proc., 1609, Vol. 82, proc. 2, fol. 429).
55. R. Paci, La ricomposizione sotto la Santa Sede: offuscamento e marginalità della funzione storica dell'Umbria pontificia, in E. Fasano Guarino (a cura di), Potere e società negli Stati regionali italiani del '500 e '600, Bologna 1978, pp. 229-239.
56. Comunque, nel difendere i fuorusciti, talvolta anche le donne commettevano reati: ad esempio nel 1612 a Tivoli la moglie di un bandito, dopo aver minacciato un oste che non intendeva lasciare la casa dove abitava per lasciarla al marito bandito, gli gettò "un tizzoni di foco nel fienili della stalla, et il foco si accesi di maniera nel fieno che arsi una buona quantità di fieno, et se non fusse stato il concorso di molta genti, che venne con quantità d'acqua per smorzare il foco si abrusciava la rasa con tutti le massarie" ( ASR, Trib. gov. proc., 1612,Vol.110, proc. 11, fol. 195).
57. Così viene descritto un gruppo di banditi che nel territorio di Montefortino il 13 dicembre 1609 assaltarono coloro che tornavano dalla fiera di Santa Lucia. Si trattava di "quattro huomini che stavano in un fosso" e "portavano l'infrascritti contrasigni. Doi portavano le cappe fratische uno di spazzacamino et l'altro no havea cappa, erano giovani et di giusta statura. Uno havea la ciuffa uno poco dì barba rossa un altro havea la barba rasa et uno andava col viso coperto et tutti erano armati d'archibugio et pugnale" (ASR, Trib. gov. proc., 1610, VoI.87, proc. 18, fol. 583).
58. Fra i numerosi esempi di rapimenti, il pia interessante e forse quello avvenuto a Farfa nel 1601 ad opera di un gruppo di banditi che, come riscatto, aveva chiesto l'esorbitante cifra di duemila scudi. Ciò che è interessante, nel rapimento di quest'uomo "che fu priso da banditi per ricattarlo", e che fu tenuto "in lontani paesi et asprissime montagne per doi misi continui", è il fatto che durante il sequestro numerose persone si siano recate in montagna nel luogo - evidentemente conosciuto dalla popolazione - in cui i banditi tenevano l'ostaggio, per trattare il riscatto e la liberazione del rapito, senza mai denunciare i1 fatto alle autorità pontificie (ASR, Trib. gov proc., 1602, Vol. 17, proc. 9, da fol. 348).
59. Talvolta in tali situazioni si verificarono anche contrasti fra i banditi e i guardiani dei campi: così nel caso di un uomo trovato in una vigna. I guardiani gli dissero "che no stava bene a far danno nelle vigne d'altri così di notte et colui ci rispose oh si farìa il mondo ho colto solo un poco d'uva ...et poi ci disse voi guardiani bravate motto forte, et noi li rispondessimo ci pare bavere ragione, perché a noi tocca di rifare li danni" (ASR, Trib. giovi prnc., 1610, Voi. 87, proc. 18, fol. 562).
60. ASR, Trib. gov. proc., 1610, Vol. 88, proc. 18, da fol. 660.
61. F Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, trad. il. Torino 1953, p. 890.
62. ASR, Trib. gov. proc., 1610, Vol. 87, proc. 18, fol. 574.
63. Sul ricco dibattito storiografico intorno a queste rivolte, cfr. tra gli altri, R. Villari, Ribelli e rifonnatori cit., oltre alle opere, di differente impostazione, di B. E Porschnev, Lotte contadine e urbane nel grand siècle, tr. it., Milano 1976 e di R. Mousnier, Fureurs paysannes dans les révoltes du XVII siècle (France, Russie, Chine), Paris 1967. 64. E. Hobsbawm, I banditi cit., p. 95.
65. Ogni anno, in occasione delle feste natalizie, le Confraternite ottenevano la liberazione di alcuni carcerati. Sembra però che la scelta ricadesse quasi sempre sui più ricchi i quali, una volta scarcerati, erano soliti elargire una cospicua donazione alla Confraternita che li aveva aiutati. Sulla liberazione di un uomo, Claudio Bernabei, "solito a delinquere", accusato tra l'altro di essere "publico partecipante, commensale et recettatore di banditi publici", cfr. ASR, Trib. gov Proc., 1612-1613, Vol. 116, proc. 8, fol. 163 sgg.

 

Capi-banditi del Cinquecento

 

Era l'autunno del 1590 quando a Roma circolò sempre più insistentemente la voce che alcune centinaia di banditi, presenti ormai da mesi nella Campagna romana, si preparavano ad entrare nella città per ricattare i cardinali riuniti in conclave. La situazione politica, in quei mesi particolarmente instabile, faceva temere che i fuorilegge fossero fomentati dagli spagnoli.

Sisto V, il pontefice che aveva dedicato molte energie alla spietata guerra contro il banditismo, esploso in quegli anni in modo dirompente, era scomparso nell'agosto di quell'anno. Il suo successore, Urbano VII, morto improvvisamente dopo soli dodici giorni di pontificato, aveva lasciato lo Stato della Chiesa in una situazione politica particolarmente difficile. I contrasti sorti fra il granduca di Toscana Ferdinando I e gli spagnoli avevano infatti portato ad un'aspra contesa: le due parti tentavano con ogni mezzo di sostenere i propri candidati. I banditi rappresentavano dunque una pesante minaccia, e il timore che potessero essere strumentalizzati non era infondato. A peggiorare la situazione c'era la carestia, che imperversava a Roma aumentando la tensione. Gli spagnoli utilizzarono abilmente la circostanza promettendo, in cambio dell'elezione del pontefice, l'approvvigionamento della città. Il grano era fermo nel porto di Napoli, e il malcontento della popolazione aumentava l'instabilità politica.

In questa situazione alcune centinaia di banditi, guidati da Marco Sciarra e Battistello da Fermo, si avvicinarono alle porte di Roma, effettuando saccheggi e scorrerie.

Abruzzese, "homo, benché di vil condizione, d'animo e di spirito elevato", lo Sciarra era riuscito con la sua fortissima personalità a porsi a capo di una formazione composta da un migliaio di uomini. "Marcus Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas": così, sembra, si autodefinisse il fuorilegge che, caso unico nel panorama del banditismo cinquecentesco, prelevava denaro ai ricchi per donarlo ai poveri. Nel 1590, con il soprannome di Re di Campagna giungeva nelle vicinanze di Roma aiutato dal mondo contadino, dopo essersi scontrato con le truppe del viceré di Napoli.

Inutilmente Sisto V, tramite una crudele repressione contro tutta la società rurale, aveva tentato di spezzare l'appoggio che la popolazione forniva ai banditi: le truppe inviate dal governo per combattere i fuorilegge trovavano da parte del mondo contadino un'ostilità che a volte si trasformava in una vera e propria resistenza armata. Avevano le loro ragioni. Se i banditi rispettavano in genere i beni ed il modo di vita dei poveri, i soldati inviati per combatterli seminavano il terrore senza alcun rispetto per le popolazioni.

Nel 1592 la banda aveva ormai perso l'unità che la aveva caratterizzata negli anni precedenti: Marco Sciarra e trecento suoi compagni passarono al servizio della Repubblica di Venezia per combattere gli Uscocchi. La tensione, già esistente fra Venezia e lo Stato pontificio crebbe enorme­mente. Dopo essersi ribellati ai veneziani, che intendevano inviarli a sostituire le truppe decimate dalla peste, alcuni fuorilegge, fra cui Marco Sciarra, riuscirono a fuggire e a ritornare clandestinamente nello Stato della Chiesa. Nel 1593, vicino ad Ascoli, il capo bandito venne ucciso da un suo ex-luogotenente, che in cambio ottenne dal governo papale la grazia per sé e per numerosi altri banditi.

 

Il duca ribelle

Alcuni capi-banditi della fine del Cinquecento sono rimasti avvolti, nella fantasia popolare, da un alone leggendario. Si racconta ad esempio che, in una locanda di una piccola località nei dintorni di Roma, un commerciante inglese incontrò uno sconosciuto dall'aspetto imponente ed affascinante. Il misterioso uomo, entrato in confidenza con il viaggiatore, lo esortò a non attraversare l'Abruzzo, essendo il luogo frequentato da una banda di briganti. Ma il commerciante voleva proseguire il viaggio: lo sconosciuto gli die­de allora un bottone d'argento, dicendo di mostrarlo ai fuorilegge nel caso di un loro assalto. Il regalo ebbe un effetto magico; i banditi fecero persino la scorta al commerciante perché arrivasse a destinazione senza fastidi. Dopo un lungo cammino i viaggiatori incontrarono nuovamente il misterioso donatore del "magico" bottone.

Alfonso Piccolomini rivelò così la sua identità, ripercorse le tappe più importanti della sua vita per poi congedarsi fornendo al gruppo una scorta per proseguire il viaggio. Duca di Montemarciano e feudatario a Firenze oltre che nello Stato della Chiesa, Alfonso Piccolomini divenne capo-bandito in seguito a dissensi con le autorità pontificie. Il signore ribelle fu ben presto colpito da alcuni provvedimenti di Gregorio XIII, il quale fece anche demolire un suo castello che si era trasformato in un rifugio di banditi.

Nel 1581 le truppe inviate dal papa nelle Marche contro Alfonso Piccolomini e i suoi seguaci si rifiutarono di combattere i fuorilegge.

Godendo di potenti appoggi nel granducato di Toscana, il leggendario nobile ribelle, che si era lasciato crescere una folta barba e lunghi capelli, poteva agire pressoché indisturbato; nel 1583 riuscì persino ad entrare in Roma dove, con un breve pontificio, gli fu concesso il perdono. Gregorio XIII non vedeva altre possibilità, dopo aver speso in un anno, senza risultati, 70.000 scudi per combattere il Piccolomini.

In seguito ad una mediazione del cardinale dei Medici Alfonso riuscì a stabilirsi, con altri banditi, nel suo feudo di Montemarciano finché i dissensi con il duca di Urbino lo portarono a partire per la Francia dove erano in corso le guerre di religione. Ma l'avventura francese durò poco e nel 1585 Alfonso è in Italia, al servizio del granduca Francesco I per combattere i banditi nel territorio di Siena. Il suo spirito ribelle, la sua insofferenza nei confronti di ogni autorità lo portarono però ben presto di nuovo sulla scena come capo-bandito prima al servizio degli spagnoli, poi sempre più solo, dopo aver perso gli appoggi importanti.

L'estrema mobilità, gli astuti accorgimenti (si serviva di un sosia ed usava alcuni travestimenti), rendevano più difficile alle autorità pontificie una sua localizzazione. E mentre si intensificavano le azioni ed i saccheggi di banditi nella Campagna romana nel 1590 Marco Sciarra si unì, nei pressi di Caprarola, al Piccolomini, che aveva sconfitto le truppe pontificie a Palidoro. I due capi-banditi riuscirono a mettere insieme circa cinquecento fuorilegge, ma nel giro di pochi mesi iniziò l'epilogo della vicenda del Piccolomini, ormai abbandonato a se stesso. Alla fine di novembre le autorità papali diedero il permesso alle truppe granducali di entrare nei domini pontifici per combattere i fuorilegge. Il 6 dicembre si svolse la battaglia determinante alla quale partecipò anche Marco Sciarra. Le truppe pontificie, insieme e quelle toscane, pur non riuscendo ad accerchiare i banditi, crearono però tra le loro fila un disorientamento dal quale non furono più in grado di uscire. Le truppe granducali proseguirono la lotta contro il Piccolomini finché, il 5 gennaio 1991, riuscirono a catturarlo a Forlì. Sorsero aspri contrasti fra la corte toscana e le autorità pontificie, che desideravano avere nelle proprie mani una preda così ambita: per una parte della nobiltà e delle gerarchie ecclesiastiche l'eventualità di una confessione del Piccolomini rendeva temibile la sua permanenza nelle carceri di Firenze.

Ma Ferdinando I non aveva interesse a pubblicizzare intrighi e protezioni; dopo un processo a porte chiuse, la vita del nobile ribelle si chiuse il 16 marzo 1591 quando, senza che mostrasse alcun pentimento, fu impiccato a Firenze, al palazzo della Podestà.

 

 

 

Il brigantaggio a Roma e nel Lazio

 

Nel luglio 1819 Pio VII diede l'ordine di radere al suolo l'intero paese di Sonnino, patria di numerosi briganti. Le autorità pontificie erano infatti arrivate alla convinzione che "fino a che si lasci esistere questo nido, e questo principal sostegno dei malviventi, non sarà mai possibile distruggere il Brigantaggio". Fortunatamente l'attuazione del famigerato provvedimento venne bloccata, in seguito a numerose proteste, dopo che furono abbattute "soltanto" una ventina di case. Gli esiliati tornarono nel loro paese ma nessuno risarcì quei malcapitati che si erano visti distruggere la propria abitazione.

Da alcuni secoli il brigantaggio turbava i sonni delle autorità pontificie, che avevano tentato invano di sconfiggerlo con metodi più o meno ortodossi e talvolta anche spietati. Nulla da fare. Dopo brevi periodi di tranquillità le condizioni economiche, sociali e politiche rigeneravano il fenomeno. Le bande scorrevano nei dintorni di Roma - pittoresca componente di un paesaggio che affascinava i viaggiatori stranieri ma era un inferno per i suoi abitanti - in un'area semi­deserta e devastata dalla malaria che si estendeva fra la Ma­remma meridionale e l'Agro romano, la Ciociaria e le Paludi pontine.

La diffusione e il permanere del brigantaggio erano all'epoca imputati all'incapacità degli uomini impiegati nella repressione e all'inadeguatezza della legislazione. Nessuno dava infatti ascolto alle poche voci più sensibili, come quella di un ufficiale dei Carabinieri che nel 1821 individuava le cause del fenomeno nella disoccupazione - la "mancanza di travaglio" - e nelle "vessazioni che si fanno ai poveri per parte degli esattori", oppure quella di un  missionario secondo cui esso traeva origine dall'oppressione e dalla conseguente "odiosità fra poveri e benestanti": tra insuccessi e glorie effimere la lotta contro il brigantaggio continuava quindi ad essere condotta principalmente con misure militari, e seguiva i principi di sempre, in particolare l'incentivazione del tradimento tramite misure premiali e la repressione contro intere comunità rurali.

Il brigantaggio laziale dell'Ottocento, alimentato dal permanere di giurisdizioni particolari e dall'incapacità delle autorità centrali di controllare le periferie, era l'espressione della decadenza di un sistema ancora feudale che favoriva le angherie dei nobili e i soprusi del fisco. A tutto ciò si aggiungeva la divisione dell'Italia in diversi Stati, che permetteva ai briganti di sfuggire alle truppe passando da un paese all'altro, dal momento che i differenti governi spesso non riuscivano a trovare accordi per un intervento comune. Il brigantaggio proliferava in particolare nelle zone montagnose di confine del Basso Lazio, nelle Province di Marittima e Campagna che si estendevano intorno a Frosinone e Velletri, e al nord nelle selve del Viterbese confinanti con la Maremma grossetana.

Endemico nelle società rurali, il fenomeno trovava alimento in ogni crisi politica e nei momenti di instabilità sociale; alla fine del Settecento e all'inizio dell'Ottocento fu rinvigorito dall'occupazione francese. La resistenza armata contro le forze rivoluzionarie (appoggiate da parte della borghesia ma osteggiate dal popolo) e, in seguito, contro le armate napoleoniche si trasformò nel Basso Lazio in brigantaggio perché i giacobini non solo non avevano alleviato l'estrema povertà delle popolazioni locali, ma le avevano anche spaventate con la minaccia della leva obbligatoria. In molti si diedero alla macchia, divenendo facile strumento dalle forze borboniche e clericali.

I francesi promulgarono, fra le altre, la legge della ristretta, adottata in seguito anche dalle autorità papali: per evitare i contatti fra pastori e briganti si vietava di condurre in montagna il bestiame, che doveva essere fatto pascolare in un unico luogo e, di notte, rientrare nei recinti. I briganti non ebbero difficoltà a sopravvivere, ma intere greggi furono devastate dalle epidemie.

Nel 1814, alla notizia che al ritorno del papa sarebbe stata concessa un'amnistia, alcuni fuorilegge si scatenarono contro francesi e loro "fiancheggiatori". Quando si consegnarono fu loro intimato di trovarsi un lavoro, ma l'esortazione suonava come una beffa in una situazione in cui la disoccupazione raggiungeva livelli spaventosamente alti. All'inizio comunque tutto andò bene; gli amnistiati, che avevano messo da parte grazie alle loro azioni un po' di risparmi, cercavano infatti un periodo di tranquillità, molti ne approfittarono per sposarsi. Alcuni furono riarmati dallo Stato e divennero sbirri. Ben presto però ricominciarono le azioni di brigantaggio e l'anno successivo molti vennero arrestati.

Le autorità papali continuavano ad adottare la politica del bastone e della carota, con periodiche amnistie affiancate da severe misure repressive. I briganti usufruivano del perdono scatenandosi nei periodi di trattativa, sapendo che di lì a poco quei reati sarebbero stati condonati. Dopo un breve periodo di "normalità" tornavano però alla macchia.

Fra gli amnistiati del 1818 figurava il capobanda Masocco che, divenuto sbirro, iniziò a combattere con accanimento ed abilità i compagni di un tempo. Il brigante De Cesaris, attiratolo in un tranello, lo uccise provocando una feroce rappresaglia degli sbirri, che trucidarono tutti i suoi familiari e sgozzarono la moglie incinta.

Intanto i briganti proseguivano nella "normale routine": uccidevano i propri nemici ma soprattutto le spie, sequestravano nobili e religiosi per ottenere un riscatto ed assaltavano i viaggiatori, per i quali il rischioso incontro con i fuorilegge costituiva un'affascinante componente del Grand Tour. I briganti erano ormai mitizzati e celebrati quali giustizieri e vendicatori di torti in numerose ballate, versi e romanzi, ma anche ritratti da pittori ed incisori: Bartolomeo Pinelli trascorse un periodo della sua vita "alla macchia" per riprenderli dal vivo.

Alcuni fuorilegge sembravano imprendibili. Sfuggivano alla cattura servendosi di sentinelle, pattuglie e segnali di riconoscimento ed adottando una tattica efficace che univa estrema velocità di movimento, attacchi improvvisi e rapidità nella ritirata. Ma soprattutto godevano di informazioni molto maggiori delle truppe perché le popolazioni erano dalla loro parte. Fra i corpi impiegati contro i briganti, oltre alle forze statali c'erano milizie locali come i Cacciatori che, comprendendo molti ex-briganti, spesso aiutavano i fuorilegge anziché combatterli.

Acconciarsi "da brigante" era una moda per i giovani, che sostavano nelle piazze indossando "cappello a pan di zucchero con coppola alta, ornamento di colorati lacci e crini intrecciati in replicati giri con fiocchetti dei medesimi, le zazzere di lunghi capelli vicino le orecchie ed anche una certa allacciatura a fascia con gli spaghi delle cioce nello streto del piede sopra il malleolo".

I provvedimenti legislativi divennero, nel corso dei primi decenni dell'Ottocento, via via più severi: distruzione di case di briganti, taglio delle macchie ai lati delle strade per evitare agguati, chiusura di case ed osterie isolate, introduzione di permessi di polizia per chi si allontanava dalla propria abitazione, deportazione di intere famiglie e confisca dei beni, mentre i tribunali e le commissioni speciali condannarono in pochi anni centinaia di persone. I partecipanti alle conventicole (in alcuni periodi bastavano due persone perché il gruppo fosse dichiarato tale) erano ipso facto condannati a morte, anche senza aver commesso altri delitti e potevano essere fucilati, come coloro che avevano solo aiutato un parente brigante, considerati anch'essi rei di lesa maestà, il reato politico per eccellenza.

I pastori erano stretti fra due fuochi; mentre però i briganti in genere li rispettavano, limitandosi a pretendere un po' di pane, polenta o carne per nutrirsi, i provvedimenti governativi li danneggiavano certamente di più. Scarsi risultati avevano dunque i ripetuti tentativi di coinvolgere le popolazioni nella lotta al brigantaggio, ordinando loro di marciare contro i fuorilegge oppure istituendo pesanti pene per i manutengoli, cioè i fiancheggiatori, ma anche portando a cifre astronomiche le ricompense per chi avesse consegnato un brigante vivo, oppure la sua testa. Pur se i premi promessi (ma talvolta non pagati) erano certamente allettanti per chi aveva a malapena di che sopravvivere, ben pochi tentavano l'impresa. Queste norme producevano però strani "commerci", perché quando un brigante moriva per cause naturali c'era sempre qualcuno che cercava di trarne profitto tagliandogli la testa e consegnandola alle autorità.

Nel 1820 a Napoli era nato un sistema costituzionale, osteggiato dalla reazione internazionale; le truppe austriache si rovesciarono allora sull'Italia per restaurare la monarchia borbonica. Le forze costituzionali armarono un grande esercito per difendere le frontiere con lo Stato pontificio, proponendo ai capibanda Alessandro Massaroni, principale figura del brigantaggio pontificio, e Michele Magari, che operava nel Regno di Napoli, una Carta che garantiva loro sicurezza, una paga giornaliera e un alloggio a Monticelli (oggi Monte S. Biagio) in cambio dell'impegno a molestare, al suo passaggio, la retroguardia austriaca.

Massaroni accettò subito: divenuto comandante del Corpo Franco del Regno indossò con orgoglio un'uniforme rossa con spalline da capitano. Si formò così un'oasi di tranquillità per i briganti e in poco tempo ne arrivarono circa 150. Alcuni, fra cui forse lo stesso Massaroni, aderirono alla Carboneria, altri si sposarono.

Quando gli austriaci, vittoriosi, scesero velocemente verso il sud, i briganti non fecero in tempo ad intervenire. La Carta fu però inaspettatamente rinnovata anche dagli austriaci, nonostante le vigorose proteste delle autorità papali, infuriate perché i briganti entravano nello Stato, commettevano delitti e poi ritornavano nel loro comodo asilo. Molti fuorilegge, convinti che quel paradiso non potesse durare a lungo, erano intanto tornati alla macchia. In effetti nel giugno 1821 ci fu un assalto congiunto di truppe pontificie ed austriache.

Massaroni fu catturato ormai morente (era in gravi condizioni per una vecchia ferita mai guarita) ed esposto al pubblico. Una volta morto fu decapitato e la sua testa venne presentata a Terracina, ma per questioni burocratiche e per mancanza di denaro per pagare la taglia i soldati dovettero portarsi dietro per un po' la testa prima di ricevere i soldi.

Antonio Gasparoni si preparava a prendere l'eredità di Massaroni come capo del brigantaggio del Basso Lazio.

Nel 1824 il cardinal Pallotta, ricevuti da Leone XII i pieni poteri, notificò un Editto per lo sterminio dei banditi nelle province di Marittima e Campagna che provocò le proteste dei comuni - obbligati a pagare una vessatoria ammenda per ogni reato compiuto nel loro territorio - secondo i quali il cardinale "faceva lui solo più danni alla provincia di tutti i briganti messi insieme!". Riuscirono a farlo sostituire. Con la cattura della banda di Gasparoni, nel 1825 le autorità erano convinte di aver definitivamente sconfitto il fenomeno che invece, dopo alcuni anni, riapparve in modo virulento.

Nel 1861, dopo la caduta della monarchia borbonica, il brigantaggio fu riacutizzato dalla mancata realizzazione delle promesse della borghesia liberale alle masse contadine; la collaborazione borbonico-clericale attizzò la rivolta nel Sud ma anche nelle zone di confine dello Stato pontificio, che allora era ormai costituito solo da un territorio più o meno coincidente con la regione laziale. Lo Stato unitario, per soffocarlo, ricorse a leggi e tribunali speciali, esercito e stato d'assedio.

Intorno al 1870 il brigantaggio fu estirpato dalla Ciociaria, ma non ancora dall'Alto Lazio. Nel 1893 Giolitti tentò di risolvere il problema attraverso assurde retate di massa che non raggiunsero l'obiettivo. L'evoluzione sociale aiutò però le autorità, decretando la fine del brigantaggio: con gli inizi del secolo pure dal viterbese scomparve dunque questa "calamità naturale" delle società preindustriali.

Il Novecento ha prodotto soltanto alcuni isolati epigoni del fenomeno, giustizieri urbani animati da un elementare orientamento politico che, individuando come nemico il sistema dei ricchi, hanno agito da novelli Robin Hood.

 

Storie di briganti...

 

Antonio Gasparoni

  Se le autorità pontificie non avessero attuato un vergognoso inganno contro alcuni briganti, probabilmente per Antonio Gasparoni (o Gasbarroni, o Gasperone... la grafia dei cognomi nel secolo scorso era ancora poco definita) e i suoi compagni la vita si sarebbe conclusa in modo migliore, ma noi non potremmo disporre di un prezioso e forse unico documento, una memoria del brigantaggio ottocentesco scritta dagli stessi protagonisti.

Ecco la storia. Il vicario di Sezze, monsignor Pellegrini, contattò il capo brigante Gasparoni - da tempo principale incubo delle autorità pontificie - attraverso le mogli di due carcerati proponendogli l'amnistia, e l'esilio in America, in cambio della resa. Il brigante, che non era certo uno sprovveduto, iniziò a credere alle promesse forse anche perché, innamoratosi di una giovane donna, desiderava rientrare nella "normalità" per poterla sposare.

Dopo la consegna delle armi, gli arresi furono rinchiusi a Castel Sant'Angelo, ma l'inganno non era ancora terminato. Alle due intermediarie venne infatti garantita la scarcerazione dei loro mariti solo nel caso in cui avessero convinto il resto della banda a consegnarsi. Inviate in montagna, le donne raggiunsero lo scopo: risultato della storia, tutti i briganti trascorsero il resto della loro vita fra le prigioni di Roma, Civitavecchia, Spoleto e Civitacastellana. I sopravvissuti, tra cui Gasparoni, vi rimarranno fino al 1870 quando saranno scarcerati in seguito ad una supplica a Vittorio Emanuele II. Giunto a Roma, il mitico brigante ormai ottantenne, che trascorreva il tempo facendo la calza, divenne un simbolo della lotta contro le ingiustizie. Morì alcuni anni dopo ad Abbiategrasso in una sorta di esilio.

Durante la lunga carcerazione il capo brigante, visitato da numerosi stranieri, era riuscito insieme al suo luogotenente Pietro Masi a trasformare l'inconsueto "pellegrinaggio" in un piccolo ma ingegnoso business, vendendo opuscoli manoscritti contenenti il racconto delle leggendarie azioni della banda. L'edizione completa delle Memorie ci fornisce un interessante e divertente resoconto di vita "alla macchia".

Nato nel 1793 a Sonnino e rimasto orfano da piccolo, il giovane Antonio si unì ai fuorilegge dopo aver ucciso il fratello di una bella contadina di cui era innamorato. La famiglia della donna lo aveva infatti allontanato in quanto fratello di un "poco di buono", quel Gennaro divenuto brigante per non andare alla leva.

Antonio si trovò ben presto a capo di una banda che agiva prevalentemente nel Lazio meridionale: i briganti fecero parlare di sé a tal punto che si era diffusa, fra gli eccentrici e intraprendenti galantuomini stranieri, la moda di trascorrere le vacanze insieme ai fuorilegge. Il gruppo sopravviveva effettuando sequestri di ricchi signori o clamorose irruzioni nei conventi, portando i religiosi sulle montagne ed ottenendo ingenti riscatti. Gasparoni esaminava le "domande di ammissione" seguendo norme molto rigide, e non accettò, ad esempio, un parricida in quanto indegno.

I fuorilegge si attenevano a regole da guerriglia - perfetta conoscenza del territorio e frequenti spostamenti - servendosi di una vasta rete di appoggi e di informatori retribuiti che permetteva loro di prevedere gli spostamenti delle milizie. Le autorità pontificie provarono a catturare Gasparoni con mezzi più o meno leciti, arrivando persino a tentare di avvelenarlo.

Nel 1818 quattro gendarmi pontifici, travestiti da briganti, furono accolti nella banda ma dopo poco furono uccisi dai fuorilegge che avevano scoperto il tranello. Successivamente si cimentò nell'impresa un colonnello dei gendarmi, senza sospettare che il suo cuoco era un informatore dei banditi. Per tutta risposta i fuorilegge gli rapirono il figlio, insieme ad un amico, e ottennero - in cambio della liberazione dei due giovani - il rilascio di alcuni carcerati appartenenti alla banda, compresi tre condannati a morte.

Cresceva così la taglia (e la leggenda) sul capo di un bri­gante "buono", inflessibile con le spie ma generoso con la sua gente, soprattutto con bambini ed anziani.

Nel marzo 1822 sulla strada fra Roma e Napoli i briganti rapirono un colonnello austriaco. Circondati da migliaia di soldati, si salvarono perché Gasparoni riuscì a "mascherare" i fuorilegge da gendarmi pontifici "in cerca di malfattori". Ferito più volte dalla forza armata, il capo brigante veniva curato dai contadini, mentre i suoi compagni mediante azioni diversive tenevano lontane le truppe.

Anche il governatore (e medico) di Pisterzo, armatosi, provò a catturare i briganti: riuscì ad avere fra le mani solo alcuni cappelli e mantelli. In compenso crebbe l'odio nei suoi confronti, tanto che la popolazione chiese a Gasparoni di eliminarlo. La banda entrò in chiesa il giorno dell'Ascensione, durante la messa, e lo uccise con somma gioia dei presenti. Dopo il fatto l'arciprete, oltre a pregare per l'anima della vittima, invitò i briganti a mangiare nel presbiterio. Stranezze dell'epoca!

 

 

Domenico Tiburzi

 Proprio cento anni fa, nel 1896, si concludeva la rivolta solitaria di uno degli ultimi "miti" del brigantaggio, quel leggendario Domenico Tiburzi che per un quarto di secolo aveva agito con la sua piccola banda nell'appena costituito Stato Italiano, in una zona compresa fra il Viterbese e la Maremma grossetana.

Ormai anziano - sessant'anni all'epoca per un uomo che aveva condotto una vita così avventurosa non erano certo pochi - con una gamba dolente per i postumi di una ferita, forse annebbiato dall'alcool dopo una lauta cena, l'imprendibile "Re della macchia" non riuscì a sfuggire agli sbirri, a differenza del suo giovane luogotenente. Fu ucciso in un casale vicino Capalbio dove era ospite di una famiglia di contadini.

Ma le peripezie, per il mitico brigante, non erano ancora finite. Il suo corpo fu infatti legato ad una colonna e immortalato, armato di tutto punto, come se fosse ancora vivo, nell'unica fotografia che ci è rimasta del fuorilegge.

Il popolo si recò in massa a rendere omaggio alle spoglie di un uomo sempre generoso con la povera gente, ma il parroco decise che un peccatore, pur se religioso, non poteva essere interrato nel cimitero. Per evitare una sollevazione, il pretore ideò uno strano compromesso. Il corpo fu seppellito, attraverso il cancello del cimitero di Capalbio, metà all'interno e metà - la parte inferiore, considerata "impura" - fuori.

Non è tutto: la sezione del cervello del brigante che non era stata distrutta dai proiettili fu inviata a Cesare Lombroso, il quale dovette concludere che non solo non si trattava di un delinquente costituzionale, ma era addirittura un individuo molto più intelligente della media, una sorta di genio.

Domenichino era nato nel Viterbese, a Cellere, nel maggio 1836; tranquillo pastore e poi buttero, sposato con due figli - la moglie morì però molto giovane - iniziò a impegnare la giustizia papale a trent'anni, uccidendo nel suo paese d'origine un guardiano con cui aveva litigato. Rifugiatosi nella Selva del Lamone dopo una fuga dal carcere, accumulò ben presto numerose condanne.

Il suo ideale di giustizia sociale era confuso; mentre da giovane aveva aderito all'attività clandestina della Lega Castrense, di indirizzo liberale, come brigante si era ritrovato a difendere i privilegi dei signori locali, anche se in modo certamente inconsueto. Aveva infatti ideato la "tassa sul brigantaggio", una sorta di assicurazione che i possidenti gli pagavano in cambio della protezione di proprietà e bestiame. Ma i soldi che prelevava ai ricchi li elargiva con generosità ai poveri, che fornivano al brigante informazioni e servizi preziosi, e ad alcune giovani donne che avevano avuto un figlio dal fuorilegge, per le quali si premurò pure di trovare un marito che riconoscesse il bambino.

Rigido nei suoi principi tanto da disdegnare accordi con i delinquenti, implacabile con i traditori e fedele con gli amici, il brigante bassino dagli occhi neri penetranti (che faceva impazzire le donne) nel corso della sua carriera commise 17 omicidi, ma solo per difesa o per eliminare spie e compagni che non accettavano i criteri della banda, ovvero il rifiuto della violenza gratuita e la ricerca del consenso tramite elargizioni anziché minacce. Era inoltre contrario all'uccisione dei carabinieri, che riteneva "poveri figli di mamma" costretti dalla fame a fare quel mestiere.

Divenne il mito dei diseredati della Maremma, una terra incolta e abbandonata preda della malaria e del contrabbando, in cui le speranze risorgimentali dei contadini (la bonifica e l'assegnazione delle terre) erano state deluse.

La colossale retata effettuata da Giolitti per togliere sostegno a un brigante ormai leggendario non ebbe l'effetto sperato. Durante il governo Crispi la taglia posta sul capo di Tiburzi arrivò a 10  mila lire cioè il valore, all'epoca, di un podere, ma la gente era più vicina al brigante, simbolo dell'opposizione allo sfruttamento, che alle istituzioni.

Al momento della morte di Tiburzi il brigantaggio maremmano era alla sua naturale conclusione. I problemi della zona rimanevano invece invariati, ma per tentare di risolverli non erano più possibili rivolte individuali.

   

... e di banditi

 

Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo

Con il tramonto della società contadina si era chiusa l'epoca del brigantaggio. Eppure anche il Novecento ha avuto i suoi Ro­bin Hood, isolati "giustizieri urbani" animati da un confuso senso di giustizia sociale. Giuseppe Albano, soprannominato il Gobbo per una deformazione alla spina dorsale, fu un tipico esempio di bandito di città che operò nell'estrema periferia romana, ma anche un protagonista della Resistenza e di una solitaria guerra contro i nazisti. Qualcuno lo ricorda ancora oggi come un ragazzo dolce, dal bel viso, acerrimo nemico dei nazisti ma sempre generoso con i poveri.

Nato in provincia di Reggio Calabria nell'aprile 1926, era approdato con la famiglia al Quarticciolo all'età di dieci anni. Noto per il suo coraggio, a diciassette anni si era già unito ai partigiani, partecipando a diverse operazioni come il sabotaggio di treni tedeschi, l'assalto ai forni per distribuire farina alla popolazione, l'agguato a militi fascisti.

Nella primavera del 1944 uccise in una trattoria tre soldati tedeschi, scatenando una massiccia caccia all'uomo che lo fece cadere nelle mani delle SS. Qualcuno (a voler insinuare una presunta collaborazione del giovane con i nazisti), afferma che ne uscì pochi giorni dopo illeso; altri, ed è la versione più probabile, ricordano invece che riuscì a resistere alle torture e si salvò dall'esecuzione fuggendo all'arrivo degli Alleati.

Molti misteri circondano la vita (e la morte) di un personaggio scomodo, perché le motivazioni politiche si sono spesso inserite nei tentativi di ricostruzione storica. Diverse ragioni hanno quindi impedito, all'epoca, di fare chiarezza sulla vicenda, ad esempio la necessità di parte della sinistra di doversi difendere da una campagna denigratoria che accomunava lotta di classe e "banditismo". Una sinistra con cui il Gobbo aveva avuto fugaci contatti, che non erano però stati sufficienti ad indicare una strada politica alla sua rabbia, sfociata in una confusa rivolta in grado di aggregare il sottoproletariato delle periferie romane, dove con la fine della guerra ben poco era cambiato.

Dopo l'arrivo degli Alleati sembra che Giuseppe Albano consegnò alla questura alcuni componenti della famigerata banda del torturatore nazista Koch: ben presto però fu emesso contro di lui un mandato di cattura. Al Quarticciolo, dove era amato e protetto dalla popolazione, aveva intanto organizzato una banda con circa 60 membri, fra effettivi e "simpatizzanti". Nino er boia, Mario er burino, Pippo er gatto, Giovanni er zozzo erano imprendibili come il Gobbo (che pure non passava inosservato) perché la borgata era con loro. I banditi infatti non agivano per avidità personale (pur se tenevano parte dei bottini per sé), ma distribuivano farina ai poveri, organizzavano tavolate in piazza, elargivano denaro alle donne costrette dalla miseria a prostituirsi.

Dopo la morte di un carabiniere nel corso di un conflitto a fuoco le forze dell'ordine trasformarono la borgata in "zona di guerra", arrivando a impiegare carri armati leggeri e centinaia di carabinieri e poliziotti che, non trovando di meglio da fare, riempirono Regina Coeli di abitanti del Quarticciolo. Il Gobbo, anche se ormai braccato, era riuscito ancora una volta a fuggire.

Cercò allora aiuto dai suoi ex-amici partigiani ma cadde in un'imboscata della polizia: venne riconosciuto in via Fornovo e, al suo primo movimento, ferito a morte. Era il 16 gennaio 1945. Fu ucciso da un colpo in fronte, dissero le forze dell'ordine; raffica alle spalle, sentenziò invece l'autopsia. Insomma, uno dei primi "misteri" della Repubblica. Ciò che è certo è che quando morì non aveva ancora compiuto 19 anni.

Lo stesso giorno tre uomini della banda, recatisi a prendere una rata del ricatto a Beniamino Gigli (legato al regime fascista e accusato dai banditi di aver presenziato alle torture in via Tasso) furono catturati dai carabinieri - su segnalazione del tenore - nella sua villa in via Serchio. In quei giorni vennero anche arrestate decine di persone con l'accusa di far parte della banda, il Quarticciolo fu militarizzato e un uomo, soprannominato Er Cipolletta, rimase ucciso mentre fuggiva. Si racconta che la madre e l'amante del Gobbo furono arrestate, pistola in pugno, pronte a vendicare la morte del loro caro.

 Nel 1960 il regista Carlo Lizzani dedicò a Giuseppe Albano il film Il Gobbo, mentre nel 1979 nel luogo in cui il bandito fu ucciso qualcuno ha deposto una corona di fiori per ricordare questo mitico personaggio della malavita romana che taglieggiava gli ex-collaborazionisti del fascismo per dividere con il popolo i loro profitti.

 

 

Per saperne di più

 

GIOVINE Umberto, Il banditismo in Italia nel dopoguerra, Milano 1974.

LA BELLA Angelo, MECAROLO Rosa, Tiburzi senza leggenda, 1995.

MASI Pietro, Memorie di Gasparoni, Firenze 1960.

RONTINI Eugenio, I briganti celebri italiani. Narrazioni storiche,  Firenze 1890.

 

A Sonnino, sulle tracce dei briganti

 

Nella patria del brigantaggio, in un suggestivo casale ai Fienili di Sonnino si trova, ormai da alcuni anni, l'insolito e interessante Museo del brigante, allestito da Aldevis Tibaldi con l'obiettivo di mantenere viva la cultura popolare della zona.

Questa particolare raccolta, aperta al pubblico previo appuntamento, conserva tutto ciò che, più o meno direttamente, riguarda il brigantaggio: dipinti, incisioni, bandi ma anche locandine cinematografiche, biglietti di ristoranti con nomi di banditi, una divertente mostra di disegni di bambini del luogo e, ovviamente, numerose tracce del mitico Gasparoni, ancora oggi ricordato con simpatia dai pastori di Sonnino. Particolarmente vivaci sono le celebri acqueforti e incisioni di Pinelli, realizzate nel periodo che l'artista trascorse con i fuorilegge.

Previo accordo inoltre Aldevis Tibaldi guida direttamente i visitatori in un itinerario volto alla scoperta delle radici culturali popolari ma anche dei percorsi segreti e dei nascondigli dei briganti. Ogni estate il suo caratteristico casale dell'Agro Pontino è animato dalla Festa del brigante, che permette di avvicinarsi "dal vivo" - attraverso canti, balli popolari e l'incontro con i pastori della zona - alle tradizioni locali. Per informazioni telefonare al numero 0773/98039.

 

 

C'era una volta...

La storia di Francesco Marocco

La zona dei Castelli, come tutti i dintorni di Roma, fu nei secoli passati patria e luogo d'azione di numerosi gruppi di fuorilegge. In particolare nel Cinque e Seicento il banditismo, tipica rivolta del mondo rurale, ebbe una notevole diffusione, tanto da rappresentare per le autorità papali un serio problema di ordine pubblico. Solo pochi banditi sono però ricordati nei libri: come tutti gli eroi popolari, essi sono infatti parte della "storia che si ricorda", quella comunicazione orale che si tramanda di generazione in generazione sino a svanire. Le uniche tracce di banditi che pure all'epoca erano famosi sono quindi rintracciabili negli atti manoscritti dei processi del Tribunale del governatore, conservati all'Archivio di Stato di Roma in Corso Rinascimento. E' del 1607 un processo per fatti accaduti a Genzano che ripercorre l'avvincente storia di un capo-bandito, Francesco Marocco, operante negli ultimi decenni del Cinquecento. Nei racconti ammirati dei testimoni l'uomo appare quasi circondato da un alone di invulnerabilità. In un'epoca in cui, data l'assenza di cure efficaci, si moriva anche in seguito a ferite lievi, il capo-bandito, "capace di togliersi da se stesso un pugnale dalla gola" era ancora in forma, al momento della cattura, nonostante i suoi settant'anni ed il corpo "tutto corvellato d'archibusciate". Era stato protagonista, anni prima, di clamorose azioni: un giorno "co quattordici altri banditi che fu la mattina della festa del Corpo di Cristo entrorno in Chiesa et tagliorno la fune delle campane et caporno quelli volevano et li legorno et lì fora della porta della Chiesa l'amazzorno che furno dieci li morti". Utilizzato da nobili per difesa personale, ferito più volte da suoi nemici l'uomo, come dicono con malcelata ammirazione i suoi conoscenti di Genzano, "ne haveva fatte tante, che no ci era stato mai nesuno che ne haveva fatte più di lui". Una storia come molte altre, tipica espressione di un mondo rurale in cui il malcontento assumeva la forma di una violenza collettiva ed organizzata in bande, appoggiate delle popolazioni rurali tanto che la autorità non riuscivano a debellare il fenomeno, se non temporaneamente, con la forza militare.

 

Una storia di banditismo a Monte Rotondo

Nel 1613 a Monte Rotondo gli sbirri catturano un uomo, un certo Ippolito, accusato di "pratica con banditi e furti". Il Tribunale del governatore istruisce il relativo processo, i cui atti manoscritti sono ancora oggi conservati all'Archivio di Stato di Roma in Corso Rinascimento. E' una storia, simile a molte altre all'epoca, in cui l'estrema povertà era stata la molla che aveva portato a compiere i primi furti. Ci si ritrovava così colpiti dal bando: a questo punto non c'era più scelta. Per non finire in prigione ci si organizzava in gruppi che conducevano una vita fuori dalla legalità effettuando furti, rapine e sequestri, minacciando ed uccidendo i propri nemici.
Un fatto raccontato dall'imputato evidenzia come l'estrema miseria portava a compiere anche azioni contrarie ai propri principi. Ippolito ricorda come, tempo prima, la moglie fece due figli. Non potendoli mantenere, ne lasciarono uno alla ruota del Santo Spirito, quell'istituto che permetteva di abbandonare i neonati nell'anonimato. Nello stesso tempo però, per guadagnare qualcosa, dallo stesso ospedale si fecero affidare una bambina da allattare: gli fu promessa una somma in denaro per il mantenimento, ma i patti non furono rispettati. Ippolito vendette le fasce che gli erano state consegnate con la bambina e la abbandonò in un vicolo, senza riportarla alla ruota per paura di essere riconosciuto. L'imputato dichiara di vergognarsi di aver fatto ciò, ma di esserne stato costretto dalla miseria.
Il poveretto, come accadeva praticamente in tutti i processi dell'epoca, viene sottoposto alla tortura della corda, pur dopo aver già ripetutamente confessato tutte le azioni commesse. Questo metodo di tortura consisteva nel legare le mani dell'imputato dietro la schiena con una fune legata ad una carrucola fissata al soffitto e quindi nel sollevare il malcapitato e tenerlo in quella posizione per un periodo di tempo variabile. Il giudice di questo processo mostra però un particolare accanimento nei confronti dell'imputato che viene infinite volte sottoposto a tortura, pur dopo aver confessato anche nei minimi dettagli tutti i reati commessi.

 

 

 

I banditi al Castello di Bracciano

Bracciano era un tempo feudo degli Orsini, antichissima famiglia romana che si trovò, alla fine del Cinquecento, in una situazione di profonda difficoltà economica. La nobiltà, nel suo complesso, manteneva a quell'epoca un enorme potere nella società. Emergevano infatti nuove famiglie, favorite dalla politica del nepotismo, quella pratica cioè che portava i pontefici ad affidare ai propri familiari le più importanti funzioni di governo. Gli Orsini, parte della nobiltà storica di Roma, ebbero frequenti contrasti con il governo pontificio. All'epoca in effetti numerosi signori feudali si ritrovarono a combattere apertamente le autorità papali, in alcuni casi ponendosi alla guida di formazioni di banditi, più spesso servendosi di loro per difesa personale o per eliminare i propri nemici. I banditi erano parte dei settori poveri della popolazione, la loro ribellione non era però cosciente: per essere protetti o soltanto per sopravvivere, si trovarono quindi spesso a servire i potenti, "tradendo" la loro classe.
Il castello di Bracciano divenne così, negli ultimi decenni del Cinquecento, rifugio di alcune centinaia di banditi, ospitati da quel Paolo Giordano Orsini che pure precedentemente, nelle Marche, era stato persecutore di banditi. Tipico esempio di una nobiltà che non si subordinava all'autorità del governo centrale.
Nell'estate del 1583 vi fu una situazione talmente tesa che si rischiò una vera e propria guerra aperta: il Duca di Bracciano aveva infatti ordinato ai suoi sudditi di bloccare ogni esportazione verso Roma. Quando la calma sembrava ritornata, Paolo Giordano sposò Vittoria Accoramboni. I due erano coinvolti nell'omicidio del marito della donna: il processo non fu però mai concluso, come spesso accadeva quando gli imputati erano nobili. Soltanto l'elezione al soglio pontificio dell'energico Sisto V, parente della vittima, convinse il signore ribelle ad una partenza dalla quale non fece ritorno.